Dov’è Dio. Ma effettivamente, dov’è Dio? È da questa domanda che prende avvio la ricerca di Tommaso Frattini (Tradate, 2002), giovane artista che vive a Milano e studia all’Accademia di Belle Arti di Brera. Il suo lavoro si confronta con l’immaginario religioso, interrogandone dinamiche e simboli. Frattini torna a Magnano per la sua seconda esposizione nel territorio, luogo a cui è particolarmente legato per il ricordo di una delle sue prime esperienze espositive. Frutto di una residenza artistica di dieci giorni, il progetto Dov’è Dio dialoga con la Chiesa di Santa Marta di Magnano, ancora consacrata e adibita al culto.L’artista trasforma così l’esperienza devozionale tradizionale, che prevede l’attraversamento da parte del fedele di un percorso longitudinale dalla navata fino all’abside. Un tragitto che assume un valore simbolico e metaforico: il cammino dell’uomo verso il divino. La chiesa si configura quindi come un itinerario spirituale, uno spazio di progressiva vicinanza al sacro. Frattini rifiuta questa concezione e la sovverte, portando l’interno della chiesa al suo esterno, e con esso l’idea stessa di sacralità, oltre i confini delle sue mura. Propone una visione giovane e contemporanea di un’istituzione millenaria, esprimendola nelle cromie, nella scelta dei materiali e soprattutto nel supporto stesso dell’opera: un telone in PVC impermeabile, comunemente utilizzato per proteggere oggetti e coprire strutture esterne, e l’uso di bombolette spray e solventi. Ma la vitalità giovanile dell’artista non si rispecchia soltanto nei materiali di cui si serve, ma piuttosto nella pratica stessa che affonda le radici nella street art e nel graffitismo.

Frattini inizia il proprio percorso accademico senza avere una chiara idea di cosa significhi essere artista oggi e, come racconta lui stesso, “senza qualcosa da dire”. In un primo momento cerca quindi di valorizzare ciò che sente più vicino al proprio linguaggio visivo, presentando lavori legati al graffitismo. Avverte però che manca ancora qualcosa, finché un giorno si imbatte in alcuni vecchi manifesti pubblicitari di eventi comunali. Da quell’incontro nasce una ricerca che unisce l’estetica del muralismo e della street art all’immaginario pubblicitario metropolitano, portandolo a comprendere come la propria identità artistica sia inevitabilmente legata allo spazio pubblico e urbano. La sua pratica si sviluppa infatti a partire dal recupero di cartelloni pubblicitari e manifesti presenti negli spazi della metropolitana, supporti sui quali realizza ritratti di persone incontrate casualmente nel quotidiano. L’artista indaga così un momento fuggevole: quell’istante brevissimo in cui uno sguardo incrocia un altro sguardo, un intreccio di vite che dura meno di un secondo prima di dissolversi. La sua ricerca si configura allora non solo come una sottile riflessione critica su una contemporaneità che ci concede sempre meno tempo per soffermarci sulle cose e sugli altri, ma anche come il tentativo di individuare una nuova forma di sacralità nel quotidiano.
Se alziamo gli occhi al cielo notturno e ci soffermiamo a osservare, vedremo lentamente emergere una, poi due, poi decine di stelle. Sono sempre state lì, ma spesso non ce ne accorgiamo, abituati alla loro presenza. Allo stesso modo, nella quotidianità di una metropoli, siamo costantemente circondati da una costellazione di immagini pubblicitarie, insegne, manifesti e schermi luminosi che occupano lo spazio urbano e visivo delle nostre vite. Elementi talmente onnipresenti da diventare invisibili. Frattini interviene proprio su questo paesaggio saturo di immagini, appropriandosi dei suoi supporti e trasformandoli in luoghi di incontro umano e contemplazione, quasi a suggerire una forma di sacralità contemporanea che non abita più esclusivamente gli spazi religiosi, ma si manifesta nelle tracce ordinarie della vita urbana.

