Intraprendere una riflessione sull’ineguagliabile influenza e sul fascino esercitati dal Giappone sulla cultura occidentale appare oggi più necessaria che mai. La produzione artistica nipponica è stata avvolta a lungo da un alone di mistero a causa del “Sakoku” (paese incatenato), ossia un periodo di isolamento durato oltre duecento anni, dal 1633 al 1853, che ha favorito lo sviluppo di tradizioni e linguaggi molto distinti. Questa unicità, preservata fino all’era moderna, ha inevitabilmente inciso sugli sviluppi dell’arte europea (e non solo) dall’Ottocento fino ad oggi, innescando cambiamenti spesso rivoluzionari nelle arti visive e nella grafica.
L’eleganza essenziale e lineare delle stampe giapponesi, i contorni marcati e il sapiente utilizzo del colore, uniti al particolare rapporto instauratosi tra natura e immagine, colpirono gli artisti europei che furono catturati dal cosiddetto “giapponesismo”. Persino le produzioni di maestri come Monet e Gauguin non sarebbero state le stesse senza lo studio di autori come Katsushika Hokusai, Utagawa Hiroshige e Kitagawa Utamaro.

Proprio in onore di tali evoluzioni espressive, il Museo Civico Archeologico di Bologna presenta Graphic Japan. Da Hokusai al Manga, che ripercorre visivamente le principali tappe della grafica giapponese, partendo dall’epoca Edo (1603-1868) per arrivare alla produzione artigianale e industriale in era Meiji (1868-1912), fino alla contemporaneità. L’esibizione, visibile dal 20 novembre 2025 al 6 aprile 2026, a cura di Rossella Menegazzo con Eleonora Lanza, in collaborazione con MondoMostre e realizzata sotto il patrocinio della Regione Emilia-Romagna con il sostegno del Consolato Generale del Giappone a Milano, rappresenta un’occasione per consolidare gli scambi culturali tra Italia e Giappone e segue l’Expo di Osaka 2025, conclusosi lo scorso 13 ottobre.
Non è possibile curare un’esibizione dedicata all’arte giapponese senza affrontare la profonda relazione intessuta dai giapponesi con l’universo naturale e la scrittura. Quest’ultima, nutrita dagli ideogrammi e dai pittogrammi, è una scrittura capace di condensare idee e immagini che predispone i giapponesi a giocare con le parole mischiandole ai segni; a tratteggiare le figure con il solo contorno nero, oppure con un unico tratto calligrafico, di uccelli, onde e altri elementi naturali, quasi a simulare la gestualità e l’immediatezza della scrittura.
Il percorso si articola in quattro aree tematiche — Natura, Figure, Segno e Giapponismo contemporaneo — offrendo allo sguardo del fruitore oltre 250 opere tra stampe silografiche, libri illustrati, album, manifesti, mascherine per tessuti (katagami) e pregiati oggetti artigianali come ventagli e kimono. Icona immancabile del Giappone, il monte Fuji è il fulcro tematico di un’intera sala, dove le rappresentazioni tradizionali si affiancano a manifesti e cartelloni pubblicitari che stupiscono per la capacità di riassumere in modo minimale il valore simbolico di un luogo, raccontandolo attraverso il tempo.

“Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose e dai cinquant’anni pubblico spesso disegni; tra quel che ho raffigurato in questi sett’anni non c’è nulla degno di considerazione. A settantatré ho un po’ intuito l’essenza della struttura di animali, uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante, e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor di più il senso recondito e a cento anni avrò forse raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria” (Katsushika Hokusai).
La scelta non stupisce pensando all’identità stessa dell’arte giapponese, perennemente in bilico tra progresso e tradizione. Si moltiplicano i materiali, i medium, tuttavia il tratto, la grazia e i soggetti si ripetono come in un eterno omaggio alla propria storia visuale. È raro poter apprezzare l’evoluzione secolare di uno stesso soggetto, eppure, osservando le raffigurazioni delle maschere del teatro kabuki o delle “beltà” femminili (bijinga), possiamo cogliere il cambiamento degli sguardi, delle visioni e delle messe in scena teatrali generazione dopo generazione. Una commistione di opere provenienti da prestigiose istituzioni pubbliche e private, italiane e giapponesi — tra cui il Museo d’Arte Orientale “Edoardo Chiossone” di Genova, il Museo d’Arte Orientale di Venezia, le biblioteche civiche e nazionali e collezioni giapponesi come la Dai Nippon Foundation for Cultural Promotion e la Adachi Foundation — dialogano tramite arti e linguaggi molto differenti: dalla calligrafia alla tipografia, dal design alla decorazione su ceramica, dal fumetto all’alta moda, fino al cinema, al teatro e alle tendenze più recenti come gli eventi performativi.
Allargando lo sguardo con approccio antropologico, il percorso si spinge ben oltre i grandi nomi per approfondire due momenti primari per lo sviluppo della grafica contemporanea: “l’era Meiji (1868-1912), quando il passaggio dall’arte Ukiyo-e conduce agli stessi soggetti trattati da illustratori, tecnici e artisti che li mettevano a disposizione come modelli per gli artigiani ma anche per l’industria (il Giappone in quel momento guarda all’Occidente e cerca di proiettarsi verso i mercati esteri); dall’altra parte, il momento postbellico: dopo la depressione e la distruzione totale, sia fisica sia spirituale, il Giappone, durante l’occupazione americana, riscopre la vitalità del colore, delle avanguardie, delle correnti artistiche provenienti da Occidente e quindi quella vitalità e quella spensieratezza di cui aveva bisogno” (Rossella Menegazzo).
Proseguendo con la svolta giunta dopo i tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale, negli anni Cinquanta-Sessanta nasce il bisogno di rigenerazione, o rinascita, delle arti, oltrepassando la devastazione del conflitto e rileggendo le tradizioni in un’ottica completamente nuova. Sono gli anni in cui grafica e tipografia si mescolano con i magazine provenienti dagli USA, dando vita al celebre filone degli Anime e dei Manga, entrati a pieno titolo nella cultura pop. Prodotti culturali che hanno segnato la crescita di intere generazioni attraverso le avventure di personaggi come Doraemon o le dimensioni cyberpunk di capolavori come Akira, noto per i dettagli grafici ineccepibili. Del resto i risultati odierni dei manga giapponesi possono essere visti come la sintesi della storia della stampa giapponese, dove spesso le immagini e le parole si fondono l’una con l’altra, come catapultate in un mondo altro.

“Questo processo evolutivo ha previsto di assorbire le tradizioni. Una delle grandi tradizioni che hanno rivoluzionato il concetto di arte inglobando calligrafia, installazione e Ikebana è stata la scuola Sogetsu” (Rossella Menegazzo). Naturalmente, in mostra è presente anche un video di Teshigahara Sofu (primo maestro della scuola Ikebana Sogetsu, nata nel 1927, di cui è uno dei fondatori), il quale si esprime tramite la performance live, agendo sulle grandi dimensioni, proiettando la calligrafia nell’oggi e usufruendo anche di fiori, installazioni di piante e sassi, inserendo all’interno di queste anche materiali di riciclo derivati dall’ambiente naturale o industrializzato.
A conclusione dell’itinerario rimaniamo sorpresi dalla presenza di alcuni manifesti pubblicitari italiani direttamente ispirati alle stampe ukiyoe. Nasce una vera scuola italiana del manifesto, i cui risultati si avvicinano al Giappone integrandone i motivi e appiattendo le superfici campite con una particolare attenzione alla scelta del colore. Così i delicati profili del monte Fuji e le forme aggraziate e fluide tipiche della scrittura giapponese si prestano alla rielaborazione del paesaggio montano di Merano in un fine manifesto di Franz Lenhart, risalente al 1938-1939.
Se dovessimo descrivere in poche parole Graphic Japan. Da Hokusai al Manga, dovremmo parlarne come di uno spaccato sull’arte giapponese da una prospettiva inedita, lontana dai riflettori, che espone un grande processo di riflessione sul processo creativo stesso, concepito come un processo di autoriflessione. Una costante meditazione sul colore, sulla struttura, sulla composizione, sulle fondamenta stesse della grafica, capace di insegnarci la cura per il dettaglio, riscoprendo una minuzia, un’attenzione quasi rituale.





