Guillermo del Toro reinventa Frankenstein: l’abisso della creazione

John Carpenter, con il suo consueto pragmatismo, amava dire che l’horror vivrà per sempre. E come dargli torto, se tra le ombre del genere continua a ergersi la figura titanica concepita da Mary Shelley, quel moderno Prometeo che ancora oggi ci interroga sulla natura della vita, della morte, del peccato di hybris. Nessun mito letterario è stato più trasfigurato e reinventato di Frankenstein. Eppure, nelle mani di Guillermo del Toro, assume ora un volto inedito, fragile e magnifico.

Presentato in concorso a Venezia 82, e in arrivo su Netflix il 7 novembre, il Frankenstein del regista messicano è un atto d’amore, una confessione intima, un ritorno a quella poetica dei mostri umani che ha reso immortali Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua. Del Toro non tradisce Shelley: la ascolta, la rilegge, la contamina, la interroga, e nello stesso gesto plasma un’opera personale, contemporanea, incandescente. 

Victor Frankenstein (un Oscar Isaac febbrile e visionario) è il giovane scienziato che osa spingersi oltre i limiti imposti dalla natura, sedotto dal miraggio di sconfiggere la morte e liberare l’uomo dalla sua più antica condanna. La sua creatura (Jacob Elordi, sorprendente e lacerante) nasce da cadaveri cuciti insieme, ma presto si rivela più viva, più sensibile e più tormentata dello stesso creatore. La dialettica tra padre e figlio, tra dio e la sua parodia, tra colpa e desiderio di redenzione, si accende in un conflitto che è anche riflessione sulla solitudine, sull’emarginazione, sull’amore negato. 

Il regista spinge il mito nel territorio che gli è più congeniale: quello della favola nera, dove l’orrore non sta nella deformità del corpo, non sta nell’estraneità, nelle stranezze, ma nella crudeltà degli uomini, nell’alienazione, nel potere cieco. 

È il rovesciamento della prospettiva: la creatura non è bruta, non è un individuo ottuso, bensì un essere pensante, ingenuo e poetico, che apprende il linguaggio come si apprende la vita, e che si emoziona, che desidera, che si ribella. È il mostro, insomma, a offrirci la più alta lezione di umanità. Visivamente, il film è un affresco gotico: ogni dettaglio concorre a restituire al mito la sua aura sacrale, ma insieme a calarlo in una dimensione politica e contemporanea: l’ombra del mercante di armi (un Christoph Waltz sottile e inquietante) ci ricorda che la sete di potere e il cinismo tecnologico sono i veri mostri del presente. 

Frankenstein, nel segno di Guillermo del Toro, è un film che brucia di passione e dolore. È un inno agli esclusi, una riflessione sul confine sempre ambiguo tra creazione e distruzione. È anche una meditazione sulla genitorialità imperfetta, che prosegue la linea del Pinocchio del regista, ma con la ferocia del mito e l’oscurità del gotico. E, soprattutto, è un’opera che riapre la ferita originaria lasciata da Mary Shelley: quella domanda senza risposta su cosa sia davvero umano.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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