È a partire da questa ricerca che Frattini costruisce un dialogo tra memoria urbana e architettura sacra, mettendo in relazione l’immaginario della strada con quello della tradizione religiosa. L’artista rappresenta la Chiesa di Santa Marta attraverso una reinterpretazione volutamente non nitida né ordinata, ma attraversata da stratificazioni cromatiche, gesti rapidi, sovrapposizioni e frammenti visivi che richiamano il linguaggio del muralismo e della street art. Ne emerge una visione in cui lo spazio sacro non viene negato, ma ricondotto a una dimensione viva, instabile e contemporanea. L’artista accompagna così il visitatore alla scoperta, e insieme alla riscoperta, dell’edificio religioso, attraverso un percorso che non passa soltanto attraverso la contemplazione estetica, ma attraverso un’esperienza percettiva e spirituale. La sacralità non rimane confinata all’interno della chiesa, ma sembra espandersi oltre le sue mura, insinuandosi nello spazio esterno, nella materia urbana e nella sensibilità quotidiana. È proprio in questo slittamento che l’artista sembra suggerire dove possa trovarsi Dio: non esclusivamente nel luogo consacrato, ma anche al di fuori di esso, nelle tracce ordinarie dell’esperienza contemporanea.
La Chiesa di Santa Marta conserva il fascino della propria storia anche nella fragilità del tempo che l’ha attraversata. Crepe, superfici consumate e segni della decadenza non impoveriscono il luogo, ma ne amplificano la presenza e la memoria. Frattini entra in relazione con questa dimensione attraverso materiali semplici, industriali e urbani, elementi estranei alla tradizione artistica sacra ma profondamente legati al linguaggio della strada e della contemporaneità. Il contrasto tra la spiritualità dell’architettura religiosa e la natura grezza dei materiali non genera una frattura, bensì armonia. Qualcuno potrebbe leggere questo intervento come un gesto irriverente nei confronti dell’immaginario ecclesiastico; eppure è proprio attraverso questo linguaggio visivo, istintivo e urbano che Frattini riesce a trasportare all’esterno della chiesa un’eco di spiritualità. La forza del progetto risiede infatti non nel rifiuto del presente, ma nella sua piena accettazione. L’artista opera all’interno del proprio tempo e ne assume i codici visivi, i materiali e le possibilità espressive: un tempo in cui la pittura non coincide più esclusivamente con tela e pennello, ma può manifestarsi attraverso superfici industriali, immagini pubblicitarie, supporti recuperati e linguaggi derivati dallo spazio urbano.
La contemporaneità costruisce quotidianamente nuove forme di devozione. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini che occupano il nostro sguardo e orientano il nostro desiderio. È all’interno di questo paesaggio visivo che Frattini sviluppa la propria ricerca sull’attenzione, sull’incontro fugace e sulla possibilità di riconoscere una forma di sacralità nel quotidiano. In Dov’è Dio questa riflessione si sposta dall’osservazione della sacralità contemporanea alla reinterpretazione della sacralità tradizionale, facendo dialogare due dimensioni apparentemente distanti ma profondamente intrecciate.

Tommaso, come è nato il tuo rapporto con l’arte?
Credo che il mio rapporto con l’arte ci sia sempre stato. Forse la domanda giusta sarebbe: da quando hai un rapporto con l’arte? Perché, per quanto riesca a ricordare, l’arte ha sempre fatto parte della mia vita. Già da piccolissimo, prima ancora di compiere un anno, disegnavo quelli che per me erano dei camion: facevo dei cerchi con dei rettangoli e li chiamavo “Amion”. A casa ci sono ancora alcuni di quei disegni. Da allora il disegno non mi ha mai abbandonato: è sempre stato un modo per esprimermi, sfogarmi, ma anche per divertirmi. Da bambino, ad esempio, con mio cugino inventavamo personaggi e fumetti. Lui scriveva le storie e io le illustravo. Non li finivamo quasi mai, ma passavamo ore a immaginare mondi e racconti. La vera svolta è arrivata quando ho scoperto i graffiti. Ero ancora alle elementari e, durante una giornata a Milano, un amico di mio zio regalò a me e a mio fratello una fanzine piena di graffiti. La consumai: copiai lettere, alfabeti, stili. Da quel momento iniziai a disegnare scritte e, già alle medie, i graffiti erano diventati una vera passione. Ricordo ancora la mia prima bomboletta spray: una Ironlak viola. Andammo a comprarla a Legnano e provammo a usarla su fogli decisamente troppo piccoli. Da allora non ho più smesso. Col tempo il disegno è diventato qualcosa di ancora più profondo: non è soltanto un linguaggio espressivo, ma un modo di osservare il mondo. Oggi direi che l’arte è parte della mia identità, una compagna di vita che mi accompagna da sempre.
