Hito Steyerl rimappa l’immaginario contemporaneo con “The Island” all’Osservatorio Prada

È l’approdo all’isola-che-non-c’è il nuovo progetto che Hito Steyerl porta all’Osservatorio di Fondazione Prada di Milano. La sua “The Island” è un’isola felice di pura sperimentazione e creazione nel mare di una stagione espositiva cittadina (ad eccezione di un paio di mostre: Nan Goldin al Pirelli Hangar Bicocca e Fata Morgana a Palazzo Morando) che non brilla per originalità sul fronte del contemporaneo.

E invece lassù, al sesto piano di Galleria Vittorio Emanuele II, dribblata la coda per accedere da Marchesi, ecco che s’incontra, finalmente, qualcosa di artisticamente inaspettato e complesso.  Fino al 30 ottobre negli spazi dell’Osservatorio, questa volta tutti oscurati (per cui nessun affaccio e nessuna photo-opportunity, meglio così) l’artista Hito Steyerl (1966, Monaco di Baviera) con studi in Giappone (Paese d’origine della famiglia) e in Germania, presenta un progetto site-specific, “The Island”  appunto, che merita il nostro tempo. Soprattutto, che obbliga a prenderci del tempo e a riflettere, ché il messaggio arriva solo se si ha pazienza di arrivare alla fine. 

Immagine della mostra “The Island” di Hito Steyerl
Osservatorio Fondazione Prada, Milano
Foto: Andrea Rossetti
Courtesy: Fondazione Prada

Il cuore, ovvero la fine del percorso espositivo, è un nuovo film dell’artista, che ora è di stanza a Berlino ma in Italia torna sempre volentieri (ha partecipato a più Biennali e nel 2018 il Castello di Rivoli le ha dedicato una mostra importante). Da studiosa – ci verrebbe da dire “da nerd” – il film non è figlio di uno slancio temporaneo ma di ricerche e interviste approfondite e, al solito, si muove su temi a lei cari: il potere dei media, la pervasività della tecnologia, il ruolo della scienza e quello dell’immagine. 

La storia di “The Island” merita il racconto, è la stessa artista ad averlo fatto. Steyerl si trovava con Darko Suvin, un cognome noto a chi frequenta la fantascienza (classe 1930, è scrittore, accademico e critico letterario croato). Suvin ha rievocato con Steyerl un fatto accaduto tanto tempo fa: era solo un bambino di 11 anni quando la sua città, Zagabria, veniva bombardata. Durante uno di questi attacchi Suvin, per reazione, ha immaginato di essere altro da sé: pensava di essere Flash Gordon nel film Alla conquista di Marte, un grande classico della fine degli anni Trenta. Da qui, secondo Suvin, è nata la sua passione per la letteratura fantascientifica in quanto forma d’arte capace, anche nelle situazioni più disperate, di creare mondi paralleli dove trovare rifugio. 

Immagine della mostra “The Island” di Hito Steyerl Osservatorio Fondazione Prada, Milano Foto: Andrea Rossetti Courtesy: Fondazione Prada

«Son rimasta profondamente affascinata da quella capacità di invenzione che ha permesso alla fantascienza di nascere a partire da un evento estremamente critico e in seguito ho capito che si poteva sviluppare questo concetto in modo visivo attraverso la tecnologia quantistica, perché si occupa di cambiamenti di stato improvvisi della materia, ma anche della coesistenza in uno stesso momento di stati diversi», ha detto Steyerl.

Il risultato è un percorso nel buio dove, come delle apparizioni, emergono quattro installazioni: sono di grande effetto, lo potete vedere anche dalle foto che pubblichiamo (ma dal vivo ancor di più). La prima – per noi davvero ipnotica – è una sfera luminosa che ci porta nel sito sottomarino di un’isola artificiale risalente all’epoca neolitica, a circa 7000 anni fa. Siamo in Croazia, al largo di Curzola: oggi questa isola artificiale che era in origine collegata alla terraferma da una strada si trova a 5 metri sotto il livello dell’Adriatico. Nel video vediamo i resti di un villaggio preistorico e i pesci che ci nuotano attorno: una premonizione di quel che capiterà a noi? Il mare ci accompagna anche nell’altra installazione luminosa in sala, dedicata al plankton bioluminescente, che l’ennesimo incanto per i nostri occhi, ma che l’artista ha studiato confrontandosi con lo scienziato giapponese Osamu Shimomura (premio Nobel per la chimica nel 2008): veniamo a sapere che la molecola organica della luciferina – che è quella che dà luce al plankton –  è diventata un marcatore fondamentale per la scienza e la medicina per capire la salute delle cellule.  

Immagine della mostra “The Island” di Hito Steyerl Osservatorio Fondazione Prada, Milano Foto: Andrea Rossetti Courtesy: Fondazione Prada

Hito Steyerl non lascia nulla al caso: con linee fluorescenti (a tratti quasi disturbanti) sul pavimento, ci conduce alla terza installazione: qui bisogna sedersi, indossare delle cuffie e ascoltare le lunghe interviste che hanno ispirato il film che vedremo in seguito. Il formato è quello dello schermo verticale stile Tik tok, ma i contenuti sono affascinanti: a parlare, tra gli altri, anche il “nostro” fisico quantistico Tommaso Calarco. E poi c’è Suvin in video: racconta l’aneddoto di Flash ma spiega anche i meccanismi che regolano la fantascienza come “letteratura dello straniamento cognitivo” e per questo – aggiungiamo noi – così amata in tempi complessi come i nostri. 

Al primo piano dell’Osservatorio ci si può prendere il tempo che si vuole, oppure anche saltare tutto e salire al secondo piano per accomodarsi al cinema: poltroncine rosse su una piattaforma attendono il pubblico (all’inaugurazione di ieri siamo stati in piedi, ma lo spazio non manca) per una proiezione che alterna fantascienza (Flash Gordon non poteva mancare) a isole sommerse e ritrovate, contenuti generati dall’AI e immagini tratte da scavi archeologici. La trama? Irrilevante. Qui ciò che conta è la sperimentazione estetica di un tempo nuovo e profondo (deep time lo definisce l’artista) che si impone sul junk time, il tempo spazzatura cui tanta tecnologia ci ha abituati.  

Si esce grati di questo naufragio visivo su questa isola creativa ma anche un po’ perplessi: gestire le bombe della Seconda Guerra Mondiale e Flash Gordon insieme non è facile. Per fortuna ci sono le immagini del mondo sommerso a ricordarci che il tempo non umano è la variabile che conta davvero. 

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Francesca Amé
Francesca Amé
Milanese, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates. Su Instagram è @realvistodame Testate con cui collabora per reportage culturali: ilGiornale, il Foglio, Vanity Fair Italia (show e viaggi). Vogue Italia (arts), Business People, Wired.it, Jesus

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