Gen Z. Robin Christensen, racconti intimi di identità e transizione tra lirismo, memoria e ironia

Una nuova generazione di giovanissimi artisti sta emergendo all’interno del mondo dell’arte. È proprio questa generazione — quella dei nati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, la cosidetta Generazione Z — a portare con sé un approccio estremamente libero, fresco, fluido, che non sente il bisogno di etichettare il proprio lavoro all’interno dei vecchi schemi e dei movimenti che hanno segnato la seconda metà del Novecento, utilizzando linguaggi diversi senza doversi focalizzare su uno o sull’altro, pur mantenendo una forte coerenza identitaria sia scavando nel proprio vissuto sia affrontando questioni stilistiche, etiche, politiche.

Quello che emerge oggi è un linguaggio che sembra attraversare trasversalmente tutta la storia dell’arte con un approccio inedito, libero e disinvolto, ma non per questo ingenuo. È un’arte che racconta il presente in tutte le sue sfaccettature e contraddizioni, portando alla luce lo stato d’animo di un’epoca irrequieta come la nostra. È un’arte più intima, più fluida, che parla in prima persona e che nasce da un bisogno profondo: quello di cercare — e spesso di reclamare — la propria identità. Non si tratta di concettualismi esasperati né di retoriche già sentite: è un’arte che osserva, ascolta e restituisce la realtà, con autenticità e immediatezza. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce il giovane, anzi, il giovanissimo artista Robin Christensen, classe 2006, che ha recentemente esposto i suoi lavori per la prima volta all’interno di una mostra di artisti emergenti presso la Galleria San Fedele, e poi in occasione della collettiva “Occupride” (in occasione del Pride Milano 2025) alla Galleria Fabbrica Eos di Milano, assieme ad artisti, anche molto affermati, come Dina Goldstein e Uli Weber, e con artisti italiani come Giuseppe Veneziano, Francesco De Molfetta, Filippo Riniolo, Barbara Nahmad e molti altri.

Le opere di Robin Christensen sorprendono per la loro maturità espressiva e per l’uso istintivo ma consapevole del colore e della composizione, una grande minuziosità e fluidità del segno, che ricorda a volte il tocco leggero e sfumato di Filippo De Pisis, altre volte l’approccio, più duro e contemporaneo ma altrettanto fluido nell’uso del segno e del colore, di Jenny Saville. Tra le caratteristiche principali dei suoi lavori, l’atmosfera sospesa tra realismo e oniricità, e l’uso di un medium solitamente considerato “minore” come la matita colorata, cui il giovane artista affianca però anche la ceramica e il video per raccontare scorci di vita vissuta. I suoi lavori raccontano infatti frammenti di quotidianità e di una identità in formazione e ridefinizione: non è un caso, infatti, che Robin, per i suoi primi lavori “pubblici”, abbia voluto affrontare di petto un tema che lo coinvolge direttamente, quello dell’identità e della transizione di genere, attraverso un percorso visivo che si sviluppa tra un segno delicato e lievissimo e una narrazione sospesa tra memoria, realismo, atmosfere malinconiche e sognanti senza che manchino tocchi di ironia, di umorismo e di divertimento.

In un allestimento essenziale ma incisivo, in cui i disegni sono alle volte alternati ad altri media o accostati tra di loro come in un lungo e lievissimo racconto esistenziale, ogni lavoro diventa un piccolo universo poetico e personale, un frammento di un discorso ancora in evoluzione ma già fortemente riconoscibile, un brano di memoria intima e famigliare che sembra voler ricostruire, scena dopo scena, episodi della propria infanzia e della primissima adolescenza, per provare a guardarsi dentro e mostrare a sé stesso e al pubblico la propria identità in transizione, fuori da ogni stereotipo e da ogni retorica. Lontano da ogni pretenziosità, Christensen si inserisce con naturalezza in quel panorama di giovani voci che stanno ridisegnando i confini dell’arte contemporanea, i suoi temi, il suo approccio stilistico e linguistico. Le sue recenti partecipazioni a collettive rappresentano non solo i primi, importanti passi pubblici, ma anche un segnale di come le nuove generazioni stiano già scrivendo — con linguaggi nuovi, liberi e profondamente sentiti — una nuova storia dell’arte.

Robin Christensen

Vorrei iniziare dalla tua formazione: quando hai iniziato a disegnare e a dipingere? Quali sono le tue prime passioni artistiche, gli artisti che hai amato di più, e perché? Quali sono i linguaggi che hai sentito più vicini?

