I Prisenti di Gibellina: il dono ricamato che unisce rito, memoria e arte contemporanea

Nell’anno di Gibellina prima Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026, la città torna a guardare a una delle sue tradizioni più dense e identitarie: quella dei Prisenti, i lunghi drappi ricamati legati alla festa del Santissimo Crocifisso. Domenica 10 maggio, a partire dalle ore 12, il Museo delle Trame Mediterranee della Fondazione Orestiadi inaugura I Prisenti di Gibellina. Una mostra diffusa, a cura di Cristina Costanzo ed Enzo Fiammetta.

Il progetto si sviluppa in più sedi: il Museo delle Trame Mediterranee della Fondazione Orestiadi, il MAC – Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao”, Belìce/EpiCentro della Memoria Viva e la Chiesa Madre di Gibellina. Una geografia espositiva che restituisce la natura stessa dei Prisenti, sospesi tra sacro e profano, devozione popolare, artigianato e linguaggi artistici contemporanei.

Il termine Prisenti significa “dono” e indica il drappo ricamato nato nell’ambito dell’antica festa del Santissimo Crocifisso, celebrata ogni anno la seconda domenica di maggio e, ogni cinque anni, nella forma della Festa ranni, la Festa grande. Tra le testimonianze più preziose di questa tradizione figura il Prisenti della Congregazione del S.S. Crocifisso del XVIII secolo, documento materiale di una ritualità profondamente radicata nella comunità locale e nelle società agrarie tradizionali.

Dopo il terremoto del 1968, questa usanza venne quasi del tutto abbandonata. Fu a partire dagli anni Ottanta che il rito dei Prisenti trovò una nuova vita, grazie alla visione di Ludovico Corrao, che ne promosse il recupero coinvolgendo la cooperativa di donne ricamatrici di Gibellina. Nel 1982, in continuità con la tradizione religiosa e con il progetto più ampio di ricostruzione della città attraverso l’arte, le ricamatrici realizzarono un Prisenti in velluto rosso decorato, trasformando un rito devozionale in un gesto collettivo di memoria e rinascita.

Da quel momento, la tradizione del Prisenti è stata affidata a un dialogo sempre più fertile tra artisti e artigiane, tra disegno contemporaneo e sapere manuale. Negli anni, diversi artisti sono stati invitati a ideare nuovi drappi, tra cui Michele Canzoneri, Pietro Consagra, Alighiero Boetti, Sami Burhan, Carla Accardi, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Carlo Ciussi, Isabella Ducrot, Renata Boero, Nja Mahdaoui, Marco Nereo Rotelli e Gabriele Gandolfo David.

La collezione ha già avuto momenti importanti di riconoscimento, dalla presentazione nel Padiglione Italia della XLV Biennale d’Arte di Venezia nel 1993, nella sezione Transiti di Punti cardinali dell’arte a cura di Achille Bonito Oliva, fino alla mostra allestita tra il 2016 e il 2017 al Real Albergo dei Poveri di Palermo.

Con questa nuova mostra diffusa, Gibellina offre al pubblico la rara occasione di attraversare l’intera storia dei Prisenti, dai manufatti storici alle interpretazioni contemporanee. Il percorso non celebra soltanto una tradizione, ma ne mette in luce la vitalità presente: il Prisenti non è un reperto fermo nel tempo, ma una forma viva, capace di rinnovarsi attraverso il linguaggio degli artisti e il lavoro delle mani.

In questa prospettiva, i Prisenti diventano uno dei simboli più potenti di Gibellina: raccontano la ferita del terremoto, la ricostruzione, la partecipazione della comunità, il ruolo delle donne ricamatrici, il rapporto tra arte e rito, tra memoria locale e immaginario mediterraneo. Dentro ogni drappo convivono un gesto antico e una visione futura.

Nel corso del 2026, i Prisenti continueranno a essere protagonisti del programma di Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea: ad agosto è prevista la realizzazione di un nuovo Prisenti accompagnato da una performance di Giorgio Andreotta Calò, mentre sono in arrivo nuove prospettive di collaborazione con la Quadriennale di Roma. Un segnale ulteriore di come questa tradizione, nata come dono devozionale, continui oggi a farsi spazio come forma di arte pubblica, memoria condivisa e immaginazione collettiva.

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