Goliarda Speranza è il nuovo pretesto di Martone: “Fuori” ci racconta il carcere invisibile della società

Mario Martone pesca, e lo fa tra i dimenticati, i denigrati, tra quelli a cui serve una seconda vita. Le storie che più hanno da raccontare ci dicono le cose di cui abbiamo paura, ci narrano ciò che spesso non è convenzionalmente accettato. E consentono, al tempo stesso, di mantenere quel misero distacco dal problema di cui non vogliamo sentir parlare. Una piccola trincea radical chic entro cui sentirsi protetti, tanto abbastanza da poter esprimere la nostra opinione a distanza di sicurezza.

E Goliarda Sapienza è  una dimenticata per eccellenza. Una vita disorientata, un’esperienza disorientante. Martone ci riporta con “Fuori” agli eventi della sua vita con una serie di flashback durante la narrazione principale, quella degli anni ’80. Eppure non sono chiarissimi, non sono proclamati né esplicitati: arrivano rapidi, si mischiano alla realtà, sfocati come la nebbia in cui fluttua la protagonista. Dei sette elettroshock di cui oggi descriviamo l’inquietudine, se ne giustificava all’epoca il beneficio, nell’intento di correggere il suo tentativo di suicidio piuttosto che la sua depressione.

Approda poi alla scrittura come si arriva ad un’inevitabile medicina, che è al tempo stesso guarigione e prova della malattia stessa. La creatività che prima le regala il respiro glielo sottrae poi, in un susseguirsi infinito di fioritura e inaridimento. Molte le opere rifiutatele dalle case editrici, tra cui “L’arte della gioia”. Valeria Golino, che nel film le presta volto, voce, corpo e anima, ne recita un ipotetico pensiero: “Solo da un morto gli italiani accettano di essere contraddetti”, criticando il sistema intellettuale del paese, troppo fragile per essere scosso dalla cronaca delle verità sporche e minacciose, ma sempre pronto all’incoerenza della pietas politicamente corretta.

Presentato al Festival di Cannes che si è concluso lo scorso 24 maggio, “Fuori” si concentra in particolare sugli effetti dell’esperienza della scrittrice in carcere. Ma se “L’Università di Rebibbia” era un racconto autobiografico di quel preciso momento, per Martone parlare di Goliarda Sapienza è più un pretesto: talvolta sparisce infatti dalla storia stessa, ce la dimentichiamo per un po’, intenti a seguire il personaggio di Roberta (Matilda  De Angelis): è lei il motivo per cui accade quella che noi chiamiamo trama, una maledizione per l’affannata scrittrice cinquantenne che le sta dietro a fatica, dimenticando di essere la protagonista della sua stessa vita, fautrice della sua stessa esistenza. Pare non trovare mai posto, mai collocazione, tacciata di avere il punto di vista di una privilegiata, di utilizzare dolori e scomodi vissuti unicamente per la sua penna, come un antropologo nella sua osservazione partecipante.

Eppure quello di Martone è un sottile ammonimento. Alla mancata considerazione, a quella cura che a volte dimentichiamo di mostrare. Il sintomo di una società in cui già all’epoca le donne chiedevano pietà. Alcune con un silenzio sordo, un carattere mite ma testimonianze mitologiche, come Goliarda. 

Altre, come Roberta, non potevano fare altro che gridarlo, a tutti. È solo che se non vieni ascoltata, finisci per perdere la voce. 

Entrambe le donne con cui ha condiviso il carcere non sanno più trovare il cielo. Non lo vedono, neanche quando sono “fuori”, in libertà. Ed è proprio questa costrizione mentale che regala a Goliarda il ricordo più dolce della sua vita. E ne giustifica l’attaccamento morboso. Nella profumeria di Barbara (Elodie), la scrittrice si perde e si ritrova. Effettua una lunga doccia, mentre le altre due litigano. Bloccata in un universo momentaneamente parallelo, compie quasi un’aspersione, per lavarsi – e levarsi – di dosso ricordi che la attirano e nauseano allo stesso tempo. Non c’è bisogno di essere in prigione per sentirsi privati della propria libertà. È spesso la società stessa a recludere, ingabbiare, soffocare. Ed è nella condivisione di quell’esperienza a Rebibbia che la scrittrice trova la sua dimensione: esprimersi senza filtri e libera da condizionamenti le dona finalmente l’aria di cui ha bisogno per respirare. 

Non parliamo dell’amore, di omosessualità, di baci rubati in scene ben più profonde. Vi si nascondono traumi, pensieri, dolori che non trovavano – e forse ancora non trovano – esternazione né licenza di esistere. Il film di Martone si conclude con la clip dell’intervista del 1983, da parte di un paternalistico Enzo Biagi che prova a mettere in difficoltà Goliarda Sapienza. Possibile che qualcuno ami andare in carcere? Ma il punto è che le donne sono già abituate alla repressione, risponde ferma lei. È per questo che il carcere femminile nasconde un microclima dove c’è meno violenza.  E lì il cuore batte più forte, al caldo. 

“Le ore del nostro presente sono già leggenda”, recita la scritta su un cavalcavia malandato di Roma. Con questa immagine, “Fuori” si conferma il film su Goliarda Sapienza, e contemporaneamente su noi tutti.

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Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta nasce a Napoli nel 1991. Studia Antropologia e Storia dell'arte, conseguendo la Laurea Magistrale presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Vince poi il concorso Generazione Cultura e frequenta la LUISS Business School. Dopo le esperienze di redattrice per Vesuviolive e Fanpage, cura nel 2018 la mostra "Forcella Reigns", di Francesca Bifulco e Alex Schetter, a Los Angeles. Ha collaborato al reparto cretivo e come art consultant delle gallerie d'arte Liquid art system. Nel 2023 pubblica il suo libro "Una limonata blu", edito da Guida Editori con la prefazione del Prof. Marino Niola.

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