Nel progetto HYDRON³, presentato fino al 12 aprile ai Bagni Misteriosi del Teatro Franco Parenti, Giovanni Motta sviluppa una pratica che supera i confini della pittura per configurarsi come esperienza narrativa ed esistenziale. La mostra-evento si inserisce nel solco di una ricerca che, pur radicata nell’estetica neo-pop e nell’immaginario anime, si apre a una grammatica immersiva capace di coinvolgere lo spettatore in una dimensione sensoriale e partecipativa.
Con HYDRON³, Motta costruisce un ambiente in cui l’opera non è più soltanto oggetto da osservare, ma spazio da attraversare e vivere fisicamente, secondo una logica che fonde pittura, installazione, performance e storytelling. L’introduzione della sostanza immaginaria che promette l’eterna giovinezza – trasformata in brand e rito collettivo – diventa metafora critica della contemporaneità, dove il desiderio di permanenza si intreccia con le dinamiche del consumo e della spettacolarizzazione.
Al centro di questo universo ritorna JonnyBoy, “personaggio che agisce come una sorta di matrice simbolica dell’intero universo dell’artista”, afferma il curatore Ivan Quaroni, attraversando linguaggi e media differenti. In questo senso, HYDRON³ non si limita a costruire un’esperienza immersiva, ma propone una riflessione sullo statuto stesso dell’immagine nell’era post-digitale, dove l’opera si trasforma in ambiente simbolico e l’atto della visione lascia spazio a una pratica dell’attraversamento.
Tra cultura pop, immaginario distopico e tensione simbolica, il lavoro di Motta si configura così come una forma di narrazione espansa, in cui arte e intrattenimento si contaminano per interrogare il rapporto contemporaneo tra desiderio di eternità e presenza fisica.

HYDRON³ si presenta come un progetto che supera il formato tradizionale della mostra per aprirsi a una dimensione immersiva, fatta di pittura, performance, narrazione e persino azioni di comunicazione che ricordano le strategie di guerrilla marketing. Come nasce l’esigenza di uscire dal modello espositivo classico della mostra nella galleria white cube?
Secondo me, un artista oggi deve prendersi la responsabilità di rendere il proprio progetto più inclusivo. Non tanto per cambiare il sistema dell’arte, ma per essere più contemporaneo. Viviamo in una società iper-sincopata, veloce, compressa, in cui il pubblico fatica a concentrarsi. Con l’avvento dell’arte digitale e il sovraccarico di immagini a cui siamo esposti, non è più sufficiente limitarsi a esporre delle opere: siamo immersi in immagini ovunque, e anche la pittura, se la osservi da una certa distanza, diventa un’immagine come tutte le altre, che può essere fruita attraverso i vari device digitali.
Fino a pochi anni fa un pittore poteva prefigurare un’immagine e la realizzava con le proprie competenze tecniche. Oggi, se sei abile con un prompt, puoi generare quell’immagine in pochi secondi. Questo cambia completamente il rapporto con l’immagine e ci obbliga a interrogarci sul nostro ruolo. Forse noi pittori siamo stati penalizzati, forse no, ma è evidente che il contesto è cambiato. Per questo credo che l’esposizione debba diventare qualcosa che costringe lo spettatore non solo a guardare, ma anche a sentire. Guardare oggi è una sfida: è come trovarsi su un ring con più avversari contemporaneamente. Da qui nasce l’idea di inserire più elementi e portare il pubblico dentro il mio mondo. Un mondo che attinge all’immaginario manga e anime, quasi come se lo spettatore entrasse in un cartone animato.
In questo senso hai parlato di un’esperienza immersiva che, pur richiamando l’immaginario digitale, resta profondamente fisica e sensoriale, un hic et nunc che va vissuto direttamente e personalmente.
Esatto. Io considero HYDRON³ un’esperienza immersiva analogica. La narrativa richiama il linguaggio del cartone animato o del videogame, sembra quasi di entrare in un mondo digitale, ma in realtà l’esperienza è fisica, concreta: la vivi con il corpo, la attraversi, addirittura bevi la sostanza.
Mi piace l’idea che il pubblico entri in un racconto. Al centro c’è un cliché antico e universale: quello della fonte dell’eterna giovinezza. È un tema che attraversa i secoli e riguarda un’ossessione tipicamente umana: il controllo del tempo, la conservazione della bellezza e dell’energia vitale.
Io prendo questo cliché e lo trasformo in una narrazione più contemporanea: un personaggio misterioso scopre la fonte originaria, capisce che sarebbe un dono della natura, ma decide di non condividerla gratuitamente. La trasforma invece in un brand, la lancia sul mercato e la vende. Il pubblico entra, consuma, paga, partecipa. senza rendersi conto di essere a sua volta parte dell’opera.
È una sorta di favola contemporanea, in cui lo spettatore diventa protagonista inconsapevole. In fondo, da una parte c’è il desiderio di provare a cambiare il formato tradizionale della mostra; dall’altra, la convinzione che oggi il visitatore sia troppo distratto perché una semplice esposizione classica possa bastare.

