Grande Bellezza addio. I palazzi storici romani smembrati e svenduti. Tra inchieste, sequestri e interrogazioni parlamentari

La Grande Bellezza sfiorisce, o meglio: si disperde, deflorata piuttosto che sfiorita, petali rari e preziosissimi che il Ponentino, innocente e profumato, solleva discreto e porta via, lontano dal vasto, bellissimo giardino segreto dei palazzi patrizi romani. Un decennio, l’ultimo trascorso, che ha visto una progressiva, sempre più rapida, e soprattutto, a quanto pare, inarrestabile spoliazione di beni culturali, artistici e antiquari da secoli protetti e custoditi, sia pure in forma privata, dai casati storici della Capitale. Nemmeno il diritto costituzionale in tema di beni culturali, dopo l’abolizione dello strumento del Fedecommesso, che imponeva alle proprietà obblighi legali di conservazione e tutela, ha strumenti idonei di protezione, pare, in caso di decisioni private in favore delle alienazioni. Per quanto sconsiderate e ferali possano essere, tali decisioni, non di rado prese sventatamente. O anche sotto l’effetto di colossali imbrogli.

Un servizio da tavola in maiolica europea assemblato, Sotheby’s, 19 January 2016, London, Of Royal And Noble Descent Including Works Of Art From Palazzo Sacchetti, Rome.

Proprio dalle sale di Palazzo Sacchetti, già del Sangallo, set del film oscar di Sorrentino, tra i più bei monumenti architettonici della via Giulia, affrescato nel 1542 da Salviati, era partita la depauperazione nel 2016, alienato dai proprietari – legittimamente si intende, ma non stiamo parlando di una palazzina anni Settanta di periferia. Si intende pure questo –, e spogliato, senza colpo ferire da parte della Soprintendenza (sempre in virtù di una giustificazione approvata di legittimità) degli apparati decorativi, che hanno arricchito i banditori londinesi di Sotheby’s (“Of Royal And Noble Descent Including Works Of Art From Palazzo Sacchetti, Rome” 19 January 2016). Sradicata pure la boiserie della biblioteca e strappati i simboli identificativi del blasone, quali il “Baldacchino Sacchetti“, uno dei simboli più emblematici del cerimoniale pontificio.

Un gruppo di pannelli araldici Sacchetti e un baldacchino, Sotheby’s, 19 January 2016, London, Of Royal And Noble Descent Including Works Of Art From Palazzo Sacchetti, Rome.

Di lì, e anche da prima per la verità, ma con regolare frequenza a partire appunto dall’ultimo decennio, la rincorsa delle aristocrazie romane discendenti e custodi della Grande Bellezza alle alienazioni del patrimonio, per non dire alle svendite a stock, quasi. È dello scorso 4 giugno la battitura all’asta web Wannenes, sede di Genova, di lotti a perdere (per il patrimonio nazionale) provenienti da palazzo Odescalchi, dopo secoli di residenza domestica in uno degli edifici più rappresentativi del Rinascimento e del Barocco romano, sede nobile della maggiore aristocrazia papalina, abitato dai Chigi, dai Colonna e poi dagli Odescalchi, attuali inquilini, da quasi un paio di secoli, progettato dal Bernini e dal Maderno, con affaccio su piazza Santi Apostoli e via del Corso, lungo l’infilata di magioni patrizie che ascende al Quirinale (pristina sede papale, appunto) da Piazza Venezia.

Marc’Antonio Franceschini (1648-1729) “Scena campestre”, appartenente alla collezione di Giulia Odescalchi e venduto a Trinity Fine Arte, Londra e poi rivenduto sul mercato americano, oggi a Washington.

Il palazzo contiene ancora (non visitabile) uno dei maggiori capolavori del Caravaggio, la Conversione di Saulo nella gigantesca versione originale su tavola di cipresso, che per fortuna non è ancora uscito di lì. Sono oggi visitabili e nella disponibilità del patrimonio pubblico, le due versioni successive su tela dell’opera.

 
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Conversione di san Paolo (o Conversione di Saulo), collezione privata Odescalchi, Roma

All’asta di giugno sono però andati, e sono da considerare solo come gli ultimi pezzi di un lungo elenco di tesori che nel corso degli anni hanno lasciato casa quasi vuota, numerosi dipinti antichi, tra cui pregevoli tele di Luca Cambiaso. Stando alle cronache recenti, da tempo il palazzo cede i propri capolavori di appartenenza secolare. Si sa di una crocifissione di Cimabue, di vedute vanvitelliane di Tivoli e Grottaferrata vendute da Sotheby’s, di Saturnino Gatti una Resurrezione (sotratto “da una camera da letto, privato dall’ingombrante cornice dorata per renderlo più agevolmente espatriabile”,venduto da Christie’s New York), di una scena campestre di Marcantonio Franceschini finita a Washington, di una Sacra famiglia di Gaudenzio Ferrari, di un Martirio di Lionello Spada, ceduti al mercato internazionale. E di un Carosello in villa romana, rinvenuto con un altro gruppo di opere a Londra.

