L’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze apre le porte a uno dei percorsi pittorici più singolari nel panorama internazionale contemporaneo. Dal 4 settembre (vernissage alle ore 17:30) al 29 settembre 2026, la Sala delle Esposizioni in Via Ricasoli 68R ospita In the year of light, personale del pittore e poeta taiwanese Huang Cheng Yuan, a cura della storica dell’arte Daniela Pronestì e organizzata dalla King Space Gallery. L’ingresso è libero, con orari dal martedì al sabato (ore 10–13 e 17–19) e la domenica (ore 10–13); lunedì chiuso.
Nato nel 1968 a Shih Fen, nella contea di Tainan, Huang Cheng Yuan ha compiuto la sua formazione al Taiwan National Art College, diplomandosi nel 1991, per poi approdare al Fontbonne College in Missouri, dove l’incontro con l’estetica e la filosofia occidentale ha ridefinito in profondità il suo linguaggio visivo. Da una pittura inizialmente «selvaggia, energica e colorata», per usare le sue stesse parole, il pittore ha progressivamente abbracciato la tecnica del non finito e dello schizzo come strumento di sintesi tra cultura orientale e tradizione europea. L’Italia ha già incrociato il suo percorso in tre tappe precedenti — tutte curate da Pronestì — tra Pistoia (2023), Desio (2024) e Roma (2025). La tappa fiorentina si configura come un ulteriore punto di maturazione, ospitata in una sede che non è scelta casuale: un’istituzione fondata nel 1563, la più antica accademia d’arte del mondo, con Michelangelo tra i suoi membri fondatori.
In mostra undici grandi opere appartenenti ai due cicli principali della produzione recente: The power of the universe (2015) e I’m in the future (2021). Il primo nasce da un’esperienza personale che l’artista descrive come radicalmente trasformativa; il secondo ne sviluppa le tensioni verso una dimensione ancora più sospesa e proiettata oltre il tempo presente. A completare l’allestimento, due pannelli recanti componimenti poetici dell’artista stesso, a rimarcare quanto scrittura e pittura siano nel suo lavoro pratiche inseparabili. Come osserva la curatrice Pronestì, «dipingere è un gesto rituale volto a captare le invisibili energie che collegano l’essere umano all’ordine cosmico per tradurle in tracciati figurali e purissime astrazioni cromatiche». Le figure che abitano queste tele — «ora nitide, ora accennate» — galleggiano in uno spazio privo di gravità, in cui «svanisce la separazione tra uomo e cosmo».
Il riferimento filosofico portante è quello del Taoismo: nella dialettica tra Yin e Yang, il corpo non è più confine ma soglia, un involucro poroso attraversato dal Qi, il soffio vitale che permea ogni cosa. Le anatomie, costruite con lumeggiature che rimandano esplicitamente alla grande pittura occidentale, non approdano a una staticità definitiva: «si sfrangiano, si dissolvono in contorni aperti, in varchi di colore in cui l’apparenza si arrende all’essenza». È una pittura che non chiude, ma apre — e in questo la tecnica del non finito non è lacuna bensì scelta semantica precisa. Luca Macchi, Presidente della Classe di Pittura dell’Accademia, individua in questo segno «sinuoso», quasi «botticelliano», il vero protagonista della ricerca di Huang: «una linea mentale, quasi una registrazione di sogni», che nel suo intrecciarsi genera immagini evocatrici di figure classiche senza mai fissarle in modo definitivo.
Particolarmente significativa è l’osservazione dello storico dell’arte Mauro Pratesi, che nel catalogo rileva con precisione la matrice michelangiolesca nell’opera del pittore taiwanese e la sua capacità di «coniugare, nel nome di Michelangelo, due culture»: quella orientale della sua formazione e quella occidentale trovata come «spiegazione e giustificazione» a un temperamento «profondamente inquieto». Non un sincretismo superficiale, dunque, ma una fusione autentica che restituisce «il frutto di uno spirito indipendente che vola alto». La presidente dell’Accademia Cristina Acidini ha sottolineato a sua volta il legame tra poesia e pittura nell’opera di Huang, dove «scorrono fiumi e balenano folgori, appaiono e passano i draghi e gli uccelli delle antiche mitologie» in un «caleidoscopio di sensazioni sinestetiche», mentre sulla tela «si profilano pallidi i contorni di figure misteriose, di mani che indicano e stringono, di piedi che vanno».
La mostra gode del patrocinio del Comune di Firenze e del Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi. Il catalogo critico, con testi di Daniela Pronestì, Cristina Acidini, Luca Macchi e Mauro Pratesi, è edito da Silvana Editoriale. Le opere di Huang Cheng Yuan sono presenti in importanti collezioni museali internazionali, tra cui il Chimei Museum di Tainan, il Museum of Fine Arts di Kaohsiung, il National Taiwan Museum of Fine Arts di Taichung e il Duolun Museum of Modern Art di Shanghai. In termini di riconoscimenti, l’artista ha ricevuto il premio come miglior artista internazionale alla New York Art Expo nel 2018 e nel 2021.



