Giovedì 20 novembre 2025, nella Sala Azzurra di Palazzo Litta a Milano, si tiene un incontro che segna una tappa rilevante nella riflessione sull’arte digitale in Italia. Giuliana Cunéaz, tra le figure più coerenti e radicali della scena contemporanea, dialoga con la curatrice Chiara Canali per ripercorrere un corpus di opere che mette in tensione scienza e immaginazione, patrimonio e innovazione, realtà aumentata e memoria fisica. L’occasione coincide con l’esposizione, al Museo Archeologico Nazionale della Lomellina di Vigevano, dell’opera Matter Waves Unseen (2013), parte del progetto Wunderkammer digitale a cura di Piero Mezzabotta.
Il lavoro di Cunéaz si muove lungo una linea di frontiera: da un lato, la tradizione della camera delle meraviglie — spazio di raccolta, collezione e osservazione — dall’altro, la ricerca sulle forme digitali e sulla loro possibilità di incarnare nuove narrazioni. L’opera esposta a Vigevano è una scultura multimediale stratificata, in cui elementi reali e virtuali convivono in un delicato equilibrio: piccole sculture in argilla madreperlata affiorano da un fondo sabbioso, mentre su uno schermo centrale scorrono animazioni 3D in cui la terra, intesa come organismo vivo, produce e trasforma reperti immaginari.
È un sistema che mette in discussione le logiche di conservazione e stabilità proprie del museo archeologico, sostituendole con un principio generativo e instabile. L’opera non mostra ciò che è stato, ma ciò che potrebbe essere. Gli oggetti digitali che emergono sono frammenti in divenire, tracce di futuri possibili che assumono la forma ambigua del fossile. In questo senso, Matter Waves Unseen non è un semplice esercizio estetico, ma un’ipotesi su come il digitale possa interrogare lo statuto dell’antico, rendendo visibile la materia latente della memoria.
Parallelamente, Cunéaz prosegue il suo lavoro su scala microscopica con l’opera Microcrystals Dream (2022), in cui l’invisibile diventa territorio visivo. Partendo da dati scientifici reali e immagini al microscopio elettronico, l’artista genera ambienti immateriali e mutevoli in cui la materia appare in costante trasformazione. Qui, l’elemento tecnologico non è spettacolare, ma intimo. Il digitale si fa fragile, organico, in continuo processo di aggregazione e dissoluzione. L’effetto non è tanto immersivo quanto sensoriale: lo spettatore è chiamato a osservare una materia che non può essere toccata, ma che pulsa e respira.
Il dialogo tra queste opere si inserisce in un percorso critico coerente che Cunéaz costruisce da oltre un decennio, all’interno di una ricerca profonda sul confine tra reale e virtuale. I suoi lavori non illustrano la scienza, ma la usano come linguaggio visivo. La tecnologia diventa uno strumento per costruire una nuova relazione tra corpo e immagine, tra osservazione e partecipazione, tra tempo archeologico e tempo digitale.
Nel contesto della mostra Wunderkammer digitale, l’inserimento di Matter Waves Unseen in un museo archeologico assume un valore preciso: non si tratta solo di introdurre nuove tecnologie all’interno di spazi storici, ma di ridefinire il modo in cui il passato può essere percepito. L’opera non è un’interferenza, ma una lente che rende visibile l’instabilità della memoria e la porosità del tempo.
Questa operazione si rafforza grazie al ruolo istituzionale del Museo Nazionale dell’Arte Digitale, che per la prima volta presenta una propria opera in collaborazione con la Direzione Regionale Musei della Lombardia. È un gesto significativo, che apre alla possibilità di una progettualità condivisa tra istituzioni e linguaggi, in cui l’arte digitale non è accessorio ma strumento di rilettura.
Giuliana Cunéaz si muove con rigore tra i linguaggi del 3D, della mixed media art, dell’animazione, della scultura e della performance. Le sue opere non si pongono al centro del dibattito sulla “nuova arte” tecnologica, ma lo abitano da dentro, con consapevolezza e distanza critica. In un momento in cui il digitale rischia di diventare formula o estetica, Cunéaz ne rivendica il potenziale visionario e poetico. Non mostra il futuro: lo costruisce con la pazienza di chi sa che ogni immagine è un archetipo da disinnescare e reinventare.
A Palazzo Litta, il confronto con Chiara Canali non è celebrazione ma scavo, come quello evocato nell’opera: il tentativo di riportare alla luce, tra sabbia e luce, tra pixel e argilla, un’idea di arte capace di riformulare il senso stesso dell’esistenza. E in questo, la sua wunderkammer digitale è forse una delle immagini più attuali — e necessarie — dell’arte contemporanea.





