Siamo alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, è la sera dell’inaugurazione di More than this, una collettiva dedicata alla Scuola di Venezia. La guardianìa è in uniforme, borse e zaini occorre lasciarli in guardaroba, e su, all’ingresso di via delle Belle Arti, una signora gentile dietro uno schermo di vetro ci ha chiesto il nome, c’è una lista, la serata è a inviti. Questo è un Museo, maiuscola di rigore e gestione in capo al Ministero della Cultura. E io trovo che esporre qui gli artisti dell’Atelier F veneziano sia una splendida idea, perché è un passo importante e necessario lungo la strada del riconoscimento e dell’istituzionalizzazione di questi giovani maestri della pittura italiana.

La mostra è nelle sale sotterranee. Siamo in anticipo, si apre alle sei e mancano ancora venti minuti, ma abbiamo preso le maestranze in contropiede, ci hanno lasciati entrare lo stesso. Siamo tre o quattro, giriamo per le sale deserte, e letteralmente ci beviamo le opere con gli occhi. Poi ci fanno uscire. Poi chiudono i cancelli che danno l’accesso alle sale ipogee, perché ci sono cose da sistemare, ci dicono, e microfoni da provare, scalette da perfezionare. Ma qui è Bologna. Qui l’accoglienza e l’amichevolezza sono genetiche, non c’è attrito, anche se ci hanno fatti sloggiare ci si sorride e si scherza, e si aspetta con serenità l’ora giusta. È che c’è elettricità nell’aria, che non vuol dire tensione, ma energia, spinta. Vuol dire felicità di essere qui. La vedi sui volti degli artisti quando si fanno le sei, e arrivano, e i cancelli riaprono.

Li guardo un po’ da distante. Nebojsa Despotovic, piccolo e veloce e angelico, passeggia sul fondale dell’immenso gattone di Thomas Braida, ed è subito Il Maestro e Margherita; Maria Giovanna Zanella, in total red, passeggia vagamente demoniaca davanti ai suoi strabordanti orsi debosciati, dipinti sulla carta in quel suo modo sinuoso, orsi che qui si sono fatti anche solidi, non di carne ma di pane, come al Premio Cairo che ha appena vinto; Chiara Peruch, silenziosa e minuta come una delle tessere dei suoi dipinti a mosaico, è un minuscolo operatore matematico che innesca trasformazioni radicali; Chiara Calore invece alta, così alta che pare cammini sollevata da terra, nella sua pelliccetta che è una nuvoletta, ma che è presente, affilata, creatura mutante come le sue, quelle che dipinge con la mano di un maestro fiammingo in acido; Danilo Stojanovic, tanti capelli, tanta barba, tanta carne, è il controcanto delle sue figure disincarnate, verdi di luce vetrosa, rosse di peccato. Si abbracciano, chiacchierano, ridono, si fotografano, ci fotografano. E poi l‘apparizione che non ti aspetti: è arrivato Carlo Di Raco. Stropicciato dagli anni, con i lunghi capelli secchi e ventosi, il grande cappotto scuro, i larghi pantaloni marroni, gli abbacinanti scarponcini rossi. Lui è il maestro di tutto e di tutti, è il creatore, l’entità super omnia nell’Atelier F, ovvero della Scuola di Venezia, in mostra qui, sotto il titolo di More than this, dal 31 gennaio al 6 aprile.

