Guai a chiamarla first lady. Perché Rama Duwaji, illustratrice, animatrice e ceramista siriano-americana, moglie del neo-sindaco di New York Zorhan Mamdani, non è la figura accessoria che la tradizione politica si aspetterebbe da lei, né l’ornamento narrativo di una stagione politica inedita. È, piuttosto, l’artista che, silenziosamente, con una costanza quasi rituale, ha contribuito a dare forma visiva a una città in trasformazione.
Nata a Houston nel 1996 da genitori siriano-americani e cresciuta tra Dallas, Dubai, Doha e la Virginia, Rama vive e lavora a New York da soli quattro anni, portando nella città la sua costellazione culturale fatta di radici siriane, identità diasporica e esperienza transnazionale. Il suo lavoro mescola illustrazione digitale, animazione, ritratto e ceramica in un modo che risulta immediatamente riconoscibile: figure a contorno tremolante, costruite per segni che condensano storie, identità e ferite. La linea scura che delimita le forme ha la fermezza dell’ideogramma e la forza narrativa della cultura araba; il colore piatto richiama i poster politici mediorientali, la miniatura, la xilografia sociale. Le sue animazioni scorrono come in un antico fregio siriano: la linea si muta e prende diverse forme, facendosi portatrice della drammaturgia.
Molte delle sue opere affrontano il tema dell’appartenenza, della memoria, dell’identità femminile, della resistenza: donne che condividono gesti e sguardi, comunità che si sostengono, volti che emergono da campiture piatte. Il suo profilo Instagram, di soli 72 post, si configura come una summa efficace della sua identità politico-artistica, con opere dedicate al conflitto israelo-palestinese, animazioni simboliche e reel sulla cucina mediorientale che trasformano il quotidiano in memoria culturale. “L’arte è uno strumento di archivio, un modo per trattenere la memoria, sia personale che collettiva, in un modo che le parole da sole non riescono sempre a fare”, ha dichiarato.
Accanto alla produzione digitale, Duwaji coltiva un intenso lavoro in ceramica: piatti, ciotole, piccole sculture illustrate a mano. Anche qui ritorna l’idea dell’immagine come linguaggio: non decorazione, ma scrittura su oggetti che vivono nella quotidianità.
Nonostante la sua scelta di rimanere lontana dai riflettori, evitando apparizioni pubbliche forzate, interviste di coppia con il marito, pose nelle foto ufficiali, Rama è stata direttamente coinvolta nella creazione della strategia comunicativa della campagna elettorale. Secondo la CNN infatti, Duwaji ha contribuito a finalizzare l’identità del brand e ha lavorato alla versione finale dell’iconografia e del font, che presenta una miscela di colori distintiva e facilmente riconoscibile dai newyorkesi: il giallo-arancione della Metrocard, il blu dei New York Mets per le ombre e gli sfondi e spruzzi di rosso pompiere. Il font richiama l’epoca delle insegne gialle delle bodegas che richiamavano l’attenzione dei clienti.
Per questo è interessante osservare come la copertina del New Yorker — quella di Edel Rodriguez, in uscita il 17 novembre e dedicata a Mamdani — sia sembrata, a molti, in sintonia con la sensibilità di Duwaji. Non perché i due stili coincidano, ma perché parlano la stessa lingua della città. Rodriguez ritrae Mamdani sulla metropolitana, immerso nella folla, parte di un corpo sociale più grande. “Mamdani ha trascorso gran parte della sua campagna in giro per la città, visitando bodegas, viaggiando con i tassisti, facendo domande, ballando e ridendo”, ha detto Rodriguez. “Ha dimostrato a tutti che è uno di loro.” Anche Rama costruisce sempre immagini corali: figure vicine, compresse, legate tra loro da una geometria emotiva. Lei avrebbe forse disegnato contorni più densi, colori più profondi, un ritmo più simbolico, ma l’idea è simile: la politica non è solitudine verticale, ma presenza orizzontale che fonda la sua forza nell’insieme.
Che la copertina non sia sua è quasi irrilevante rispetto a ciò che rappresenta: un clima visivo veicolato da una nuova illustrazione. L’immaginario della nuova New York, infatti, non si costruisce su una singola immagine, ma su una somma di segni. Il suo contributo più grande, quindi, non è aver illustrato un politico, ma aver reso leggibile — graficamente, culturalmente, emotivamente — una stagione della città e della politica globale. La New York che oggi immaginiamo non è soltanto quella del sindaco che viaggia in metro, ma anche quella dei segni di Rama: volti essenziali, mani che si sfiorano, piatti che raccontano, colori che proteggono, linee che ricordano. È una città simbolica, fatta di memorie stratificate e nuove narrazioni.
Guai a chiamarla first lady, dunque.Rama Duwaji non è la donna accanto al potere: è la donna che, senza cercarlo, sta dando a New York uno dei suoi linguaggi più profondi.


