I graffiti del Leoncavallo, Sgarbi: “Questa è l’Arte Contemporanea, il luogo della vita. Per questo dico che è la Cappella Sistina del contemporeaneo…”

Leoncavallo. Nel pensiero di molti il nome evoca un luogo disordinato e difficile, occupato da giovani sempre e comunque disubbidienti (condizione naturale ai giovani e anche agli artisti), un centro sociale alternativo alle istituzioni e alle associazioni istituzionali. Per anni abbiamo sentito di scontri, tumulti, occupazioni, e conseguentemente, di delibere di sgombero, di sfratto, come se l’occupazione dovesse rappresentare un simbolo antagonista rispetto alla società borghese. Come, di fatto, è.

Non ho mai pensato, quindi, di avere buone ragioni di andare al Leoncavallo, né per piacere né per provocazione. Sono andato lì, semplicemente, per prendere atto di una condizione estetica, stimolata da un episodio: l’inaugurazione della mostra del grande pittore Jean-Michel Basquiat, maestro ammiratissimo e pacatissimo dei graffitisti, a cui la Triennale di Milano dedica una grandiosa esposizione, finanziata anche dal Comune. Una legittima irritazione e qualche ragione deve essere riconosciuta a chi si oppone al dilagare di scritture di puro sfogo sopra monumenti di interesse storico-artistico in quella grande città d’arte che è Milano negli esempi di architettura romana, romanica, gotica, rinascimentale, barocca, neoclassica e fascista che rischiano di essere deturpate dal graffitismo selvaggio, ma giustificabile sulle architetture alla stessa stregua che non lo sarebbe sulle pitture. Non si consentirebbe né a Basquiat né a Keith Haring di produrre i loro vitalistici segni sopra il Cenacolo di Leonardo; e allo stesso modo non si può consentire che la liberazione della creatività si esprima in segni, anche esteticamente coerenti sopra marmi, archi e muri di edifici storici, sulle colonne di San Lorenzo, sull’architettura del Piermarini alla Scala. Anche se andrà ricordato agli smemorati che lo stesso Raffaello, a distanza di poco più di mezzo secolo, dipinse gli affreschi delle stanze vaticane su precedenti e non consunti, ma semplicemente invecchiati, per il nuovo gusto, affreschi di Piero della Francesca. Ma se queste osservazioni sono pertinenti per opere la cui compiutezza estetica è storicamente definitiva, ciò non si può dire per l’edilizia selvaggia e di speculazione cresciuta nelle città, anche nei centri storici, ma soprattutto nelle periferie, a partire dagli anni Sessanta.

Simbolicamente nello stesso anno in cui nacque Basquiat, e nello stesso decennio in cui Celentano compose la celebre canzone Il ragazzo della Via Gluck. Per le sagome spettrali, i mostri di cemento, la totale assenza di ordini e misure in queste illegittime espressioni di edilizia selvaggia e criminale determinano l’equivalente, autorizzato nei piani regolatori, senza regole, delle favelas sudamericane. Luoghi, forse anche festosi nel loro disordine occasionale, di interi quartieri costruiti per umiliare e mortificare desideri e piaceri.

Tipologia più umiliante è, fra le altre, proprio quella che circonda con inesorabile incombenza l’area dell’attuale Leoncavallo. Sotto sagome di forma improbabile, lugubri e oscure, vi sono le larghe strade su cui si affaccia il Centro sociale, via Antonio Watteau e Via Gian Pietro Lucini. Il primo tra i grandi maestri del Settecento francese, il secondo poeta d’avanguardia di sensibilità futurista. Intorno alle targhe delle strade e sui muri circostanti vi è un incredibile fiorire di pitture di prorompente creatività, certamente ragguardevoli, perfettamente coerenti con lo spirito celebrato con la mostra di Basquiat. Gli autori ne sono emuli e seguaci, talvolta con pari energia, e si muovono in spazi liberi su pareti grigie, nello spirito dei graffiti delle metropolitane americane e in quei sotterranei celebrati da Jack Kerouac nel libro che Basquiat, in una celebre fotografia, tiene fra le mani.

KayOne, Sgarbi.

È evidente, allora, che dalla tensione di una lotta con la società derivano queste espressioni liberatorie di creatività, le quali sono certamente favorite dalla condizione di emergenza, dall’essere nate in situazioni di conflitto. E anche dall’euforia dell’occupazione. Questa è l’Arte Contemporanea. A noi tocca registrarla e riconoscerla dove essa si manifesta, e non come noi desideriamo, vogliamo o speriamo. Queste opere trovano nello scontro la ragione della loro forza, della loro originalità.  

E, quando si parla di un Museo di Arte contemporanea che manca a Milano non si può pensare che esso sia un luogo della buona educazione, del decoro, della pulizia, asettico come un ospedale. Il Leoncavallo è il luogo della vita. E le cause che hanno scatenato la creatività su quei muri non devono interessarci più del risultato, che è soprattutto in evidente contrasto con la negazione della bellezza e la morte degli edifici circostanti. Se tra questi graffitisti, come è assai probabile, ci fossero artisti di futura affermazione, sarebbe grave cancellarne o eliminarne le origini del linguaggio. Questi muri vanno, quindi, tutelati. Essi sono, come l’opera di Rimbaud, il frutto di una trasgressione che produce vitalità, energia, creatività.

