Neve e ghiaccio, gesti, colori, forme, presenze iconiche luminose e immaginazione di discese e risalite ardite di artisti antieroi non gareggiano sul tema dello sport in occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano-Cortina 2026, con la mostra Group Show ON EDGE ideata per la galleria Gli Eroici Furori, nel cuore di Porta Venezia ( via Melzo,30), il quartiere gioiello del Liberty milanese, ma intendono smuovere riflessioni sul rapporto tra corpo e ambiente, attraverso una carrellata di opere di diciannove autori diversissimi tra loro per tecniche, linguaggi, esperienze e provenienza a cura della gallerista Silvia Agliotti e Paola Martino, appassionata talent scout di autori ancora sconosciuti.



On Edge significa essere tesi, sul filo tra audacia della pratica artistica e di possibile rottura, caduta o fallimento, chissà, resta il fatto che si resta in una condizione di tensione e di trasformazione. Scrive Martino: ”La mostra non separa Olimpiadi e Paralimpiadi. Né le mette a confronto. Questa distinzione perde importanza quando l’attenzione si sposta dal risultato alla condizione. Ciò che accomuna le pratiche sportive è il rapporto con l’ambiente, con il rischio, con il limite. È in questo spazio condiviso che il corpo smette di essere classificabile e diventa esperienza”.
Fatta tale premessa, guardiamo senza pregiudizi le opere esposte sotto la lente dell’ironia, che oltre ad essere il trait d’union dell’eccentrica esposizione, diventa un dispositivo critico per alleggerire la percezione, secondo gli artisti “tedofori” sui generis del gesto atletico sotto stress competitivo, che al di fuori di cerimoniali diventa lo strumento di espressione di libertà compositiva, all’insegna del superamento di canoni estetici e attese mediatiche.



Gli artisti in “gara” senza premio ALESSANDRO BAFFIGI, STEFANO BANFI, PAKI PAOLA BERNARDI, FELIPE CARDENA, PAOLO CASSARA’, FRANCESCO DE MOLFETTA, PINO DI GENNARO, ELEONORA FEDERICO, SILVIA GAFFURINI, ALESSANDRO GRIMOLDIEU, GABRIELLA KURUVILLA, CRISTIANA PALANDRI, FABRIZIO POZZOLI, TIZIANA PRIORI, SOFIA SAMAR, L.MIKELLE STANDBRIDGE, KAZUTO TAKEGAMI, ROCCO TANICA, SIMONA UBERTO, accendono la fiamma dell’immaginazione e restano in bilico tra attitudine critica e ironia.
In questa mostra tutti gli autori hanno agito per un obiettivo comune, e di bello c’è che nessuno prevale sull’altro, ma insieme inscenano la non condizione del corpo in relazione tra perdita e controllo, spazio reale e digitale. Bando a commenti soggettivi di ogni singola opera, perché non sarei oggettiva dato che conosco molti autori in scena, affidiamo ai vostri sguardi più distaccati e attenti la sfida di cogliere tra un’opera e l’altra intrecci possibili di valori simbolici condivisi tra un segno, gesto e materia, come trama dell’immaginario.



E in questa competizione “para-sportiva” concepita come campo esplorativo senza assumere posizioni privilegiate, suggeriamo di praticare la tecnica dello slalom visivo attraverso lo sguardo attento ai dettagli per osservare e incrociare opere di tecniche e soggetti diversi, spaziando dalla pittura, alla scultura, alla luce, dall’installazione fino all’A.I.
Gli artisti convocati in galleria ci invitano a svuotare di troppa retorica la mistificazione mediatica costruita intorno allo sport, e in particolare delle Olimpiadi Invernali 2026, evento kitsch al quanto disorganizzato, escludendo la cerimonia di inaugurazione concentrata allo stadio San Siro, giocando seriamente con lo spettatore con soluzioni formali che non comunicano una sola prospettiva di sport, ma al contrario intercettano percorsi immaginari tra movimento e stasi, contemplazione e azione, finito e infinito, tangibile e invisibile, dimostrando che nell’Arte il braciere della creatività non si spegne mai come la fiamma olimpica, vince perché non c’è una risposta definitiva a niente, in cui il fallimento è vessillo di un’ autentica espressione dei propri limiti.



Gli artisti ci propongono uno sport non fisico per il benessere psichico collettivo, come antidoto contro la noia e l’eccesso di retorica e business intorno alle Olimpiadi nell’era digitale, in cui prevalgono termini abusati come “inclusione”, “parità di genere”, “pace”, superamento di barriere fisiche, architettoniche, politiche, ideologiche e culturali, e promesse di coesione tra i continenti, e tanto altro ancora sembrano obiettivi concreti, oggi ancora utopie.



In mostra troviamo guizzi pittorici, sculture conturbanti, entità psichedeliche, mascotte olimpioniche umanizzate , forme distorte misteriose e iconiche, composizioni ardite, tutte in tensione verso una eleganza formale, intorno alla quale noi spettatori slittiamo sul crinale soffice come la neve e scivoloso come il ghiaccio di un equilibrio precario che rispecchia il nostro mondo distopico con leggerezza, che non vuol dire superficialità, ma che sta cercando di riorganizzarsi nel caos ordinario, alla ricerca di una traiettoria scandita da sospensione e non attrito tra reale e immaginario, ambiente e natura in cui l’obiettivo antieroico è di resistere al fallimento umano più che tecnologico nella speranza di un futuro migliore.


