I musei della Collezione Pinault a Venezia riflettono sulla condizione umana | Capitolo I – Palazzo Grassi con Michael Armitage e Amar Kanwar

È un racconto per capitoli quello che apre la nuova stagione dei musei veneziani della Pinault Collection. Una narrazione che si snoda tra geografie e tematiche che si intrecciano come le pratiche e le tecniche degli artisti. Una giustapposizione di memorie originarie che fanno i conti con le contingenze dei tempi. Alterazioni visive e emotive si confrontano, ieri come oggi, con questioni umane e umanitarie, con il ciclo naturale della vita e della morte con cui le culture non occidentali riescono a avere un rapporto “sensibile”. E poi l’estetica ruvida di certi elementi come la corteccia di lubugo, un antico materiale ugandese che si ingentilisce nella resa definitiva stratificata e nella vivacità pittorica di Michael Armitage; l’eleganza delle colature sulla tela, i frammenti inseriti nei paesaggi glaciali e i collage di Lorna Simpson, mentre una ritualità collettiva di matrice antropologica incrocia la pratica di Amar Kanwar nei video con la musica raga e nella ricerca di Paulo Nazareth, recuperando eventi storici e personali. Sono quattro le mostre che, per la prima volta, abitano Palazzo Grassi e Punta della Dogana, come scrive Bruno Racine per creare “risonanze” tra artisti che partendo dalle loro geografie ripercorrono tra il reale e l’immaginario, aspetti dell’umanità.  

Amar Kanwar, The Torn First Pages, 2004-2008, Collection of the artist. Installation view Amar Kanwar. Co-travellers, 2026 Ph. Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Sono due le mostre ospitate a Palazzo Grassi a Venezia fino al 10 gennaio 2027, curate da Jean-Marie Gallais (curatore Pinault Collection), in cui le opere monumentali di Michael Armitage (nato nel 1984, Kenya) e le installazioni video di Amar Kanwar (nato nel 1964, India) riescono a trovare una loro autonomia all’interno del sofisticato palazzo nobiliare settecentesco con gli scaloni, le pareti affrescate e i pavimenti di marmo. Nessun compromesso per opere che si mostrano nelle dimensioni generose con un campionario di colori vitaminici, rivelando forme a tratti perfettamente definite, altre dai contorni più sfumati. Corpi (umani e non umani) che tentano una liberazione o che restano intrappolati in situazioni e ambientazioni come quella marina, o nella moltitudine di persone che manifestano, nel tentativo di affermare la fragilità di una presenza, come nella pittura generosa di Armitage. “Capaci di colorare la mente” le improvvisazioni della musica raga o raag che accompagna le videoproiezioni di Kanwar, che fotogramma dopo fotogramma restituiscono una narrazione poetica che attinge alla storia culturale e politica con la lunga lotta democratica birmana, facendosi portavoce di un universo “sensibile”. È necessario un certo tempo di elaborazione per far sedimentare l’insieme dei micromondi che raccontano la complessa stratificazione concettuale e emotiva che muove Armitage e Kanwar. 

Amar Kanwar, The Torn First Pages, 2004-2008, Collection of the artist. Installation view Amar Kanwar. Co-travellers, 2026 Ph. Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection

The Promise of Change di Michael Armitage è realizzata in collaborazione con Hans Ulrich Obrist per il catalogo, Michelle Mlati (storica dell’arte) e Caroline Bourgeois (advisor Pinault Collection). Co-travellers di Amar Kanwar abita il piano superiore all’interno di uno spazio oscuro illuminato dalle luci colorate dei proiettori, che accolgono il pubblico. Due percorsi diversi ma complementari che si incrociano nella distanza linguistica e geografica. Tuttavia, parlano di un’umanità autentica che si mostra nella sua fragilità emotiva e fisica, seppur svelando una resistenza al dominio del potere e della violenza. Gesti e atti che, nella loro disperata azione, si fanno portatori di una volontà di speranza, sovvertendo le questioni interne legate ai propri territori; e come scrive Manthia Diawara nel catalogo di Armitage: “[…] come affermava Glissant, l’arma per resistere a qualsiasi oppressione è prima di tutto poetica e poi politica”, e c’è molta poesia nelle vibrazioni pittoriche di Armitage e nelle narrazioni visive di Kanwar. 