La mostra “Dov’è Dio” nasce da una residenza artistica di dieci giorni a Magnano. Come hai vissuto questa esperienza?
È stata un’esperienza straordinaria, arrivata in un momento in cui ne avevo davvero bisogno. Avevo appena attraversato un periodo di pausa forzata dalla pittura: avevo dovuto lasciare il mio studio e dedicarmi alla tesi, quindi sentivo l’esigenza di tornare a dipingere. Quei dieci giorni sono volati. Mi svegliavo la mattina, andavo in studio, dipingevo fino a sera e poi continuavo anche dopo cena. È stata un’immersione totale nella pittura, qualcosa che mi ha rigenerato profondamente. Sono molto soddisfatto del lavoro che è nato durante la residenza e il fatto che abbia ricevuto un riscontro così positivo mi rende ancora più felice. All’inizio ero intimorito dalle dimensioni dell’opera e dal supporto, diverso da quelli che utilizzo abitualmente. Ma appena ho iniziato a lavorare tutto è diventato naturale. Le bombolette spray, soprattutto grazie all’uso del diluente, mi hanno permesso di ottenere gli effetti che cercavo, ispirati agli intonaci consumati della Chiesa di Santa Marta, ai suoi colori intensi e alla sua atmosfera. Il mio obiettivo era restituire quella sensazione che provo entrando in quel luogo, e credo di essere riuscito a tradurla nella pittura.
In che modo il dialogo con il territorio e con la Chiesa di Santa Marta ha influenzato la nascita del progetto?
Magnano è un luogo che trasmette pace. Il silenzio, la natura e la tranquillità che lo caratterizzano hanno avuto un ruolo importante nel mio lavoro, mettendomi nelle condizioni ideali per dipingere. La Chiesa di Santa Marta, invece, mi ha colpito soprattutto per la sua materia. È un edificio antico, segnato dal tempo: gli intonaci consumati, gli strati di pittura che emergono, le tracce lasciate dall’umidità creano superfici che sembrano già immagini. Sono sempre stato affascinato dalle pareti e dai disegni involontari che il tempo produce. In quei segni vedo una qualità pittorica straordinaria. Questa suggestione ha influenzato direttamente il progetto: dai colori agli effetti materici, fino all’atmosfera che ho cercato di ricreare nell’opera. Più che rappresentare la chiesa, volevo restituire la sensazione che provo ogni volta che mi trovo al suo interno.

“Dov’è Dio” è un titolo che apre immediatamente una riflessione. Attraverso l’opera realizzata per Magnano, quale idea di sacralità hai voluto proporre e cosa speri che il pubblico porti con sé dopo averla vista?
In realtà, confrontandomi con le persone che hanno visto la mostra, mi sono reso conto che il significato dell’opera è forse più personale di quanto immaginassi. Con Dov’è Dio volevo raccontare ciò che, per me, è davvero sacro: l’arte. Per una persona credente, Dio può essere ciò che offre conforto, dà senso alle cose e permette di affrontare la vita. Per me quel ruolo lo ricopre l’arte. È il luogo in cui ritrovo me stesso, ciò che mi fa stare bene e che dà significato al mio modo di vivere. So però che un titolo come Dov’è Dio inevitabilmente apre interpretazioni molto diverse. Ognuno ha una propria risposta a quella domanda e questo finisce per orientare anche lo sguardo sull’opera. È una cosa che considero naturale. Più che trasmettere una risposta precisa, spero che il lavoro spinga chi lo osserva a porsi quella stessa domanda: dov’è Dio per me? Se l’opera riuscirà anche solo ad aprire questa riflessione personale, allora avrà raggiunto il suo obiettivo.
Nella tua ricerca ricorre spesso l’idea dell’incontro fugace. Cosa ti affascina di questi momenti e perché senti il bisogno di trasformarli in immagini?
