Gravity and Levity: A Cosmic Dance, il peso e la vertigine del contemporaneo. Da New York a Seul

La leggerezza, oggi, è diventata quasi un’ossessione culturale. Leggeri devono essere i dispositivi, leggere le immagini, leggere le relazioni, perfino i pensieri. Eppure mai come in questo momento storico il mondo sembra essersi fatto pesante: saturo di tecnologia, di informazioni, di oggetti, di tensioni fisiche e psicologiche che gravano continuamente sui corpi e sullo sguardo. È dentro questa contraddizione molto contemporanea che si colloca Gravity and Levity: A Cosmic Dance, il progetto espositivo curato da Stefania Carrozzini che, dopo la tappa newyorkese presso MyMicroGallery, arriva ora nella sede milanese della galleria. La mostra riunisce i lavori di Gro Folkan, Dena Haden, Ed Horstmann, Nora Sanz Herman e Toni Andrea Zelter attorno a un tema che attraversa insieme fisica, filosofia e immaginario simbolico: la tensione tra ciò che ci ancora alla materia e ciò che invece tende continuamente a sottrarsi ad essa.

Il punto interessante è che la mostra evita accuratamente ogni spiritualismo generico. La leggerezza di cui parla Stefania Carrozzini non coincide con l’evasione, ma con una diversa maniera di abitare il peso del mondo. “La gravità ci radica. La leggerezza ci solleva. Entrambe abitano lo stesso corpo, lo stesso respiro”, scrive la curatrice nel testo in catalogo.  Ed è proprio questa coesistenza, più che l’opposizione tra due forze contrarie, a diventare il vero nucleo teorico del progetto. Nelle opere della norvegese Gro Folkan, costruite attraverso ossidazioni metalliche, interferenze cromatiche e strutture quasi rituali, la pittura perde la propria fissità e sembra trasformarsi in campo energetico. Le superfici vibrano, mutano con la luce, sfuggono a una lettura stabile. C’è un’idea dell’immagine come soglia mentale — ma concreta, fisica, quasi minerale — che rimanda tanto ai simboli arcaici quanto a una percezione cosmica dello spazio. Diversissimo è il lavoro di Dena Haden, che utilizza fibre vegetali, bambù, cere e materiali organici per costruire installazioni sospese, fragili e potentissime. Le sue strutture ricordano organismi viventi, architetture primarie, involucri destinati alla trasformazione. Il vuoto interno ai suoi “vasi” diventa parte integrante dell’opera: non assenza, ma possibilità. La pittura di Nora Sanz Herman, invece, lavora invece sull’urto tra opposti: nero e luce, attrazione e collisione, controllo e accidente. Formata tra Madrid e la Sorbona, e attiva da decenni nei Caraibi, l’artista costruisce superfici attraversate da movimenti quasi musicali, dove il gesto sembra registrare energie in continua formazione. Infine, le manipolazioni fotografiche e digitali di Toni Andrea Zelter introducono nella mostra una dimensione più apertamente percettiva e labirintica. I suoi ambienti alterati, abitati da forme fluttuanti e presenze artificiali, oscillano continuamente tra documento e finzione, realtà costruita e immaginazione mentale.

Più che fornire risposte, Gravity and Levity sembra voler sostare dentro una zona di instabilità. Non cerca di eliminare il peso della realtà, né di rifugiarsi in un immateriale tecnologico che, paradossalmente, è diventato esso stesso una nuova forma di oppressione. Prova piuttosto a immaginare un equilibrio diverso: una leggerezza che non coincida con la fuga, ma con la capacità di attraversare la complessità senza venirne travolti. Ma Gravity and Levity non rappresenta soltanto una mostra autonoma. Il progetto costituisce infatti anche il primo nucleo teorico e curatoriale della nascente MICRO BIENNIAL SEOUL 2026, ideata e diretta sempre da Stefania Carrozzini, che prenderà il via dal 9 al 21 ottobre 2027 presso la Naeil Gallery di Seoul. Una piattaforma indipendente che intende interrogare il rapporto tra arte, scienza e percezione attraverso un formato volutamente agile, concentrato e non istituzionale.

Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti dell’intero progetto. Il termine “micro”, infatti, non indica una riduzione di ambizione o di contenuti, ma la volontà di sottrarsi alla logica ipertrofica e spettacolare che caratterizza oggi molte grandi manifestazioni internazionali. La biennale immaginata da Carrozzini non nasce come alternativa polemica ai grandi sistemi espositivi globali, né come loro imitazione in scala ridotta. Cerca piuttosto di ridefinire il significato stesso del formato biennale: non più macchina monumentale sovraccarica di stimoli, eventi e retoriche curatoriali, ma uno spazio più raccolto, contemplativo e aperto alla riflessione. In questo senso, Gravity and Levity appare quasi come una dichiarazione d’intenti. Non una mostra che pretende di risolvere le contraddizioni del presente, ma un progetto che sceglie consapevolmente di attraversarle. Da una parte il peso crescente della realtà contemporanea — tecnologica, percettiva, materiale — dall’altra il bisogno, ancora profondamente umano, di alleggerire lo sguardo senza perdere il contatto con la terra.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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