Nel 2025 l’Italia ha visto svolgersi il primo esame nazionale di abilitazione alla professione di guida turistica, un appuntamento atteso da oltre dieci anni.
Il nuovo schema di regolamentazione, concepito come elemento centrale della riforma nazionale delle professioni turistiche, doveva uniformare il settore e garantire standard qualitativi elevati. Il bando, pubblicato a inizio anno, ha registrato un numero sorprendente di candidature: quasi 29.230 aspiranti guide hanno fatto domanda, segnando un record in termini di interesse e partecipazione.
Per molti osservatori, questa cifra era un indicatore chiaro della vitalità del settore e della domanda latente di riconoscimento professionale, ma anche di aspettative non sempre facili da soddisfare.
La prova preselettiva, organizzata a novembre su tutto il territorio nazionale, consisteva in 80 quesiti a risposta multipla da svolgere in 90 minuti. Nonostante l’elevata partecipazione iniziale, si sono presentati effettivamente 12.191 candidati, una riduzione che rispecchia i normali ritiri e rinunce nelle selezioni di massa. Tuttavia, i risultati hanno creato subito clamore: solo 230 candidati hanno ottenuto l’idoneità, pari a meno del 2% di chi ha sostenuto l’esame e a circa lo 0,7% delle domande iniziali. Un esito inatteso e, per molti, quasi incredibile, che ha subito sollevato critiche, interrogativi e discussioni sul futuro della regolamentazione.
Sui social media e tra gli operatori del settore, la percezione prevalente è stata di un esame eccessivamente specialistico, lontano dalle competenze pratiche richieste nella professione quotidiana. Molti aspiranti e associazioni di guide turistiche hanno denunciato la complessità e la densità del programma di studio, poco aderente alle reali esigenze operative di chi lavora con i gruppi di visitatori, organizza percorsi e mediazioni culturali.
Dal canto suo, il Ministero del Turismo ha difeso la struttura della selezione, sottolineando la necessità di mantenere un livello rigoroso di valutazione per garantire la qualità professionale delle guide italiane.
Secondo la nota ufficiale, la preselettiva non rappresenta il totale dell’esame: “Serve a individuare chi possiede già un bagaglio minimo di conoscenze, necessario per affrontare le prove successive, orali e pratico-tecniche, in modo efficace”. Per il Ministero, il numero ridotto di idonei non indica un fallimento della procedura, ma un filtro necessario per assicurare standard elevati e omogenei sul territorio nazionale.
La risposta delle associazioni di categoria, invece, è stata immediata e critica. Molti rappresentanti hanno messo in dubbio l’efficacia di un modello di selezione che misura soprattutto la capacità mnemonica e la conoscenza enciclopedica, più che le abilità pratiche richieste sul campo. Questa discrepanza tra sapere teorico e capacità operative ha acceso un dibattito sul senso stesso della riforma e sul tipo di professionalità che lo Stato intende promuovere.
Per molti osservatori, questa prima tappa funge da indicatore critico della distanza tra riforma normativa e contesto professionale reale, e suggerisce la necessità di ripensare strumenti di formazione, preparazione e valutazione. Le critiche non si limitano alla struttura della prova. Più in generale, il flop della preselettiva ha riacceso il dibattito sul modello di regolamentazione delle professioni turistiche in Italia.
La creazione di un esame nazionale era stata accolta con entusiasmo, come strumento per valorizzare le competenze, tutelare i lavoratori e uniformare gli standard. La prima applicazione, però, ha mostrato quanto sia complesso tradurre queste intenzioni in pratica, senza trasformare il sistema in un ostacolo anziché in un’opportunità.
Alcuni esperti di formazione professionale suggeriscono che la soluzione potrebbe risiedere in percorsi di preparazione più graduali e modulati, con un accompagnamento reale tra teoria e pratica. Workshop sul campo, simulazioni di visite guidate, esercitazioni su gruppi reali e test progressivi potrebbero integrare l’apprendimento teorico, riducendo la forbice tra studio enciclopedico e competenze operative. In questa chiave, l’esame non verrebbe percepito come un ostacolo insormontabile, ma come una tappa di un percorso formativo più coerente con il lavoro sul campo.
Il dibattito tocca anche le implicazioni più ampie per il settore turistico italiano. Le guide turistiche rappresentano un punto di contatto essenziale tra il patrimonio culturale e i visitatori, nazionali e internazionali. La qualità del servizio condiziona l’esperienza del turista e la percezione del Paese come destinazione culturale. Se l’esame ammette solo una minoranza dei candidati, sul territorio potrebbero crearsi vuoti, con conseguenze sull’offerta dei servizi e sulla presenza di guide competenti nei siti più frequentati.
Associazioni di guide e scuole di formazione valutano come adattare i programmi alle nuove regole; alcuni propongono corsi intensivi mirati ai quesiti della preselettiva, altri suggeriscono una revisione più ampia dei programmi, con simulazioni pratiche e metodologie didattiche più vicine al lavoro sul campo.
La posta in gioco non è solo il successo dei singoli candidati, ma la capacità del sistema italiano di produrre guide turistiche preparate e adatte alle esigenze dei visitatori.
Non mancano, infine, riflessioni sulla comunicazione e sul ruolo delle istituzioni. Molti candidati hanno segnalato scarso orientamento sulle modalità dell’esame, mancanza di esempi pratici e indicazioni insufficienti sui criteri di valutazione. In un settore che punta alla professionalizzazione, queste lacune contribuiscono a generare frustrazione e insoddisfazione, rendendo meno efficace l’obiettivo iniziale di uniformare gli standard professionali.
La gestione della prima selezione nazionale diventa quindi anche una prova di capacità organizzativa e di comunicazione istituzionale. Con meno del 2% dei candidati idonei alla preselettiva, il settore si trova davanti a sfide significative: ripensare i programmi di studio, integrare formazione teorica e pratica, e garantire un equilibrio tra qualità e accessibilità. Il percorso verso una regolazione efficace e condivisa è appena iniziato, ma la prima esperienza offre già spunti fondamentali per orientare le future scelte, coinvolgere le associazioni di categoria e rafforzare la professionalità di chi sarà chiamato a rappresentare l’Italia attraverso il patrimonio culturale.



