Cinquant’anni di attività rappresentano un passaggio significativo, ma anche un momento delicato, in cui il rischio è quello di trasformare la celebrazione in un esercizio autoreferenziale; Susanna Orlando sceglie invece di orientare questo anniversario verso una dimensione più attiva e progettuale, aprendo le celebrazioni della galleria con Giuseppe Chiari attraverso “YES WE FLUXUS! Party Chiari & amicizie Fluxus”, a cura di Paolo Emilio Antognoli, che prende avvio simbolicamente con l’appuntamento di sabato 4 aprile 2026, evitando consapevolmente la costruzione di una mostra storica in senso tradizionale e privilegiando una formula capace di attivare relazioni, presenze e dinamiche condivise.
Il progetto parte da un nucleo preciso: 16 opere inedite, recuperate da un atelier fiorentino frequentato dall’artista. Non è un dettaglio secondario. Più che costruire un racconto completo, la mostra lavora per frammenti, lasciando emergere un Chiari meno canonizzato e più operativo, quasi ancora in fase di lavoro.
Da qui si sviluppa un dialogo con altri artisti e performer, legati all’area Fluxus ma non solo. Il punto, però, non è tanto la lista dei nomi quanto il modo in cui le opere vengono messe in relazione. L’allestimento evita qualsiasi rigidità: niente cronologie, niente percorsi obbligati. Funziona piuttosto per accostamenti, per risonanze visive e concettuali che si attivano nello spazio.
Chiari, del resto, è un artista che difficilmente si presta a una lettura lineare. Musicista di formazione, è tra quelli che – già nei primi anni Sessanta – hanno iniziato a mettere in discussione l’idea stessa di musica come sistema chiuso. La partitura, nel suo lavoro, smette di essere uno spartito da eseguire e diventa un dispositivo aperto: frasi, istruzioni, segni grafici che invitano all’azione più che alla riproduzione.
È qui che il suo ingresso in Fluxus trova senso, ma anche limite. Chiari condivide con quel contesto l’attenzione per il gesto, il caso, l’improvvisazione. Ma mantiene una specificità tutta sua, legata alla scrittura e al segno. Le sue azioni musicali – con pianoforti suonati, spostati, chiusi o semplicemente evocati – non cercano tanto di “fare musica”, quanto di ridefinire cosa possa essere un atto musicale.
In mostra questo aspetto emerge con chiarezza, soprattutto nella sua musica visiva. I fogli con scritte come “La musica è facile” o “L’arte è facile” funzionano ancora oggi con una precisione disarmante. Sembrano affermazioni semplici, quasi ingenue, ma contengono una presa di posizione netta contro la sacralizzazione dell’arte e della competenza.
Il rischio, in operazioni di questo tipo, è sempre quello di trasformare Fluxus in una categoria storica rassicurante. Qui invece si prova a evitarlo. Il dialogo con gli altri artisti non serve a contestualizzare Chiari, ma a metterlo in tensione, a far emergere analogie e differenze senza spiegarle troppo.
Anche la componente performativa si muove su questa linea. Gli interventi di Eugenio Sanna e Davide Lucchesi non sono un accompagnamento, ma una prosecuzione del lavoro. L’improvvisazione entra nello spazio e lo modifica, rendendo la mostra qualcosa di meno stabile, più attraversabile. Il riferimento a Suonare la stanza è esplicito, ma non didascalico. L’idea è semplice: lo spazio non è solo contenitore, ma parte attiva dell’esperienza. Le opere, i suoni, le presenze convivono senza gerarchie evidenti, costruendo una sorta di ambiente in movimento.
Quello che funziona davvero è che la mostra non cerca di spiegare Chiari, né di attualizzarlo forzatamente. Si limita a rimetterlo in circolo. E in questo senso la scelta di partire da Firenze non è solo biografica: è un modo per riportare il discorso in un luogo concreto, senza trasformarlo in un’operazione astratta.