Essendo cresciuto in un ambiente in cui l’arte è sempre stato frutto di apprezzamento, un’inclinazione verso le discipline artistiche era più che naturale. Tra i miei primi ricordi ci sono io da bambino che frugavo tra i libri di arte che avevamo in casa, scoprendo un mondo che rivelava un’ambiguità che si esisteva sotto il velo della mia ignoranza. Infatti, ho sempre avuto un’inclinazione per una pittura con sfaccettature esoteriche, fiabesche, ma crude, come i lavori di Zhao Gang, Beatriz Gonzalez, Monet, Francis Bacon, Lucian Freud e molti altri. Da piccolo usavo tanto il sogno e la fantasia come sfogo, come mezzo per vivere una versione alterata della mia vita, dunque mi sono appassionato a una specie di realismo magico, che ho trovato non solo in questi artisti, ma anche nei fumetti e cartoni. Quest’ultimi hanno nutrito il mio interesse per le linee come linguaggio artistico, che sin da piccolo hanno formato la mia tecnica visiva fino ad oggi.

La tua prima serie di lavori è basata sulla tua crescita personale, la riappropriazione della tua identità in una società dove ancora difficilmente il tema della transessualità viene accettato o anche solo accolto. Qual è stato il motivo principiale che ti ha spinto a creare le tue opere attuali, raccontando la tua storia, la tua vita, dall’infanzia all’età (oramai) adulta?

Per molti anni ho lottato con la tensione tra l’accettazione, la vergogna e il giudizio altrui, influendo pesantemente sulla percezione di me stesso e la mia volontà di condividere questo aspetto della mia identità. Fortunatamente col passare del tempo, queste emozioni si sono placate e ho cominciato ad apprezzare nel profondo chi sono e ciò che posso offrire al mondo, attraverso la una lente che comprende a pieno la mascolinità e la femminilità, portandomi a voler esplorare le origini della mia natura, attraverso uno studio complesso ma umoristico dell’infanzia e dell’espressione di genere e mostrando, da una parte, la difficoltà, e dall’altra la gioia e ricchezza dell’essere transgender.

Robin Christensen Moustache

Il concetto di trasformazione è centrale nel tuoi lavori: ogni opera rappresenta, infatti, scene tratte dalla tua infanzia messe poi a confronto con il “te” di oggi. In che modo il tuo rapporto con il cambiamento si riflette nel modo in cui hai creato le tue opere? Come hai scelto le scene che hai poi rappresentato? Partono da foto che rappresentano momenti particolari o li hai scelti solo per il loro valore iconico?

Il mio rapporto con la trasformazione è molto particolare: da una parte nel percorso della mia identità esiste un contrasto enorme di chi ero prima, e dall’altra una linearità ben instaurata, come se in fondo non fossi rimasto uguale. Infatti, nelle immagini che ho scelto di rappresentare, ho voluto che questi due sentimenti potessero vivere contemporaneamente. Un valido esempio è presente nel mio lavoro Moustache, nel quale ci sono io da giovane che indosso dei baffi finti: dunque  formo l’ideale canonico che avevo della mascolinità durante l’infanzia, una versione certamente semplificata, puerile e divertente. Mentre in Self-Portrait with Dragon, ci sono io oggi che vivo la realtà dell’essere un ragazzo e quindi in cui esprimo una mascolinità meno fragile ma più tenue, rappresentando il sentimento che persiste fin da quando sono bambino.

Hai voluto, per la tua primissima mostra, usare un linguaggio particolare, cioè quello del disegno con le matite colorate: come mai hai voluto usare proprio questa tecnica?

Le matite colorate sono spesso considerate un medium minore, trascurato per la loro associazione con l’infanzia — e quindi con l’ingenuità — come se non fossero uno strumento degno di considerazione tecnica. Un pregiudizio che, in senso metaforico, richiama il modo in cui vengono trattate molte minoranze: sottovalutate e marginalizzate. Io al contrario ho voluto dare loro giustizia e portarle centro di un progetto artistico serio, mostrando il loro potenziale e la loro bellezza estetica. Però la cosa che mi ha attratto particolarmente di questo mezzo era la delicatezza che potevo raggiungere nel loro utilizzo, un aspetto importantissimo nel trattamento delle mie tematiche. Specie nel ritrarre la dolcezza e innocenza del mio essere bambino.

Nel testo con cui hai accompagnato la mostra, hai scritto che hai guardato molto al lavoro di Jenny Saville, pittrice dal taglio fortemente provocatorio che ha lavorato a lungo su un’impostazione femminista e antipatriarcale e sulle tematiche della transizione di genere. In che modo il suo lavoro ti ha influenzato e come sei riuscito a sfuggire al rischio dell’imitazione del suo stile?