Giovanni Battista Piranesi, Giovanni Battista Veduta del Palazzo Odescalchi, 1753

Ma è solo l’ultimo degli ammanchi patrimoniali dell’immenso giacimento d’arte che nei secolo aveva conservato la magione, la spoliazione prosegue da anni, tanto che il caso era finito anche all’attenzione del Parlamento italiano con almeno un paio di interpellanze al ministro, e di carattere bipartisan: la prima, nel 2020, firmata dall’onorevole Bruno Bosso del PD, per denunciare l’ingente messe di opere di Palazzo Odescalchi di interesse pubblico che da anni appaiono nelle aste internazionali e vengono esportate illegalmente (“avendo già venduto a Londra e New York diverse opere”, attestava l’onorevole Bosso, e “dal momento che “tutti gli episodi relativi a palazzi e a collezioni storiche romane, scompaginando un insieme di altissimo profilo culturale e storico, infliggono un duro colpo alla cultura capitolina…”, l’interrogante chiedeva “quali iniziative di competenza il Ministro interrogato” intendesse assumere, “a tutela del palazzo e delle importanti collezioni per scongiurare il danno irreversibile che si sta configurando sotto agli occhi di tutti da anni”, ndr). La seconda, due anni dopo, a firma della parlamentare di Forza Italia Marzia Ferraioli, che chiedeva conto al ministro Franceschini della sorte della statuaria e degli elementi decorativi, venduti o dispersi ”in spregio alle leggi e in particolare al codice dei beni culturali, che ne dovrebbero prevedere il recupero di tutte le sue componenti e la ricollocazione nel contesto originario”, si legge nel testo dell’interrogazione.

Saturnino Gatti, The Resurrection, cm 33×30,5.

Nonostante le attenzioni accorate dei rappresentanti popolari nelle istituzioni, l’azione della Soprintendenza risulta di fatto assente. Solo una minima parte delle opere disperse da Giulia Odescalchi, erede responsabile del patrimonio, è stata recuperata: ad esempio il taccuino con cento disegni di Pietro da Cortona e Ciro Ferri, sequestrato dalla Guardia di Finanza a Fiumicino mentre stava prendendo il volo clandestinamente, poi confiscato dallo Stato, oggi alla Calcografia Nazionale. Le forze dell’ordine avevano anche intercettato la vendita del bozzetto del monumento di Innocenzo XI in San Pietro, opera seicentesca di Carlo Maratti e Pierre-Étienne Monnot, e lo Stato ha acquisito coattivamente l’opera.

Il Crocefisso di Cimabue, un tempo a Palazzo Odescalchi, poi alienato.

A parte le eventuali, fortunate, ancorché certamente meritevoli azioni di contrasto poliziesco alle sconsiderate cessioni dell’erede Odescalchi, la vendita del patrimonio di famiglia, a valori infinitamente bassi rispetto al valore reale, prosegue incessantemente da anni, a cominciare, per quel che se ne sa, dal marzo 2010, a Nizza, Hotel des Ventes, con una intera asta dedicata.

il Modello per il monumento funebre di papa Innocenzo XI, di Carlo Maratti e Pierre-Étienne Monnot, del 1697, acquistata dallo Stato per scongiurarne l’alienazione a privati.

La principessa Odescalchi, oltre a liberarsi delle collezioni di capolavori (che dovrebbero ben essere di fruibilità pubblica), non ha mancato, durante il lungo ciclo di anni recentemente passati, di smembrare il palazzo di famiglia vendendo a prezzi da palazzine di periferia (4.500 euro al metro quadrato) lotti dell’edificio berniniano. Un esempio? Appartamento affrescato di 260 mq, con terrazzo da 190 mq, con affaccio sui giardini Colonna a poco più di un milione e mezzo di euro. Dopo un mese, rivenduto al doppio da spregiudicati speculatori che hanno approfittato della inconsapevolezza principesca, già accertata nel 2016 dalle consulenze tribunalizie: “la signora Giulia Odescalchi continua a sostenere la gestione patrimoniale in modo improprio”, si legge in una perizia datata del consulente tecnico d’ufficio.

Ma le istituzioni, tuttavia, sembrano lontane, se si pensa alla Soprintendenza di Roma, che ha approvato il progetto di smantellamento della cappella gentilizia di palazzo Pecci, altro caso di “rigenerazione” delle vestigia romane, con i suoi affreschi sacri, per farla diventare bagno di servizio, sotto gli affreschi sacri, di mutilare il salone decorato da Taddeo e Federico Zuccari per ricavarne corridoio e camera da letto, e la loggia affrescata da Raffaellino da Reggio che passa a cucina.

Una veduta storica di Palazzo Odescalchi; sullo sfondo, il Modello per il monumento funebre di papa Innocenzo XI, di Carlo Maratti e Pierre-Étienne Monnot, del 1697.

È il caso, insomma, di insinuare il problema di una quantomeno rilassata, e magari consenziente agli abusi, vigilanza competente sul patrimonio artistico capitolino, il più ricco del mondo? È senz’altro il caso, conviene dirlo, almeno dirlo. Sappiamo del resto molto bene che la gloria del mondo è transeunte. Anche il potere della nobiltà ha fatto il suo tempo. Infatti svende a prezzo stracciato.

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