Noto per le sue figure scolpite di alabastro policromatico, lo scultore catalano Gerard Mas richiama il formale classicismo rinascimentale per poi sovvertirlo con dettagli moderni, ironici, persino dissacranti: le sue dame eleganti, scolpite con grazia antica, mostrano tatuaggi, piercing, gomme da masticare, chupa-chups, oppure assumono espressioni imbronciate, infilano un dito nel naso o tirano fuori la lingua. Questo contrasto, netto ma calibrato, genera un cortocircuito che rompe ogni aspettativa: non sono solo provocazioni estetiche, ma strumenti di narrazione che dialogano con la riflessione sulla soggettività femminile.
Come osservava la studiosa lituana Biruté Ciplijauskaité a proposito della narrativa femminile del Novecento, incentrata su un soggetto femminile consapevole e in evoluzione, anche le figure femminili scolpite da Mas si confrontano con il vissuto: attraverso gesti, dettagli e atteggiamenti contemporanei, mettono in scena un cambiamento individuale e sociale che dialoga con il presente pur mantenendo un legame con il passato.
Ciplijauskaité individuava quattro caratteristiche fondamentali in quella narrativa:
- l’esperienza personale come motore del racconto
- il ritorno al passato in chiave di ricerca
- il corpo come centro espressivo e mezzo d’azione
- la capacità della donna di scegliere nel proprio ambiente e sulla propria vita.
Le sculture di Mas, sebbene mute, incarnano visivamente questi stessi principi. Le sue figure non sono passive né idealizzate: rivendicano il proprio spazio, rompono i codici storici della rappresentazione femminile, rifiutano l’immobilità del ruolo e introducono una narrazione nuova, ironica e potente.
E così, laddove Ciplijauskaité notava nel “io” femminile un desiderio di relazione e confessione intima, Mas sovverte il registro: le sue donne non confessano, ma affermano. Non cercano dialogo, ma lo impongono. Con un gesto, con uno sguardo, con un tatuaggio sul petto, reclamano una presenza viva e inaspettata. Queste presenze femminili non si limitano a “rappresentare”, ma mettono in scena un processo attivo di soggettivazione: il corpo non è più solo superficie da contemplare, ma centro espressivo e mezzo d’azione.
Quando una dama scolpita infila il dito nel naso o mastica chewing gum, l’atto apparentemente banale diventa una dichiarazione: non sono il simulacro della grazia femminile, sono un soggetto presente, dotato di volontà e ironia. E non si tratta di ironia decorativa, ma di quella forma complessa e ambivalente che, come sosteneva Kierkegaard è “la libertà assoluta dell’interiorità”, un meccanismo che consente di prendere distanza dal mondo per riconfigurarne i significati. In questo senso, l’ironia smaschera, destabilizza le certezze e agisce da un lato, come corto circuito tra livelli di senso che sono incompatibili, dall’altro, produce, per effetto, fratture che generano spazi nuovi di interpretazione.
Così, il rigore formale del classicismo, viene detonato: non è una semplice parodia, ma un atto di resistenza visiva, che di certo non toglie valore alla forma classica, ma al contrario ne esalta la rigidità per poi incrinarla. In questo modo, Mas compie un gesto profondamente politico: restituisce voce e potere a figure femminili che nella storia erano spesso ridotte a simboli o modelli.
Le figure femminili di Mas si muovono in questo spazio ambiguo: sembrano uscite da un trattato del ‘400, ma portano sulla pelle i segni del XXI secolo. Sono ritratti impossibili e tuttavia verissimi, che raccontano un’identità sfaccettata, ironica, contraddittoria e profondamente umana.


