Gesti scolpiti: Jago al Teatro Antico di Taormina tra mano, materia e mito

Inaugura oggi la personale di Jago “Gesti scolpiti”, nel Teatro Antico di Taormina, e l’aria di settembre fa da quinta alla materia: alle 19.00, ingresso libero, il Parco Archeologico di Naxos Taormina apre un percorso essenziale e potente, organizzato da Aditus e Civita Sicilia in collaborazione con BAM, che resterà visitabile fino al 3 maggio 2026. In apertura scorre il videoracconto del viaggio della David insieme alla nave scuola Amerigo Vespucci: immagini che riportano la scultura alle sue rotte contemporanee, compresa la discussione nata dopo la rimozione dell’immagine dai social di Meta.

Il cuore della mostra è un dialogo con la pietra del teatro, la luce che cala, la distanza che impone sintesi. Tre opere in marmo statuario — Impronta Animale (2012), Memoria (2015), Prigione (2016) — stringono il fuoco sulla mano: non come semplice strumento ma come segno che rimane, archivio di gesto. In Impronta Animale l’impronta appare quasi fossile, un richiamo istintivo a quando il segno era sopravvivenza e memoria. In Memoria la cavità scava la pietra e afferma il vuoto come forma, con una sobrietà che costringe lo sguardo a misurare l’assenza. In Prigione la figura preme sotto la pelle del marmo: profili trattenuti, pieghe che oppongono resistenza, un’uscita dalla materia che resta sospesa. Qui la mano è misura del tempo e della fatica, e il teatro, con i suoi gradoni, amplifica la lettura per piani e per scarti.

Sulla sommità delle tribune si staglia la David (2024), bronzo dorato alto 181 cm. Slancio, fionda, pietra: l’iconografia è riconoscibile, ma il corpo femminile sposta il racconto dalla citazione al presente, facendo della rivalsa un tema più largo della leggenda. L’opera nasce nel 2021 da un bozzetto in argilla, attraversa studi in argilla e gesso, approda al metallo con la fusione a cera persa: un processo che non perde l’idea di partenza ma la traduce in resistenza, peso, luce. La versione definitiva, in marmo di Carrara e oltre i quattro metri, è in lavorazione: un cantiere aperto che aggiunge al percorso il tempo del fare.

La curatela non spiega troppo e lascia allo spazio la mediazione: la pietra antica non è sfondo, è condizione di visione. A distanza prevalgono silhouette e ritmo, i dettagli cedono alla postura, e la sequenza mano–impronta–soglia–emblema diventa leggibile senza didascalie. La mostra regge su tre scelte nette: centralità del gesto (la mano come tema e metodo), continuità tecnica (levare e fondere come alfabeti ancora vivi), ricodifica della tradizione (una figura che riapre il mito senza irriderlo). Anche la dimensione mediatica della David — dal viaggio sulla Vespucci alla discussione online — è registrata come dato di realtà, non come cornice spettacolare.

Ne risulta un racconto asciutto e coinvolgente: la mano che imprime, la figura che tenta l’uscita, il mito che si riaccende nel bronzo. In questo teatro, che stratifica secoli di sguardi, Jago lavora per sottrazione di retorica e precisione di ritmo. La scultura torna a essere ciò che è sempre stata quando incontra l’architettura e il paesaggio: un atto di presenza che tiene insieme idea, procedimento e materia.l presente, senza eccedere in retorica né in spettacolarità.

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