Credo che oggi molte persone non abbiano più il tempo di soffermarsi davvero su ciò che le circonda. Forse dipende anche dalla sensibilità: penso che chi sceglie di fare l’artista sviluppi inevitabilmente uno sguardo più aperto verso la realtà, con meno filtri. Questo significa percepirne sia la durezza sia la bellezza con grande intensità. Sono sempre stato affascinato da quei piccoli momenti che, all’apparenza, sembrano insignificanti: uno sguardo, un gesto, un incontro casuale. Sono episodi che nella quotidianità passano quasi inosservati, eppure restano impressi nella memoria. C’è una frase di Ben Harper, nella canzone Waiting on an Angel, che mi accompagna spesso: “Be kind with a stranger because you never know, it just might be an angel knocking at your door.” Non la interpreto in senso religioso, ma come un invito a riconoscere il valore degli incontri umani. Ogni persona può custodire qualcosa di prezioso. Sono particolarmente attratto da chi porta addosso i segni della vita, da quei volti e quei corpi che, secondo i canoni comuni, possono apparire imperfetti. Quelle che chiamiamo imperfezioni sono, in realtà, caratteristiche che ci rendono unici. Forse mi affascinano anche perché, in qualche modo, ci rivedo qualcosa di me stesso. Trasformare questi incontri in immagini significa provare a dare valore a ciò che normalmente passa inosservato.

La tua pratica nasce da un immaginario urbano, fatto di graffiti, manifesti e spazi pubblici. In che modo questi elementi sono diventati il linguaggio della tua ricerca artistica?
Il mio percorso nasce dai graffiti. Da bambino un amico di mio zio mi regalò una fanzine piena di scritte e lettering. La studiai fino a consumarla: copiavo alfabeti, smontavo e ricomponevo le lettere per costruire un mio stile. È stato il primo vero incontro con quel linguaggio. Fin da piccolo ho sempre osservato con attenzione ciò che mi circondava. Guardavo fuori dal finestrino le automobili, le insegne, i dettagli della città. Col tempo questa curiosità si è trasformata in uno sguardo sempre più attento verso lo spazio urbano, vicino alla figura del flâneur descritta da Baudelaire e ripresa da artisti come Jacques Villeglé. L’incontro con il manifesto, invece, è nato quasi per caso. Un mio compagno di corso mi mostrò un dipinto realizzato su una tovaglia e quell’idea mi colpì profondamente: il supporto faceva parte del significato dell’opera. Così iniziai a chiedermi quale potesse essere il supporto naturale della mia pittura, che nasceva dalle bombolette spray. Quando trovai i primi manifesti capii immediatamente che erano ciò che stavo cercando. All’inizio li utilizzavo semplicemente come superficie, poi iniziai a fotografare personalmente le scene che volevo dipingere e, successivamente, a raccogliere manifesti direttamente dalla strada, lasciando che strappi, pieghe e segni del tempo entrassero a far parte dell’opera. Da quel momento il manifesto non è stato più soltanto un supporto, ma è diventato parte integrante del mio linguaggio.

Viviamo in un’epoca in cui tutto scorre velocemente e l’attenzione dura pochi istanti. Pensi che la pittura possa ancora costringerci a rallentare e a guardare davvero?
Lo spero profondamente. È quello che cerco di fare con il mio lavoro. Vorrei che i miei quadri riuscissero a intercettare persone con una sensibilità simile alla mia e, attraverso il mio sguardo, le invitassero a fermarsi. Credo che esista un mondo oltre la fretta, l’ansia e la corsa continua che caratterizzano la nostra quotidianità. Anch’io vivo quella velocità e spesso la subisco. Proprio per questo la pittura rappresenta il mio rifugio: quando dipingo entro in una dimensione sospesa, una bolla in cui il tempo cambia ritmo. Se chi osserva le mie opere riuscisse, anche solo per qualche minuto, a entrare in quella stessa bolla, sentirei di aver raggiunto il mio obiettivo.
Ti consideri parte di un movimento o una tendenza più ampia? E, secondo te, quale ruolo possono avere oggi i giovani artisti nel panorama contemporaneo?
