L’arte contemporanea ha smesso di scrivere manifesti. Nel 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblicava sulle pagine di “Le Figaro” il Manifesto del Futurismo, un testo pensato per incendiare il dibattito pubblico. Oggi gli artisti continuano a interrogarsi sul presente, ma dove sono finiti i manifesti e cos’è cambiato?
Tra le recenti mostre, a Bologna, l’esposizione “Futurismo e Ritorno all’ordine”, nelle sale espositive di Casa Saraceni, offre l’occasione per una riflessione proprio sulla fine dei manifesti artistici e sul nuovo volto dell’arte contemporanea. Proprio qui assistiamo a un dialogo che attraversa uno dei momenti più intensi dell’arte italiana del Novecento. Da una parte c’è il Futurismo, con il suo entusiasmo per la velocità, la macchina e la modernità, dall’altra il Ritorno all’ordine, che recupera equilibrio, misura e memoria della tradizione. La mostra non mette semplicemente a confronto due linguaggi ma anche due modi opposti di immaginare il futuro. È proprio osservando questo confronto che emerge una domanda sorprendentemente attuale: oggi sarebbe ancora possibile la nascita di un movimento come il Futurismo?

I manifesti, nel corso della storia, sono stati strumenti di confronto, di scontro e di riconoscimento pubblico, con una forte posizione nei confronti della storia, della politica, della società e dell’arte stessa. Forse emergeva il fatto che ci fossero prima le idee e poi le opere. Ad oggi nessuno sembra più voler fondare un movimento artistico capace di riunire una generazione attorno a un’idea condivisa, questo meccanismo sembrerebbe essersi dissolto.
Se la mostra di Bologna mette in evidenza quei movimenti riconoscibili, dotati di un’identità e di un orizzonte culturale preciso, pur nella loro diversità, oggi, invece, la scena artistica appare molto più fluida. Gli artisti si riconoscono in tematiche più che in poetiche comuni: la partecipazione, la sostenibilità, il rapporto con il territorio, la ricerca o l’impegno sociale diventano punti di incontro ma senza trasformarsi in manifesti. Il Novecento cercava spesso risposte universali mentre il presente sembra preferire domande aperte e prospettive differenti. Forse è semplicemente diverso e il cosiddetto “movimento” risulta solamente più frammentato, ma ciò non significa che sia scomparso.
In questo senso, la mostra di Casa Saraceni può essere letta anche come un invito a riflettere su ciò che è cambiato nel modo stesso di immaginare il ruolo dell’artista nella società. Gli artisti di oggi preferiscono costruire relazioni, aprire interrogativi, attraversare discipline diverse senza sentirsi vincolati a un’etichetta. Non c’è più un unico testo firmato da un gruppo di artisti, ma ci sono tanti artisti e altrettante voci, ci sono le opere, i progetti e i collettivi che, giorno dopo giorno, ridefiniscono il rapporto tra arte e società.