Una stratificazione di storie recuperate dagli archivi per The Torn First Pages, 2004-2008, il primo video in mostra di Kanwar, realizzato oltre vent’anni fa. Un documento legato alla lotta per la democrazia birmana, in parte materiale d’archivio e in parte filmato clandestinamente, che si ispira a un fatto realmente accaduto, ovvero l’arresto del libraio di Mandalay Ko Than Htay nella sua casa-libreria a Ottaya Lwinpyin (Pianura del Nord). Una protesta silenziosa contro il regime che avviene strappando la prima pagina dei libri, obbligatoria per legge, contenente una dichiarazione politica della dittatura militare.

Michael Armitage, Dandora (Xala, Musicians), 2022, Pinault Collection. Installation view Marco Cappelletti Studio.

Un atto rivoluzionario e indipendente che dimostra il coraggio di un uomo. Risiede qui la forza di Ko Than Htay: nella solitudine di un gesto che spaventa il potere. Il video è stato commissionato da Public Press e Thyssen-Bornemisza Art Contemporary ed è composto da un’installazione a 19 canali divisa in tre parti: quella che riprende il generale Than Shwe (1933), capo della giunta militare, mentre sparge petali di rosa sulla tomba di Gandhi, le interviste ai membri di una comunità birmana e nell’ultima parte, i filmati delle manifestazioni a sostegno della democrazia. L’opera affronta questioni politiche, coloniali e sociali recuperando aspetti della storia contemporanea, ed è influenzata da eventi personali che toccano particolarmente Kanwar, come la fuga dei genitori dal Punjab in occasione della partizione dell’India nel 1947, l’omicidio di Indira Gandhi nel 1984, quando era all’università, e l’esplosione nello stesso anno della fabbrica di gas a Bhopal, città del Madhya Pradesh, che causò moltissime morti. 

Quarantacinque le tele di grande formato in mostra per Michael Armitage, in cui i soggetti alternano personaggi mitologici come un’Antigone nera in una posa esplicita, Europa, la principessa nipote di Poseidone e di Libia (quell’Europa attraversata dalle migrazioni), o Mydas che sceglie di ambientare nel nord del Kenya per via dei problemi di siccità, come per il re di Phrygia. La serie sulle promesse disilluse dalla politica segue la campagna elettorale del 2017 in Kenya e le proteste di massa, come la manifestazione di Uhuru Park. “All’interno della folla vi è uguaglianza”, scrive l’artista nell’intervista del catalogo con Obrist, riprendendo lo scrittore bulgaro Elias Canetti (1905-1994) in “Massa e potere” del 1960. La serie delle migrazioni è iniziata, invece, nel 2015 con una musica di Toumani e Sidiki Diabaté su Lampedusa. Nelle tele i corpi sembrano inghiottiti dall’acqua e sono esposti proprio sul lato del palazzo che guarda il canale, richiamando il drammatico naufragio del 1816 della fregata francese Méduse incagliata nella secca della Mauritania, dipinta da Théodore Géricault (1791-1824) ne La zattera della Medusa (1818-1819). Il dramma di Géricault scuote l’opinione pubblica e la critica per la rappresentazione del tema e per quel distacco dalla rasserenante tradizione pittorica neoclassica. Al dramma raffigurato da Armitage il pubblico è abituato, quasi assuefatto da una rappresentazione cinematografica; tuttavia, nella pittura dell’artista c’è tutto il dramma, la disperazione, la sofferenza di chi cerca la salvezza, amplificata dalle imperfezioni della tela. Buchi, cuciture, irregolarità date dalla corteccia di lubugo, una pianta ugandese utilizzata per avvolgere i defunti, che Armitage ha iniziato a utilizzare per tutti i suoi lavori, scoprendola in un mercato turistico di Nairobi. 

(from left to right) Michael Armitage, Nyayo, 2017, Private Collection; Strange Fruit, 2016, Private Collection.
Installation view Marco Cappelletti Studio.

La visione della morte nelle culture non occidentali attinge all’esperienza “sensibile” e non a quella materiale. La riflessione sul ciclo della vita e della morte è il soggetto più recente di Amar Kanwar in The Peacock’s Graveyard, 2023, che fa parte della Pinault Collection. Un film di 28 minuti accompagnato dalla musica raga-raag suonata dal pianista Utsav Lal, che racconta cinque favole scritte da Kanwar attingendo a un materiale eterogeneo che va dal folklore alla tradizione, dalle storie tramandate oralmente a fatti personali e reali. Un lavoro realizzato per la Biennale di Sharjah 15, composto da sette schermi su cui le immagini scorrono in un’ambientazione buia. Cinque i racconti: da Il cimitero dei pavoni e dei suoi abitanti in cerca di pace al proprietario di case, dalla lite tra il sacerdote e un giovane che beve acqua a valle al boia punito dall’albero; dal necrologio del presidente ai due amici Pabu Holla che, parlando di sogni, uccelli e filosofia, sfuggono al massacro. Si presentano come poesie – haiku (che nella tradizione giapponese indica un componimento breve di antica tradizione) nel loro fragile e breve avvicendarsi all’interno di un viaggio umano che include un passaggio naturale verso un altrove.

