IKEA ha capito che i Millennial e la Gen Z non comprano più case: ora progetta mobili che traslocano con loro

C’è stato un tempo in cui comprare un mobile significava immaginare dove sarebbe rimasto per decenni. Il tavolo della cucina, l’armadio della camera, la libreria del salotto erano pensati per attraversare le stagioni della vita restando fermi nello stesso luogo.

Oggi, almeno per una parte consistente di Millennial e Gen Z, il presupposto si è ribaltato: non è più il mobile a restare, ma la persona a muoversi. È da questa trasformazione che nasce KOMPISHÄNG, la nuova collezione di IKEA presentata per l’estate 2026. Più che una semplice linea di arredi, è la traduzione in oggetti di una condizione abitativa sempre più diffusa: vivere in affitto, cambiare città, condividere appartamenti, traslocare con frequenza.

La collezione comprende una serie di elementi progettati per essere trasportati con facilità: tavoli con maniglie integrate, sgabelli impilabili, organizer per vestiti che si trasformano in borse, uno specchio che permette di appendere fotografie senza bucare le pareti, un materasso pieghevole trasportabile come uno zaino e persino un vaso pensato per spostare le piante durante i traslochi. Ogni dettaglio nasce da un principio preciso: il mobile non deve sopravvivere al trasloco, deve renderlo più semplice.

Sul sito di IKEA la collezione viene presentata con una promessa molto chiara: «KOMPISHÄNG, una collezione fatta per essere portata con te. Che tu stia iniziando un nuovo lavoro o ti stia trasferendo in un’altra città, la collezione KOMPISHÄNG ti accompagna in ogni cambiamento della vita». Una dichiarazione che rende esplicito il destinatario del progetto: chi vive il cambiamento come parte della quotidianità.

Lo racconta anche Dora Ding, Product Development Manager di IKEA: «Anche se ci si trasferisce spesso, nessuno vuole che la propria casa abbia l’impressione di una sistemazione provvisoria. Abbiamo notato con quanta cura le persone scelgono che cosa portare con sé da un luogo all’altro, e questo ci ha ispirato. Volevamo che la collezione fosse pratica da trasportare, ma anche che facesse sentire le persone a casa». È un cambio di prospettiva significativo: se per decenni il design domestico ha cercato di interpretare la stabilità, oggi si confronta con la mobilità.

Naturalmente non si tratta di una mobilità romantica. Dietro questi oggetti non c’è l’immaginario del nomade digitale che lavora da una spiaggia tropicale, ma quello molto più comune di studenti fuori sede, lavoratori precari, giovani professionisti che cambiano città per un contratto a termine o che affrontano continui aumenti degli affitti.

I numeri raccontano bene questo scenario. Secondo Eurostat, nel 2024 i giovani europei hanno lasciato la casa dei genitori mediamente a 26,2 anni, mentre in Italia l’età sale a 30,1 anni – tra le più alte dell’Unione Europea. Non è una scelta culturale, ma sempre più spesso una conseguenza del costo dell’abitare e della difficoltà di accedere a una casa stabile. Anche dopo essere usciti dalla famiglia d’origine, la stabilità resta difficile da raggiungere. Contratti brevi, mercato degli affitti sempre più costoso e lavori frammentati trasformano il trasloco in una condizione ricorrente piuttosto che in un passaggio eccezionale. La casa smette di essere un punto d’arrivo e diventa una parentesi.

Person walking outdoors while carrying a round wooden table top inside a red circular frame on a sunny day.

È interessante osservare come cambi anche il significato stesso del design. Tradizionalmente un progetto cercava di migliorare uno spazio; qui, invece, migliora la transizione tra spazi diversi. La qualità non è più soltanto nella forma o nei materiali, ma nella capacità di essere smontato, piegato, trasportato e rimontato senza perdere funzionalità.

Persino l’estetica riflette questa filosofia. Legno naturale, tela, acciaio verniciato e colori neutri costruiscono oggetti discreti, pensati per adattarsi ad appartamenti sempre diversi senza imporre una forte identità visiva. Non mobili destinati a una casa precisa, ma arredi che possano funzionare ovunque.

In questo senso la collezione racconta una trasformazione più ampia del concetto di abitare. Per le generazioni precedenti la casa rappresentava spesso un investimento, una conquista economica e simbolica. Per molti giovani di oggi è invece uno spazio temporaneo, da personalizzare senza poter modificare davvero. Non sorprende allora che uno degli oggetti più significativi della collezione sia proprio lo specchio che permette di inserire fotografie e ricordi senza usare chiodi o viti: un piccolo gesto progettuale che risponde a una delle regole più comuni delle abitazioni in affitto, quella di non lasciare tracce sulle pareti.

Skateboarder wearing a plaid shirt and jeans shorts rides a skateboard on a city sidewalk with a large green bag strapped to their back.

La domanda, però, resta inevitabile: questo design celebra la precarietà oppure cerca semplicemente di renderla più vivibile?

La risposta probabilmente sta nel mezzo. IKEA non inventa una nuova condizione sociale, ma la osserva e la traduce in prodotti. Eppure è difficile ignorare il paradosso: il fatto stesso che esista una collezione pensata per chi trasloca continuamente significa che quella situazione è diventata sufficientemente diffusa da rappresentare un mercato.

Non è la prima volta che il design registra i cambiamenti economici prima ancora che politici. In passato lo ha fatto con i monolocali, con gli arredi multifunzione, con i letti a scomparsa. Oggi lo fa con mobili progettati per essere caricati in macchina, trasportati in metropolitana o persino portati sulle spalle.

Il vero valore di KOMPISHÄNG non sta nei suoi tavoli pieghevoli o negli armadi trasformabili, ma nella fotografia che restituisce del presente. Una generazione che costruisce la propria identità mentre cambia continuamente indirizzo. Una casa che non coincide più con un luogo definitivo, ma con gli oggetti che riescono a seguirci ovunque.

In fondo, la novità non è che IKEA abbia progettato mobili facili da trasportare, ma che il trasloco sia diventato un elemento strutturale della vita contemporanea, al punto da meritare una collezione dedicata. E forse è proprio questo il dettaglio più significativo: non stiamo più progettando case destinate a durare, ma mobili pensati per accompagnare vite che, almeno per ora, sembrano non fermarsi mai.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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