La prima volta che ho visto i lavori di Jenny Saville al Museo Novecento a Firenze, mi ha lasciato un’impressione molto forte. Come molti suoi estimatori, non potevo che apprezzare la sua pittura materica, carnale e onesta, così densa e a tratti violenta. In questo, lei è riuscita a rappresentare la crudeltà che lei stessa ha subito essendo donna. Tuttavia, in due dei suoi lavori più iconici — Passage (2004) e Matrix (1999) — in cui ha ritratto due persone nude dopo il loro percorso di transizione di genere, ho percepito una mancanza di profondità emotiva: né dolore né gioia, nessuna traccia dello spirito. Un vuoto che rischia di banalizzare l’esperienza transessuale, riducendola a pura superficie. Nonostante le mie riserve, riconosco che senza queste testimonianze artistiche il dialogo che oggi si apre grazie a una nuova generazione di artisti non sarebbe possibile. I miei lavori non si pongono in fuga da quella prospettiva, ma intendono piuttosto metterla in discussione, proponendo uno sguardo radicalmente diverso. Uno degli elementi di contrasto più evidenti tra il mio lavoro e quello di Saville è proprio la nudità, assente nelle mie opere, per scelta. Ho preferito evitarla per rendere più leggibile l’umanità e lo spirito delle figure che voglio rappresentare, a cominciare da me stesso.

Robin Christensen Portrait with Drago,

Assieme ai disegni, hai realizzato anche un video che è parte integrante del tuo progetto artistico. Ce ne vuoi parlare?

Il video che ho proiettato alla mostra del San Fedele nasceva come un’esplorazione del simbolo delle tende, già presente in uno dei miei disegni. Le tende, spesso interpretate come ciò che è insieme visibile e invisibile, conosciuto e rimosso, sono per me una metafora della mia identità di genere: qualcosa che è sempre stata chiara dentro di me, ma che le persone intorno a me hanno scelto di ignorare, per volontà o per paura. Il mio stare tra le tende diventa così una sorta di gabbia leggera, quasi trasparente, uno spazio di sospensione in cui il dolore convive con la speranza — rappresentata dalla luce che, filtrando dalla finestra, continua a attraversarlo.

Come immagini che questo tuo primo progetto si evolverà nel tempo? Continuerai a lavorare sulla tua biografia personale e sull’identità di genere?

Credo che questo progetto rappresenti solo la prima tappa di un’esplorazione ben più ampia sull’identità di genere, la mascolinità, la femminilità e lo spirito umano — un percorso che, non a caso, è iniziato dall’infanzia. In futuro potrei tornare su queste immagini e trasformarle in qualcosa di nuovo, ma per ora ho scelto di cambiare direzione e dedicarmi alla pittura a olio: voglio esplorarla, capirla, e vedere dove potrà portarmi. In ogni caso, l’elemento biografico resterà centrale nel mio lavoro, come chiave per raccontare le complessità dell’esperienza transessuale e per continuare a intrecciarla al tema della crescita.

Senti che questo tuo lavoro sull’identità di genere possa aiutare altri ragazzi o ragazze della tua generazione che stanno compiendo un percorso simile al tuo? E dunque, ti senti in sintonia con lo “spirito” della tua generazione? Credi di poter essere in qualche modo un rappresentante simbolo di questa generazione, molto fluida e aperta sulle tematiche del genere e della sessualità?

Ho sempre faticato a trovare un modello in cui riconoscermi, e questo mi ha spesso fatto sentire distante e alienato, sia dal mondo queer che da quello più rigidamente binario. Per questo una parte importante del mio progetto è anche quella di dare visibilità — una visibilità sana e artistica — a chi percorre un cammino simile al mio, cercando di colmare una lacuna ancora presente nella rappresentazione delle persone transgender. Nonostante questo, non credo di sentirmi in sintonia con la mia generazione, ma penso che a livello artistico sento di essere parte di qualcosa di più grande, che comprende tutti i giovani creativi pronti ad esplorare e comunicare una serie di idee innovative, cosa che potrebbe portare i miei lavori a diventare un punto di riferimento per altri sulle tematiche del genere e della sessualità.

Robin Christensen

Con le nuove politiche di chiusura verso questi temi provenienti dall’America con la nuova amministrazione Trump, ma anche in Europa e in Italia, come vedi in prospettiva questo periodo storico, e che ruolo credi possa avere l’arte in questo contesto?

Questo è un periodo estremamente contraddittorio: da un lato, la lotta per i diritti delle persone transgender continua ad avanzare, con un accesso sempre più ampio alle terapie ormonali a livello globale; dall’altro, assistiamo a una crescente aggressione e demonizzazione delle minoranze. In questo contesto, l’arte può diventare uno strumento fondamentale per interagire in un dialogo spesso inquinato da oppressione e ignoranza, traendo ispirazione proprio dal caos che la circonda. A mio avviso, il problema principale nel trattamento pubblico delle persone transgender è l’eccessiva attenzione retorica a cui sono sottoposte: se è vero che la loro esperienza si discosta da ciò che viene percepito come “normalità”, è proprio per questa sua singolarità che non andrebbe ridotta a materia di dibattito politico, ma piuttosto accolta e interrogata attraverso le lenti più aperte e profonde dell’arte.

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