(from left to right) Michael Armitage, Holding Cell, 2021, Courtesy of the artist; Europa, 2025, Courtesy of the artist.
Installation view Marco Cappelletti Studio.

 L’altrove può essere anche un luogo reale e oggettivo, un paesaggio in cui affiorano elementi vegetali e non umani che cambiano a seconda che si tratti di vedute africane o di quelle balinesi in cui vive Armitage. La serie sul paesaggio si carica di formalismi che si disvelano lentamente tra rassicurazione e ambiguità, paradisi apparenti e misteriose presenze illuminate dalla resa pittorica e dalle finestre del palazzo che affaccia sul canale su cui sono esposte. Le suture di Sayan, 2022-2024, l’umanizzazione di Leopard print seducer, 2016, la vegetazione di A Kind of Belief, 2025, il paradiso dell’isola Kiwayu, vicino alla Somalia, oggetto di contese territoriali (The Paradise Edit, 2019), le grotte a Sulawesi (Indonesia) realizzate 52.000 anni fa (come il titolo di un suo quadro), dalla natura florida e antropizzata indonesiana a quella più ostile e respingente keniana. Una nutrita sezione è dedicata ai disegni, agli schizzi a matita, acquerello e inchiostro che l’artista produce dimostrando una conoscenza approfondita del disegno e dei suoi riferimenti iconografici della storia dell’arte, in particolare Tiziano (1488/90-1576), Francisco Goya (1746-1828),  Théodore Géricault (1791-1824) o dei più contemporanei Jak Katarikawe (1940-1980) e Peter Mulindwa (1943-2022), ma anche cinematografica con i film dello scrittore e regista Ousmane Sembène (1923-2007).  

Quello a Palazzo Grassi è un viaggio sulla laguna che culla il visitatore all’interno di geografie e storie lambite anch’esse dall’acqua. Si intrecciano eredità post-coloniali, processi democratici e il tentativo di affermazione di diritti negati in cui rintracciare l’“umanesimo” cui fa riferimento lo scrittore indiano Salman Rushdie (1947) nel catalogo di Armitage, e le “[…] conseguenze dell’arroganza della nostra specie “, come sostiene Kanwar. 

Newsletter

Follow us

Scelti per te

Wild by Design: all’ADI Design Museum la pittura di Marco Grasso trasforma la natura in modello progettuale

All’ADI Design Museum, spazio dedicato alla cultura del progetto e alla collezione storica del Compasso d’Oro, Wild by Design introduce un cortocircuito interessante: portare la pittura - e in particolare la wildlife art - dentro un contesto puramente di design. Non come elemento decorativo, ma come dispositivo teorico.

“Anime in scatola” di Maddalena Rossetti

Negli spazi sconsacrati della Chiesa di San Vittore e Quaranta Martiri a Milano, la mostra Anime in scatola presenta un corpus di opere di Maddalena Rossetti, accompagnato dal testo critico di Vera Agosti.

“Cantarella” di Nuria Mora all’Ambrosiana

Durante la Milano Art Week, alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Cantarella di Nuria Mora trasforma la Sala del Foro Romano in un ambiente che intreccia memoria, leggenda e riflessione sul femminile, tra rispetto del luogo e rilettura critica del mito.

“POPULUS” il Fiume Po come laboratorio tra arte e scienza

Tra aprile e maggio 2026, il progetto Populus dell’Università di Parma trasforma il Po in un percorso partecipativo che intreccia arte contemporanea, ricerca scientifica e comunità per riflettere su crisi climatica e biodiversità.
Elena Solito
Elena Solito
Scrive storie di persone e “non luoghi” dell’arte. In particolare è interessata a indagare l'esperienza estetica come fatto antropologico, capace di dilatare il suo spazio fisico e concettuale, attivando dialoghi inattesi e sottraendosi agli spazi più tradizionali. La scrittura acquisisce una dimensione autonoma, diventando materiale di osservazione e di riflessione intorno a possibili (e non univoche) narrazioni della contemporaneità. Autrice indipendente, membro editoriale di Formeuniche, contributor per Made In Mind.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui