Ci sono immagini che sembrano affiorare lentamente dalla materia, come certi ricordi infantili o adolescenziali, che riemergono dal fondo della nostra memoria a sprazzi, quasi fossero avvolti in una nebbia sottile. Una sensazione analoga si prova entrando in Shades, la nuova mostra di Giorgio Tentolini alla Galleria Ravagnan, dove volti e figure appaiono e scompaiono davanti allo sguardo in un continuo gioco di trasparenze, ombre e vibrazioni luminose. Da anni Tentolini lavora su un territorio ambiguo e affascinante, sospeso tra pittura e materia, tra immagine e dissolvenza. Le sue opere, costruite attraverso stratificazioni di rete metallica e tulle, non impongono mai una visione immediata: chiedono piuttosto tempo, distanza, movimento. È l’occhio dello spettatore a completarle davvero, a mettere insieme frammenti, vuoti, interferenze, come accade oggi davanti alle immagini digitali che scorrono continuamente sui nostri schermi, instabili e sfuggenti. L’immagine non appare mai completamente definita: cambia a seconda della distanza, del movimento dello spettatore e della luce che attraversa i materiali. Il titolo Shades richiama innanzitutto il processo tecnico che caratterizza il lavoro dell’artista. Le reti metalliche e il tulle modulano infatti la luce creando ombreggiature progressive, quasi vibrazioni ottiche, che costruiscono lentamente l’immagine. Ma “shades” significa anche sfumature, gradazioni, tonalità. I fondali colorati, dal bianco al verde acqua, dal rosa pallido al blu intenso, contribuiscono a creare una sorta di pittura senza pigmento, fatta di trasparenze e percezioni atmosferiche.

In questo senso, il dialogo con la tradizione veneziana appare particolarmente significativo. La luce, elemento fondamentale nella pittura di Tintoretto e Tiziano, torna qui come dispositivo capace di costruire lo spazio e modificare continuamente la visione. Nelle opere di Tentolini, però, la luce non stabilizza l’immagine: al contrario, la rende instabile, mobile, quasi sul punto di apparire o dissolversi. La mostra mette inoltre in relazione riferimenti alla statuaria classica e immagini generate tramite intelligenza artificiale. Nei lavori delle serie Pagan Poetry, In Too Deep e Derealized, convivono infatti corpi ispirati all’antico e volti sintetici privi di una reale identità o memoria. Da una parte l’ideale classico, radicato nella materia e nella storia; dall’altra immagini algoritmiche costruite come combinazioni di dati, senza origine precisa. È proprio in questa tensione che si sviluppa uno degli aspetti più interessanti della ricerca di Tentolini: la riflessione sull’immagine contemporanea e sulla sua progressiva smaterializzazione. La rete metallica diventa quasi una metafora della struttura digitale attraverso cui oggi le immagini vengono prodotte e diffuse, mentre il tulle introduce una dimensione fragile e impalpabile, fatta di trasparenze e apparizioni.

Anche le altre serie presenti in mostra sviluppano questa ambiguità percettiva. In La Nymphe, figure femminili ornate di elementi floreali emergono come apparizioni sospese tra mito e simulazione. Le ninfe evocano archetipi della tradizione classica, ma sono allo stesso tempo generate attraverso processi contemporanei, creando uno scarto continuo tra memoria culturale e artificio tecnologico. Le figure danzanti di L’Éclectique introducono invece una riflessione sull’identità come processo mutevole e instabile. I corpi, fluidi e indefiniti, sembrano sottrarsi a qualsiasi classificazione univoca, trasformandosi continuamente nello spazio dell’immagine.

L’allestimento accompagna questa dimensione percettiva alternando grandi formati e opere più intime lungo un percorso che invita il visitatore a spostarsi continuamente. La visione diventa così un’esperienza attiva: le immagini non si impongono immediatamente, ma richiedono tempo, attenzione e movimento. Con Shades, Tentolini costruisce una riflessione poetica e attuale sullo statuto dell’immagine nell’epoca contemporanea, sospesa tra materia e simulazione, memoria e artificio, presenza e dissolvenza. Una ricerca che trova nel contesto veneziano una risonanza particolarmente efficace, facendo della luce e dell’instabilità percettiva i veri protagonisti della mostra.