Non mi riconosco in un movimento preciso, quanto piuttosto in una genealogia di sguardi e di pratiche artistiche. Durante il lavoro di tesi ho riflettuto molto su questo aspetto e mi sono reso conto di sentirmi parte di una tradizione che guarda alla città, ai suoi segni e ai suoi materiali. Il mio riferimento è la figura del flâneur, di chi osserva lo spazio urbano e ne coglie le trasformazioni. Da questo punto di vista mi sento vicino agli artisti che hanno lavorato con il manifesto, pur affrontandolo in modi molto diversi. Penso ai pionieri del manifesto illustrato, come Jules Chéret e Henri de Toulouse-Lautrec, e poi agli artisti del Nouveaux Réalisme, come Jacques Villeglé, Raymond Hains e Mimmo Rotella. Ognuno di loro ha trovato un modo personale di utilizzare quel materiale: Villeglé vedeva nei manifesti strappati un’opera già creata dalla collettività e dal tempo, limitandosi a prelevarla; Rotella, invece, interveniva direttamente sulla superficie attraverso il décollage, trasformandola in pittura. Anche artisti contemporanei come Mark Bradford o Klara Lidén hanno sviluppato un rapporto personale con questo supporto. Io mi inserisco in questo percorso cercando però di guardare una superficie diversa: il retro del manifesto, il lato normalmente nascosto, quello rivolto verso il muro. È lì che costruisco la mia pittura e che intreccio la mia storia con quella del materiale. Più che appartenere a un movimento, mi piace pensare di aver trovato un punto di vista personale all’interno di una ricerca già esistente. Per quanto riguarda i giovani artisti, credo che oggi abbiano una grande libertà: quella di costruire il proprio linguaggio senza sentirsi obbligati ad aderire a una corrente precisa. È una responsabilità, ma anche una possibilità straordinaria.

Noi della Generazione Z viviamo un periodo storico caratterizzato da angosce, conflitti e incertezze. Molti giovani artisti esprimono questa inquietudine attraverso la loro arte. Ti riconosci in queste tematiche e le vedi riflettersi anche nel lavoro degli artisti della nostra generazione?
Credo che sia inevitabile. Ognuno di noi racconta il proprio tempo attraverso la sensibilità con cui lo attraversa, e oggi è difficile non confrontarsi con un senso diffuso di inquietudine. Anche nel mio lavoro emergono questi aspetti. Penso, ad esempio, ai miei personaggi o agli ultimi autoritratti, nei quali ho cercato di raccontare momenti di fragilità, di solitudine e di disperazione. Sono emozioni che fanno parte della mia esperienza e che inevitabilmente entrano nella pittura. Ritrovo questa stessa tensione anche nel lavoro di molti artisti della mia generazione. Non credo sia una scelta estetica, ma una conseguenza del periodo storico che stiamo vivendo. L’angoscia, per quanto possa essere difficile da affrontare, è anche un sentimento che ci mette profondamente in contatto con noi stessi e con la realtà. Per questo penso che sia naturale ritrovarla nelle opere di tanti giovani artisti.
Guardando al futuro, quali sono i tuoi obiettivi? Dove ti vedi tra qualche anno, in termini di crescita e progetti?
L’obiettivo più concreto che mi sono posto è realizzare una mostra personale. È il traguardo che sento più vicino e sul quale sto concentrando le mie energie. Se invece parliamo di sogni, il più grande è riuscire a vivere della mia pittura. Credo che sia il desiderio di chiunque scelga questa strada, ma per me significa soprattutto poter continuare a esprimermi attraverso il lavoro che amo. Essere pittore, prima ancora che una professione, è una parte della mia identità. Tutto ciò che vivo finisce, in un modo o nell’altro, dentro i miei dipinti. Il mio sguardo sul mondo coincide con il mio modo di fare arte. E poi c’è un sogno ancora più grande, forse il più ambizioso: lasciare una traccia nella storia dell’arte. Mi piacerebbe pensare che, un giorno, il mio lavoro possa trovare spazio anche solo in una pagina di un manuale. È un desiderio enorme, quasi utopico, ma credo che ogni artista abbia bisogno di coltivare un orizzonte verso cui tendere.