Io non ho valutato come molti, pensano, le pitture murali al Leoncavallo in quanto critico d’arte. Potevo farlo, non l’ho fatto, anche in passato. E non ho ritenuto necessario visitare le vie Gian Pietro Lucini e Antonio Watteau, valutando il fenomeno del graffitismo in una dimensione metropolitana e internazionale, attraverso le riproduzioni fotografiche o intercettazioni visive occasionali tra strade e metropolitane. Ho, invece, visitato il Leoncavallo da Assessore alla Cultura di una città che chiede a gran voce spazi per l’Arte Contemporanea e che ha una emergenza estetica, di immediata evidenza, su quei muri.

Ozmo

In questo senso, proprio perché Assessore e proprio perché a Milano, ho ritenuto necessario visitare quel luogo, il Leoncavallo, come le Torri di Kiefer e Hangar Bicocca, fenomeni di analoga rilevanza, uno in chiusura di secolo, l’altro in apertura di millennio, l’uno prodotto dal disagio, culturale e sociale, l’altro dal capitalismo nella sua fase evolutiva, verso e per la cultura. Quello che nella città riguarda un Assessore è ben più di quanto non riguarda un fenomeno, una tendenza artistica. Per essa sul piano delle scelte, il critico può anche non avere interessi ad assumere una posizione polemica. L’assessore no. E l’assessore, in quanto amministratore, amministra per tutta la città. Anche per chi non lo ha votato, una larga parte di cittadini. E non può, non deve rispondere a una parte politica. Deve rispondere ai cittadini. Il sindaco è di tutti, non di una sola parte. E il suo ruolo politico, lo è soltanto con riferimento alla polis nella sua interezza e nella varietà dei suoi problemi; ai problemi risponde l’assessore e non ai suoi soli elettori. L’Assessore alla Cultura non può, ovviamente, prescindere dalla legalità, ma non può interessarsi di fenomeni culturali soltanto perché “legali”. Altrimenti non dovrebbe occuparsi di decine di autori, da Caravaggio a Pasolini, da De Sade a Rimbaud, da Artaud a Pound, da Genette a Céline. La cultura spesso confina con la trasgressione. Occorre, intanto, riconoscerla, e poi valutarne il rapporto con la città e le sue necessità. Ecco perché la maggioranza politica non c’entra. L’Assessore amministra, unisce, non divide. E non parteggia, al di là delle sue convinzioni. Io, come critico, sono sempre stato molto severo con i fenomeni di creatività metropolitana. 

Ma, nel momento in cui il Comune, con la Triennale, celebra Basquiat, non posso evitare di considerare i Basquiat di casa nostra, talvolta non meno creativi e liberi, anche perché hanno conquistato gli spazi per potersi esprimere che a un artista americano furono garantiti dal mercato. Noi difendiamo quello che si è espresso sui nostri muri. A Milano, in quel grande museo all’aperto che in questi anni è diventato il Leoncavallo.

All’indomani dello sgombero del Leoncavallo, pubblichiamo questo testo, per gentile concessione dell’autore, che Vittorio Sgarbi scrisse nel 2006 per il catalogo “I graffiti del Leoncavallo“, pubblicato da Skira e curato da Vittorio Sgarbi, Alessandro Riva e Davide Atomo Tinelli (pagg 78 con fotografie e colori, euro 13.30).

2 Commenti

  1. E pensare che Vittorio Sgarbi lo aveva definito “la cappella sistina del contemporaneo”
    https://www.artuu.it/i-graffiti-del-leoncavallo-sgarbi-questa-e-larte-contemporanea-il-luogo-della-vita-per-questo-dico-che-e-la-cappella-sistina-del-contemporeaneo/
    Mi chiedo anche se, con l’occupazione durata molto più di 20 anni non si potesse applicare la legge dell’USUCAPIONE che automaticamente rende gli occupanti proprietari legittimi.
    Adesso Sala, per riscattarsi dai suoi errori, potrebbe riportare con un’odinanza immediata le cose a prima dello sgombero dichiarando il Leoncavallo immobile storico gestito da una ONG a nome degli occupanti storici. Farebbe una bella pulizia della sua immagine.
    Mi auguro che questi ragazzi vengano difesi da gente competente, e che il governo che finge di non capire la situazione a favore di propaganda elettorale, lasci autonomia alle autorità locali.

  2. Spero che questa lectio magistralis d’arte e politica sia recepito anche dal suo schieramento al Governo.
    Sgarbi ha fatto molto anche per l’Umbria e non era così venale. Parlava d’arte con tutti. Per strada, con gli anziani e con chi faceva domande banali. Lui si fermava e rispondeva mai snob. Ecco, altro non doveva fare, solo arte. Ma per questo Grazie Vittorio

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