Giovanni Motta, Ph: Federico Capretti
Nel progetto torna anche la figura di JonnyBoy, che appare come una presenza ricorrente nel tuo lavoro, principio narrativo che agisce come forza di coscienza dell’artista. Che ruolo ha in questa mostra?
Io considero JonnyBoy la mia firma. Non penso di voler firmare il mio lavoro attraverso uno stile fisso o una cifra stilistica riconoscibile. Voglio sperimentare liberamente, cambiare linguaggi e materiali. Ma se JonnyBoy è presente, allora quello è un mio lavoro.
Non so dire se sia davvero un alter ego, ma è una presenza che attraversa ogni progetto. Posso passare dal digitale alla pittura o alla fotografia: JonnyBoy è l’elemento che tiene tutto insieme. In questa mostra è come un osservatore silenzioso, che guarda l’essere umano mentre, a contatto con qualcosa di assoluto, cerca di controllarlo e trasformarlo in prodotto.
JonnyBoy sembra dire: “L’eternità non si può possedere, si può solo attraversare”. In questo senso rappresenta il bambino interiore, una voce narrante che accompagna tutta la mia ricerca.
Hai citato più volte la dimensione narrativa del tuo lavoro. Ti riconosci nella figura dello storyteller?
Assolutamente sì. Mi considero uno storyteller. Ai miei figli raccontavo fiabe inventate ogni sera mentre si addormentavano, costruendole sul momento. È qualcosa che mi appartiene profondamente: mi sento vicino a quelle figure antiche che tramandavano storie oralmente.
In effetti, tendo sempre a riportare sempre lo stesso protagonista e una morale che ritorna sotto forme diverse. Ho anche scritto alcune di quelle fiabe: una, ad esempio, si intitola Bollicina ed è la storia di una lucertola. Il mio desiderio sarebbe quello di registrarle e farle ascoltare alle persone, quasi come un accompagnamento al sonno. Raccontare storie è parte integrante del mio modo di lavorare.

Giovanni Motta, Ph: Federico Capretti
In questa mostra emerge con forza anche il rapporto con la natura, vergine e incontaminata, una Natura benigna, che sembra diventare sempre più centrale nella tua ricerca, e che incornicia i quadri con fiori, petali, boccioli e corolle.
Sì, osservare la natura e immergermi in essa è un’esperienza molto forte. Da una parte è bellissimo potersi perdere nella struttura di un bosco o ascoltare il vento tra le foglie; dall’altra, il confronto con l’uomo diventa inevitabile. Ho la sensazione che anche il più imperfetto elemento naturale sia superiore alla migliore opera creata dall’uomo, perché la natura vive, si rigenera, si riproduce, continua a generare vita. Quando sei a contatto con la natura, qualcosa dentro di te si risveglia e la presenza diventa immediata.
Per questo ho sentito che questo mio crescente amore per la natura dovesse entrare nel lavoro, e credo che continuerà a farlo sempre di più anche nei progetti futuri.
Chiara Canali: Nel tuo lavoro sembra emergere anche una riflessione critica sul rapporto tra tecnologia e presenza, quasi una messa in discussione dell’idea di evoluzione tecnologica e progresso continuo.
Io ho molto rispetto per la tecnologia, ma spesso ho la sensazione che si tratti di promesse non sempre mantenute. La stampa 3D, l’ologramma, l’Intelligenza Artificiale, la realtà virtuale: ogni nuova tecnologia sembra annunciare rivoluzioni definitive, ma poi qualcosa resta incompiuto. Anche strumenti come i visori per la realtà virtuale, ad esempio, dopo un po’ diventano difficili da sostenere fisicamente: non sono esperienze che riesci davvero ad abitare a lungo.
Questo non significa rifiutarla – anzi, io amo profondamente il digitale – ma credo che il segreto dell’eterna giovinezza stia nell’attimo presente. Può sembrare una banalità, ma è una scoperta reale che continuo a praticare.
Oggi vedo molte persone soffrire per qualcosa che è accaduto nel passato o per ciò che potrebbe accadere nel futuro. È un dolore mentale, legato a ieri e a domani, raramente all’adesso. Più che una critica alla tecnologia, il mio è un invito a ricordare qualcosa di semplice: restare presenti, in ascolto di ciò che accade.

Giovanni Motta
Bagni Misteriosi
Milano – Italy
25/03/26
Ph: Federico Capretti
giovannimotta.it
Dopo i primi due appuntamenti, immagini una prosecuzione del progetto?
Sì, immagino un terzo appuntamento, probabilmente ancora a Milano. Non è semplice realizzarlo, perché sono progetti complessi, ma la volontà c’è.
Il mio desiderio è sorprendere ancora, cambiando nuovamente le carte in tavola. L’idea è che il pubblico arrivi aspettandosi una continuità e invece trovi qualcosa di diverso. Ho già diverse idee in fase di sviluppo: alcune in continuità con i progetti precedenti, altre orientate a una trasformazione radicale.



