Giovanni Gaggia è un artista e performer la cui ricerca intreccia da anni memoria, corpo e impegno civile, traducendo in gesti poetici le urgenze del presente. Nelle sue opere, l’arte diventa un linguaggio politico, ma sempre intimo, costruito attraverso pratiche collettive, lente e condivise.
La sua ultima mostra, Com’è il cielo in Palestina?, ospitata alla Casa della Memoria di Milano e curata da Susanna Ravelli, si inserisce in questa linea di pensiero: un progetto partecipativo che nasce da una domanda semplice ma universale e si trasforma in un grande arazzo di voci e fili intrecciati. In questa conversazione, Gaggia racconta come l’arte possa ancora farsi atto di resistenza, di solidarietà e di ascolto — un modo per guardare in alto, insieme.

Il progetto “Com’è il cielo in Palestina?” nasce da una domanda semplice ma potentissima. Com’è nata l’urgenza di porla e cosa significa per te trasformarla in un’opera collettiva, condivisa da tante mani e voci diverse?
Iniziavo a lavorare al progetto per la mostra L’Oro Blu, a cura di Leonardo Regano, al Museo dei Bronzi Dorati e della Città di Pergola, nell’ambito di Pesaro 2024 – Capitale Italiana della Cultura. Si trattava di dare contenuto a una cornice settecentesca. Studiandone la storia, scoprii che in precedenza era collocata nella chiesa del piccolo cimitero locale, dove campeggia una tela con al centro la Madonna e, ai suoi piedi, San Paolo che scrive. Da lì ho iniziato a riflettere sul processo di evangelizzazione, immaginandone uno inverso: un percorso che andasse da una parte del mondo all’altra. Nello stesso periodo avveniva l’attentato del 7 ottobre in Israele e dunque ho sentito l’urgenza di formalizzare e cominciare a raccontare collettivamente una storia che affonda le sue radici molto più lontano.
L’urgenza è nata da un bisogno di ascolto, in un momento storico in cui l’umanità sembra persa. L’opera d’arte diventa un modo per fare spazio al silenzio riflessivo. Ho scelto una domanda semplice ma diretta, capace di destare le persone: “Com’è il cielo in Palestina?”.
È necessario, per me, guardare verso l’alto e questa domanda esplicita il bisogno di condividere qualcosa che accomuna tutti, in qualsiasi luogo e in qualsiasi condizione. Trasformarla in un’opera collettiva è stato un atto politico: credere nel potere del fare insieme, nel ricamo come gesto relazionale, e nella possibilità che tante mani – diverse per provenienza, età ed esperienza – tentassero di costruire un orizzonte comune.

Il ricamo è un linguaggio intimo e lento, quasi un atto di resistenza in sé. Cosa accade, secondo te, quando la manualità incontra la testimonianza diretta del dolore e della speranza? È possibile “ricamare” anche la memoria e la solidarietà?
È un atto di resistenza fisica e concettuale, atecnologica: punto dopo punto, storia dopo storia.
Ricamare per lasciare memoria mi appare oggi come un’urgenza. Ancora di più in un tempo in cui la parola pace è abusata, svuotata, violentata, usata come scenografia. Il mio ricamare è prendere posizione, senza se e senza ma, in modo chiaro e netto. Senza urla, ma con la forza del pensiero manifesto.
Quando si ricama insieme, il filo non unisce solo il tessuto: ha il potere di intrecciare le storie e costruire una grande narrazione condivisa, aperta a infinite possibilità. Il gesto lento e ripetitivo diventa una forma di meditazione, in parte anche una sublimazione del dolore. È un modo per restare vigili, per non voltarsi dall’altra parte.
Ogni punto è un atto di presenza, una dichiarazione di consapevolezza: “io ci sono”, “io ascolto”, “io ricorderò”.
E in questo caso, io sono solidale con la causa.

Alla Casa della Memoria hai scelto di coprire gli archivi verticali, un gesto forte e simbolico. Come si lega questo atto alla tua riflessione sulla manipolazione della storia e sull’urgenza di una memoria attiva nel presente?
La Casa della Memoria accoglie ANED, AIVITER, ANPI, l’Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969 e l’Istituto Nazionale Ferruccio Parri. Ho voluto oscurare la memoria di ciò che ha dato origine alla nostra Costituzione e alla democrazia con le risposte arrivate dalla Palestina.
È un gesto che si interroga sul nostro modo di guardare l’attualità, di prestare attenzione ai racconti e alla propaganda. Ci ricorda quanto sia importante la memoria che spesso consideriamo qualcosa di statico e certo, custodita in un archivio, quando invece deve restare viva e vigilante. La storia non può e non deve essere manipolata.
Quel gesto invita a riscoprire la memoria non come semplice documento, ma come responsabilità. Gli archivi verticali della Casa della Memoria custodiscono storie che ci riguardano tutti: ogni atto di memoria implica una scelta di sguardo, dunque una forma di impegno.

“Com’è il cielo in Palestina?” è un progetto che viaggia, cresce, si moltiplica. Dopo Milano, quali direzioni immaginate per questo archivio vivente e che tipo di dialogo speri possa continuare ad aprire tra le comunità che lo accolgono?
Si divide, raggiunge più luoghi possibili, cambia forma: questo progetto non appartiene più solo a me, ma a chi ha scelto di partecipare, di metterci le mani, le parole, il tempo. A chi lo espone, a chi lo custodisce. Dopo Milano, viaggerà come un organismo vivo, capace di raccogliere nuovi cieli, nuove storie, nuove voci. Raggiungerà Nuoro, mentre a Milano si concluderà con un talk curato da Jacopo Tondelli che coinvolgerà voci importanti. Poi approderà a Torino per la Settimana dell’Arte, dove rifletteremo sull’importanza della cultura in tempi di crisi.
Mi piacerebbe che ogni tappa diventasse un luogo di incontro, di scambio, di ascolto reciproco. Il cielo in Palestina non è poi così lontano dal nostro: qualcuno mi ha scritto, “ricamando, è anche il mio cielo”. Attraverso il ricamo, attraverso l’arte, possiamo forse costruire un ponte di empatia che superi i confini. In molte delle risposte, nonostante tutto, la parola speranza torna spesso. È un promemoria prezioso: la memoria va protetta, coltivata, condivisa.





