Holland: Nicole Kidman e il lato oscuro della provincia americana nel nuovo thriller di Mimi Cave

Holland, Michigan, è un frammento d’America che si specchia nostalgicamente nei mulini a vento e negli zoccoli olandesi. In questo tableau vivant kitsch e pittoresco, vive Nancy Vandergroot (Nicole Kidman): insegnante, moglie devota, madre presente. La quotidianità le si sgretola tra le dita quando inizia a sospettare che il marito Fred – oculista impeccabile, uomo di poche parole – celi un segreto più oscuro di un semplice tradimento. Nancy, spalleggiata dal collega Dave (un intenso Gael García Bernal), si trasforma in detective. 

Come un’alchimista del grande schermo, Nicole Kidman scompone i generi, attraversa medium, fonde l’alto col basso, il pop con l’autoriale. E così eccola, dopo incursioni nel cinecomic (Aquaman), nei drammi televisivi (Big Little Lies), nei racconti sensuali (Babygirl) e nelle epiche visionarie (The Northman), approdare a Holland, opera seconda di Mimi Cave. 

Holland, disponibile dal 27 marzo su Prime Video, si inserisce con malizia nella tradizione tutta americana del falso idillio suburbano, quella che ha i suoi numi in Desperate Housewives, ma anche in Velluto blu e American Beauty. Tuttavia, la regia di Mimi Cave si muove in modo più fluido e imprevedibile: passa dalla commedia di costume al thriller psicologico, flirta con il mélo e affonda nel noir. Il tutto accompagnato da una tavolozza visiva che esplode in colori saturi e decorativi, quasi a voler coprire con bellezza eccessiva l’orrore strisciante.

Se la sceneggiatura inciampa talvolta nella nostalgia facile – indugiando su dettagli anni duemila come vecchi dvd a noleggio e telefonini a conchiglia, quasi temesse che lo spettatore non sapesse collocarsi – la regia risolleva il tutto con una messa in scena viva, cromaticamente iperbolica, a tratti quasi barocca nella sua esuberanza. Un’America di zucchero filato, che implode lentamente in un pozzo nero. 

Ma ogni défaillance narrativa viene compensata da un’interpretazione magistrale di Kidman, che torna a lavorare in sottrazione, con uno sguardo smarrito che contiene un mondo, e una gestualità trattenuta che esplode solo nel finale. È lei a dare anima e ambiguità a questo racconto che avrebbe potuto deragliare nel manierismo, e invece sorprende per la sua progressiva radicalità.

Nel terzo atto il film si incupisce: i colori si smorzano, le certezze crollano, e le maschere cedono il passo alla verità, cruda e paradossale. L’ipocrisia della provincia americana viene a galla, non con l’eleganza chirurgica di Todd Haynes o la ferocia simbolista di Lynch, ma con una dignitosa urgenza narrativa. E in fondo è questo che Holland ci lascia: un senso di inquietudine persistente, come un sogno sbagliato che non si riesce a scrollarsi di dosso.

Meno innovativo di Fresh, ma dotato di una sua poetica, Holland è un’opera che sfida e affascina. Non è un film perfetto ma è apprezzabile allo stesso modo perché osa, perché disturba, perché mette in scena una femminilità che indaga e resiste, che fruga sotto il tappeto lucido della normalità. Mimi Cave, alla sua seconda regia, dimostra di avere una voce personale, capace di disegnare atmosfere che restano addosso. 

E in mezzo a questo impasto stilistico, Nicole Kidman abita e plasma Nancy Vandergroot, la sorella malinconica delle eroine hitchcockiane, ma anche una madre contemporanea schiacciata dalle aspettative, una donna che cerca un senso laddove tutto si sfalda. In definitiva Holland vive di contrasti: la bellezza dei quadri domestici si contrappone all’orrore latente. In questa tensione si annida il vero senso del racconto, ricordandoci che l’inferno può avere il volto rassicurante di un giardino curato.

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