Inaugurata sabato 23 maggio al MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, resterà aperta fino al 27 settembre, accogliendo i visitatori in una dimensione paradossalmente arcaica e contemporanea. Curata da Stefano Raimondi, direttore artistico del museo, l’esposizione è la prima mostra monografica museale dedicata all’artista.
Nata nel 1991, Giulia Mangoni è un’artista italo-brasiliana, originaria di Isola del Liri, comune in provincia di Frosinone. La sua pratica è radicalmente legata al concetto di memoria e identità, nello specifico di comunità decentralizzate e poco conosciute che decostruisce e riattualizza nel contesto contemporaneo. Non è raro che Mangoni si avvalga per la realizzazione di molte sue opere, del contributo della collettività, spesso artigiani locali, disincarnando il concetto di artista distante dalla vita quotidiana delle persone.
Nella mostra, i quattro piani del museo, diventano sedimentazioni autonome ma interdipendenti, la cui narrazione non solo costituisce la geografia del nostro territorio, ma dà valore all’invisibile, in una concezione della storia come custodia di memorie. Dai sistemi artigianali e simbolici, a quelli naturali e industriali, Giulia Mangoni rappresenta ogni sfaccettatura del reale. L’approccio dell’artista non è però nostalgico e conservatore, non idolatra infatti un passato inesistente, ma è al contrario ben consapevole della bellezza del tempo presente, senza dimenticarsi però delle proprie radici.
Per Stratigrafie del Vivente, il MAC di Lissone ci accoglie ancora prima di entrare con un grande wall painting, impronta stilistica che ritroveremo anche all’interno delle sale museali. Le grandi vetrate accolgono l’immagine di una finestra in un’opera variopinta, creando uno sfondato continuo tra il reale e il pittorico. La percezione del visitatore cambia già sulla soglia, catturando lo sguardo anche di chi è solo di passaggio.

“Non so mai come va a finire un wall painting, – racconta l’artista – l’unica cosa che so sono i parametri del gioco.” Evitando l’utilizzo di disegni preparatori in questo tipo di opere, Mangoni si lascia trasportare dalla narrazione, attraverso tratti rapidi e gesti decisi che rendono viva la composizione. Esattamente come nella vita, anche nelle opere della giovane artista, non esistono schemi prestabiliti ma un susseguirsi di eventi che trasformano l’idea di partenza.
Già vincitrice del Premio Lissone 2021, Giulia Mangoni porta avanti in quest’esposizione, una profonda connessione con la collezione storica del museo, entrando in dialogo soprattutto con le opere di Gino Meloni. Al primo piano, una piccola tela del celebre artista lombardo, ritrae una tipica ambientazione brianzola. “Mi sembrava interessante includere il paesaggio del luogo in cui siamo all’interno della mostra, attraverso l’opera di qualcuno che ha lavorato con il proprio territorio.”
In una relazione tra passato e presente – che non si basa sulla simbiosi ma sulla sintonia – il dialogo con le opere della collezione permanente del MAC, rende disponibile a cittadini e non, la libera fruizione del proprio patrimonio territoriale, attraverso una chiave di lettura alternativa.
A rendere unica la ricerca artistica di Giulia Mangoni è la congiunzione tra il primordiale e la realtà contemporanea. Si tratta di due concetti apparentemente agli antipodi ma la cui relazione non è altro che lo specchio della nostra condizione socio-culturale. “Io credo che il quadro debba trasmettere qualcosa di archetipo che vada oltre la parola” come nell’opera del 2024, Un Giotto a Boville. La sovrapposizione dei personaggi, appartenenti alla cristianità, dà vita a una composizione in cui lo spettatore cerca di riconoscere la provenienza dei protagonisti. La testa di un cavallo, realizzata su ispirazione della maniglia di una chiesa giottesca, fa capolino tra il gruppo, sbucando furtivamente come nascondendosi allo sguardo del pubblico. Le figure rappresentate da Mangoni si ritrovano nell’opera come in una sorta di pellegrinaggio verso il suggestivo borgo medievale di Boville. La Ciociaria si anima quindi di santi e icone religiose provenienti da altri quadri, tutti riuniti in un’unica immagine. L’artista prima della realizzazione dell’opera ha infatti disegnato moltissime figure religiose, rappresentate nei quadri di alcune chiese italiane. Il pellegrinaggio che compiono i personaggi rende omaggio al territorio della Ciociaria, arroccato sui monti Ernici.

In tutte le opere di Giulia Mangoni siamo immediatamente immersi in una dimensione che viene istintivamente percepita come casa. Il panorama italiano non è infatti dipinto come stereotipato o come fantoccio di una realtà inesistente, ma al contrario le piccole quotidianità si riprendono lo spazio che gli è stato spesso negato. Più volte dimenticate o marginalizzate, piccole realtà artigianali e locali, hanno subito un esilio dal tempo presente, relegate a un passato che non gli è proprio. A dimostrazione che la realtà di oggi non è solo quella globalizzata, attività e piccole produzioni sul territorio non sono più stereotipi di tradizioni romantiche, ma rivendicano grazie all’artista la loro legittima appartenenza alla contemporaneità. Un esempio è l’azienda agricola Il Gallo Larino, da quasi quindici anni, un allevamento di animali in via di estinzione nel basso Lazio, con cui l’artista collabora da un paio di anni. Si tratta del più numeroso allevamento di Pecore Quadricorna al mondo. Allo stesso modo degli artigiani, anche gli allevatori sono portatori di saperi locali, attraverso la preservazione di una conoscenza che andrebbe altrimenti perduta. Al piano interrato del museo, compare infatti l’opera pittorica Composite I: La Pecora Quadricorna, del 2023, oltre che Composite II: L’Olio Selvatico, ritratto del nonno di uno degli allevatori che porta avanti la raccolta delle olive secondo una tradizione secolare.
Le persone e le loro storie sono al centro della ricerca artistica di Giulia Mangoni, che affascinata, le interroga sulla loro quotidianità e modo di vivere. Il contatto con la terra, la tradizione e la narrazione di memorie ancestrali, rende il suo lavoro vivo e pulsante, desideroso di farsi partecipe della vita altrui, in uno scambio infinitamente continuo.
“Il mio lavoro nasce dall’osservazione del paesaggio e di chi lo abita; non come qualcosa da guardare a distanza, ma mediante un ascolto partecipe.”