La collettiva è a cura Daniele Capra, che il giorno dell’inaugurazione si aggira spinto da un motore elettrico alimentato con voltaggio elevatissimo, mai fermo, mai sereno, preoccupatissimo che tutto vada bene (e tutto è andato benissimo). Capra ha da tempo studiato, inquadrato, e reso ben chiara in un contesto critico, questa cosiddetta “Scuola di Venezia”. Che poi altro non è che l’insieme eterogeneo di quegli artisti che hanno studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, nell’Atelier F, sotto la guida di Carlo Di Raco, docente a cui si sono poi aggiunti Miriam Pertegato e Martino Scavezzon. I corsi di Di Raco erano inziati a metà degli anni Novanta, all’epoca gli studenti dell’Accademia che dipingevano nella prima aula erano quelli dell’atelier A, quella della seconda l’Atelier B, i suoi studenti dipingevano nella sesta ed ecco la prosaica origine dell’etichetta Atelier F, oggi marchio di fabbrica della pittura veneziana di qualità. Come ha più volte sottolineato Capra, il termine “scuola” vale però più per il metodo di lavoro che non per somiglianza stilistica. Gli studenti dell’Atelier F dipingono infatti tutti insieme, in un confronto continuo con Di Raco, Scavezzon, e Pertegato, confronto che diventa anche dialogo tra tutti loro e, soprattutto, con i vecchi studenti, cioè i pittori usciti dall’Accademia e oggi affermati nel mondo dell’arte, che spesso tornano per dei workshop di pittura all’Atelier F, fianco a fianco con i giovanissimi. Dodici di quei “vecchi studenti” sono esposti in questa collettiva.

Alcuni degli ex-Atelier F sono arcinoti, il nome più celebre è Iva Lulashi, che ha rappresentato l’Albania nella Biennale di Venezia 2024. Viene in mente anche Chiara Enzo, che invece era nella Biennale 2022, all’interno del percorso Il latte dei sogni, curato da Cecilia Alemani. Lulashi ed Enzo (non presenti in More than this) hanno oggi quotazioni da vere star, ma tutti i migliori della Scuola di Venezia sono accasati con gallerie di prestigio, hanno quotazioni in ascesa e sono disputati dai collezionisti. In quest’ottica, un’importante opera di valorizzazione l’ha fatta Antonio Coppola, collezionista e anima dell’omonima Fondazione nata nel 2018 nella città di Vicenza, che nel 2025 ha dedicato una prima importante collettiva alla Scuola di Venezia negli spazi del Torrione Maltraversi. C’è, Antonio Coppola, all’inagurazione di More Than This. Dovessi descriverlo direi impeccabile, come il suo completo blu, mentre dispensa strette di mano e sorrisi. È il tipo di collezionista con cui ti piacerebbe fare quattro chiacchiere e poi andare a cena (tipologia abbastanza rara, lo dico per esperienza), perché ti contagia con l’allegria e il piacere di stare al mondo, figlio della passione per l’arte e della generosità unita alla gentilezza.

I nomi di tutti i dodici esposti qui: Aleksander Velišček, Thomas Braida, Danilo Stojanović, Nebojša Despotoviċ, Jingge Dong, Paolo Pretolani, Maria Giovanna Zanella, Chiara Calore, Beatrice Gelmetti, Francesco Cima, Chiara Peruch, Adelisa Selimbašić. Sono tutti nati tra gli inizi degli anni Ottanta e la seconda metà dei Novanta. E cosa dipingono? Le più iconiche sono forse le ragazze millenial di Selimbašić, in colori tenui e fragili come le loro vite, e gli spudorati maschiacci di Zanella, sexy e strabordanti, mescolati in accoppiamenti tanto fluidi da sconfinare nell’astratto. In mezzo c’è la pittura slabbrata di Despotovic, quella super-nitida di Calore, i paesaggi inquietanti di Cima, i gatti impertinenti di Braida, i ritratti e gli autoritratti digrossati di Despotoviċ… Nessuno somiglia a nessuno, non c’è unità stilistica, Daniele Capra ha perfettamente ragione. Ma oltre alla modalità dell’apprendimento (la condivisione, la collettività), qualcosa di comune e riconoscibile resta, e mi piace sempre dirlo attraverso le parole di un maestro come Nicola Samorì, che questi ragazzi e ragazze li conosce bene: la Scuola di Venezia “si è riappropriata con vitalità dei sensi, dello stomaco, del gusto e del piacere”. Una botta di (bella) vita che fa bene al cuore di chi ama l’arte, in questi anni bui.


