Questo è il momento storico per tornare a porre attenzione all’arte realista di Giuseppe Graziosi, nato a Savignano sul Panaro nel 1879, per la sua sorprendente versatilità nelle arti figurative e la maestria nelle tecniche della scultura, della fotografia, della pittura e dell’incisione. Il suo interesse per la dimensione sociale e i suoi studi sul corpo, sul lavoro e sul paesaggio emergono già nel 1898 con l’iconica scultura Figlio della gleba, presentata all’Esposizione Nazionale di Torino. Due anni dopo, con Il fonditore, ottiene la medaglia di bronzo all’Esposizione Universale di Parigi. Nel 1903 presenta alla Biennale di Venezia l’Automa, un corpo definito dal lavoro e dalla ripetizione del gesto. A Venezia esporrà più volte, mentre la sua ricerca si apre anche al nudo femminile con La Lupa, Susanna e Bagnante. Susanna, esposta alla Biennale nel 1914, sarà premiata a San Francisco l’anno successivo. Parallelamente alla sua attività artistica, Graziosi intraprende un importante percorso nell’insegnamento. Nel 1914 viene nominato professore aggiunto di Plastica della figura all’Accademia di Belle Arti di Firenze e, nel 1915, professore titolare della stessa disciplina alla Reale Accademia di Belle Arti di Milano. Nel 1924 sarà titolare della cattedra a Napoli, per tornare nel 1926 all’Accademia di
Firenze. Sono anni nei quali Graziosi è pienamente presente anche sulla scena espositiva italiana. Nel 1919 la Galleria Pesaro di Milano gli dedica la prima mostra personale, mentre nel 1924 la XIV Biennale di Venezia gli riserva una mostra dedicata, con opere come Diana, All’opera, Suonatrice ambulante, Nei campi, Massaia, Bagnante e San Francesco.
Il rapporto con Modena rimane costante e negli anni Trenta la sua scultura entra direttamente nello spazio della città. Nel 1938 viene inaugurata in Largo Garibaldi la Fontana dei due Fiumi, realizzata in occasione dell’entrata in funzione del nuovo acquedotto cittadino. Le due figure in bronzo rappresentano il Secchia e il Panaro: una figura maschile versa l’acqua da un orcio, mentre quella femminile porta sulla spalla un fascio di spighe. Anche qui ritornano alcuni elementi essenziali della sua ricerca: il corpo, l’acqua, la terra e i suoi frutti.

Nello stesso periodo Graziosi realizza altre opere pubbliche che contribuiscono a imprimere il suo segno nel paesaggio urbano di Modena. Al Mercato Albinelli la Portatrice di frutta riporta la figura umana all’interno di un luogo legato al lavoro e alla vita quotidiana; in piazza San Francesco realizza invece la fontana dedicata al santo. A queste si aggiungono il Putto con l’oca e altri interventi che rendono ancora oggi visibile la sua presenza attraversando la città. Una parte importante della sua produzione è conservata nella Gipsoteca Giuseppe Graziosi, all’interno del Palazzo dei Musei di Modena. Il nucleo della raccolta nasce dalle donazioni dei figli dell’artista, Paolo Graziosi e Rosetta
Graziosi Vespignani, che affidarono alle collezioni civiche opere grafiche, sculture in gesso e dipinti. La Gipsoteca, istituita nel 1984, conserva modelli e bozzetti che permettono di avvicinarsi al processo creativo dell’artista e alla materialità del suo lavoro. Giuseppe Graziosi ha saputo cogliere e interpretare, attraverso l’osservazione della realtà, la chiave del suo tempo: il lavoro, racchiudendo nella propria opera, con le proprie mani e la propria forza, la stessa potenza dei corpi e del loro movimento. Lo stesso avviene nelle sue fotografie, immagini che oggi sono anche un archivio storico della memoria della vita contadina, ormai in gran parte sostituita dalle macchine.

La fotografia è per Graziosi un altro mezzo di studio della realtà che ritroviamo nelle sue sculture e nei suoi dipinti. Attraverso l’obiettivo ferma la postura dei soggetti e il rapporto tra un corpo e lo spazio che lo circonda. Le sue fotografie ci restituiscono il mondo e il paesaggio dei primi del Novecento, l’attività contadina con i suoi rituali, il modo di impugnare uno strumento, di piegare il corpo durante il lavoro, di portare un peso, raccogliere, seminare. Azioni che appartenevano a un sapere costruito attraverso la ripetizione e l’esperienza e che veniva tramandato da una generazione all’altra. Le mani dei suoi soggetti lavorano la terra, sostengono pesi e utilizzano strumenti; quelle dell’artista modellano il gesso, incidono una superficie, disegnano e trasformano la materia. La manualità di chi viene rappresentato incontra così quella di chi lo rappresenta e, in entrambi i casi, il gesto contiene esperienza, conoscenza e memoria.
Nell’epoca dell’AI generativa, in cui un’immagine appare in pochi secondi e in cui il gesto non è più necessariamente parte della costruzione dell’immagine, la sua opera ci riporta alle mani: quelle dei lavoratori e quelle dell’artista che modella, incide e disegna.
È proprio nel confronto con il presente che la sua arte diventa più che mai dirompente, restituendo valore alle azioni e richiamandoci a un gesto profondamente umano: continuare a sporcarci le mani.



