I turisti come “disastrosi e goffi teatranti”: fotografia, critica e performance nel nuovo progetto di Samuel Costa

Negli ultimi anni il turismo di massa ha smesso di essere solo un fenomeno economico per diventare un dispositivo visivo, sociale e politico, capace di trasformare territori, comportamenti e immaginari. È da questo terreno che nasce Game Over Tourism, il progetto con cui Samuel Costa affronta il tema del turismo depredante entrando fisicamente dentro i luoghi che intende raccontare, assumendone codici, gesti e maschere.

Fotografo e cantastorie, Costa porta nel suo lavoro visivo la stessa attitudine che attraversa la sua musica: uno sguardo diretto, ironico, spesso spiazzante, radicato nella cultura di strada e nella pratica dell’infiltrazione. Nato e cresciuto a La Spezia, attivo da anni nella scena musicale underground, ha sviluppato parallelamente una ricerca fotografica che intreccia documentazione, performance e critica sociale, evitando lo sguardo distaccato e moralizzante di chi osserva dall’esterno.

In Game Over Tourism il travestimento diventa strumento narrativo e politico: non un vezzo estetico, ma un modo per abitare il sistema, viverlo dall’interno e restituirne le contraddizioni. Il risultato è un racconto immersivo che mette in crisi il ruolo del turista, del fotografo e dello spettatore, mostrando come il turismo contemporaneo funzioni spesso come un meccanismo che consuma paesaggi, identità e relazioni.

In questa intervista abbiamo parlato con Samuel di infiltrazione, responsabilità dello sguardo, riferimenti culturali – dalla fotografia alla musica – e del rischio, sempre presente, di trasformare la critica in spettacolo. Un dialogo che parte da Game Over Tourism per allargarsi a una riflessione più ampia sul fare artistico oggi, tra esposizione mediatica, consumo dell’esperienza e necessità di raccontare ciò che accade sotto la superficie.

Samuel Costa

“GAME OVER – TOURISM” è un titolo netto, quasi definitivo, che suggerisce la fine di un meccanismo prima ancora che di una stagione. Guardando le Cinque Terre attraverso questo progetto, pensi davvero che il modello del turismo di massa stia arrivando a un punto di rottura o il “game over” sia più una provocazione che una constatazione?

Confermo, è una perentoria e tragica constatazione. La partita si sta perdendo sia durante il gioco stesso, ovvero quando il meccanismo fatto di turismo depredante, sfruttamento scellerato delle infrastrutture e dei luoghi è in moto, sia quando le rotelle s’inceppano lasciando dietro di sé disoccupazione, investimenti errati e un’arida desolazione che assomiglia a quella di un grande parco giochi abbandonato e ormai decadente.

Nel progetto scegli di “travestirti da turista”, entrando fisicamente e simbolicamente nella scena che stai raccontando. Questo approccio ironico e dichiaratamente pop è una cifra che attraversa da sempre il tuo lavoro, non solo nella fotografia ma anche nella musica. In che modo l’ironia diventa, per te, uno strumento critico per parlare di temi complessi senza assumere una postura giudicante?

Non lo so, mi hanno fabbricato così (ahah), niente di più istintivo e viscerale, anche nel privato e nei momenti seri conservo sempre una componente ironica e dissacrante. Parlando del travestimento ti confido che in questo caso il camuffo ha avuto una duplice funzione, sia quella di passare inosservato, (per quanto sia possibile, viste le mie ingombranti flashate e i miei molteplici tatuaggi) sia quella di diventare parte dello show.

Ritengo importante raccontare ciò che si conosce, proprio per evitare “l’effetto zoo” (quello poi che fanno i turisti). Immergendomi per tre mesi tra le orde dei vacanzieri (sotto copertura) ho vissuto e compreso ciò che andava raccontato.

Il titolo GAME OVER – TOURISM dialoga inevitabilmente con una tradizione fotografica che ha raccontato il turismo di massa come fenomeno grottesco e rivelatore, specialmente in riferimento al lavoro del compianto Martin Parr. Quanto questa eredità ha influenzato il tuo sguardo e cosa senti di portare di diverso, osservando oggi le Cinque Terre da dentro, come luogo vissuto prima ancora che fotografato?

Flash e colori accesi = Martin Parr, come cantautorato chitarra voce = Fabrizio De Andrè, sarò trafitto per questo però: che balle! Io sono per spodestare i “miti” piuttosto che volergli assomigliare.

Ricordo che da ragazzini con la musica volevamo togliere dal trono i regnanti, prenderci quel posto, cambiare le regole e nelle cantine ammuffite dove ci trovavamo a fare rap, sognavamo di ribaltare la scacchiera. Ora l’emulazione dei miti è il diserbante delle sottoculture, della diversificazione delle idee e delle identità.

Detto ciò, sicuramente per svariati fattori oggettivi ci saranno sempre delle somiglianze con chi “lo ha fatto prima” e nonostante io ponga sempre una certa attenzione etica per evitare questo aspetto, credo che possa inevitabilmente accadere. L’importante è non copiare spudoratamente con dolo.

Il turista quindi, per te, non è solo un soggetto fotografato, ma quasi un personaggio, una maschera collettiva che ripete gesti, posture e rituali. Quanto ti interessava lavorare su questa dimensione quasi performativa del turismo di massa? E pensi che oggi il turista sia diventato, più che un visitatore, parte di un format visivo già scritto e forzatamente ripetuto?

Credo che il turista incallito incarni allo stesso tempo sia il ruolo di vittima che di carnefice, assalta con brutale prepotenza le località succubi dei trend sguainando affilati stick per i selfie, ma allo stesso tempo subisce lo sfruttamento della propria incoscienza. Invadono romantici panorami solamente per una frettolosa foto, mentre dall’altra parte si fanno svuotare le tasche da qualche furbo ristoratore che gli rifila uno scendente “spaghetto with bolognese sauce” (accompagnato ovviamente da un bel cappuccino bollente).

Questo tipo di malsano turismo mette davanti a qualsiasi aspetto “l’io”; la prioritaria esigenza di apparire nel luogo, di essere assoluto protagonista della scena, non per visitare ma per far vedere di aver visitato, non per andare a teatro ma per essere un disastroso e goffo teatrante.

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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