Il 2026 raccontato da “Metropolis” è arrivato. Fritz Lang aveva scelto quest’anno, proprio il 2026, come sfondo temporale della sua distopia, e ora che ci siamo, è quasi impossibile non tornare a guardare quel film con occhi diversi. Il prossimo anno saranno cento dalla sua uscita nelle sale, avvenuta nel 1927. Macchine che sostituiscono gli uomini, immagini che manipolano le masse, una società spaccata tra chi sta in cima e chi lavora nell’ombra: scenari che sembravano fantascienza e che oggi descrivono, con inquietante precisione, alcune delle tensioni più vive del nostro tempo. Vale la pena rivederlo e riflettere su visioni e anticipazioni che ancora riescono a inquietare. A guidarci nella rilettura è Fabio Melelli, docente di Storia del cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia e all’Accademia di Belle Arti di Perugia, che invita subito a una precisione importante: “Per convenzione sosteniamo che il film è ambientato nel 2026, ma se leggiamo il libro di Thea von Arbou da cui è tratto ci accorgiamo che non esiste una datazione precisa. Potremmo essere nel passato, come nel futuro”.

La città immaginata da Lang, con i suoi grattacieli visionari, ispirati alla New York degli anni Venti ma trasfigurati in qualcosa di universale, ha alimentato per un secolo l’immaginario e le paure che si alimentavano intorno al futuro della dimensione urbana. “Negli anni Ottanta non si poteva immaginare lo spazio urbano del futuro prescindendo da ‘Metropolis’”, ricorda Melelli, “da ‘Blade Runner’ al videoclip dei Queen ‘Radio Gaga’”. Un immaginario talmente potente da persistere ancora oggi, ben oltre la sua stagione cinematografica e culturale.
Sul piano delle disuguaglianze sociali, il film racconta una società spaccata in due: un’élite al sole e una massa di lavoratori ridotti a forza meccanica nelle viscere della città. Ma Melelli invita a non sovrapporre troppo frettolosamente quella visione all’oggi: “Il finale è nel segno di una riappacificazione e non di un superamento dello status quo. Siamo di fronte a un’ideologia sostanzialmente conservatrice e di matrice dichiaratamente cristiana”. La stretta di mano finale tra il padrone e il leader operaio, mediata dal giovane protagonista, cuore pulsante tra ragione e sentimento, è un compromesso più che una rivoluzione. “I riferimenti al presente vanno presi con le molle – avverte – anche se certe condizioni disumanizzanti del lavoro suonano ancora in molte parti del mondo”.
Più sorprendente, e più diretta, è invece la capacità profetica del film sul piano tecnologico. “‘Metropolis’ è davvero sorprendente: basti pensare alla scena in cui si assiste a una comunicazione video tramite uno schermo, che sembra anticipare tecnologie come Skype”. E soprattutto, il film è tra i primissimi a cogliere la deriva del modello fordista: quella catena di montaggio che solo dieci anni dopo Charlie Chaplin avrebbe parodiato in “Tempi moderni”.

Ma è la figura del robot, o meglio del doppio artificiale, la falsa macchina “Maria”, costruita dallo scienziato Rotwang, a parlare con voce più acuta al nostro presente. Melelli parte dall’etimo: la parola robot viene dal ceco, usata per la prima volta da Karel Čapek nel 1920 per definire automi sostituti del lavoro umano. “Il robot è soprattutto il segno della disumanizzazione del lavoratore, ridotto a schiavo senza diritti, vittima sacrificale del Moloch moderno del profitto”. Il doppio artificiale che non si distingue dall’originale rimanda al concetto del “doppelgänger”, alla rottura tra il sé razionale e l’inconscio, uno dei temi cardine dell’Espressionismo tedesco, nel quale è racchiuso anche un potente elemento di manipolazione, che richiama “Il gabinetto del dottor Caligari” di Robert Wiene: in quel caso l’archetipo della macchina – robot è sostituito da quello di un sonnambulo, strumento di un diabolico demiurgo.
In “Metropolis” la capacità profetica e visionaria del cinema e la sua attitudine a cogliere nel presente i segni del futuro raggiunge una delle sue vette. “Il film sembra anticipare i terribili eventi che caratterizzeranno la Germania e l’Europa tra gli anni Trenta e Quaranta”, osserva Melelli, “mettendoci in guardia da fenomeni come la massificazione e la manipolazione ideologica che sostanzieranno le dittature”.
Eppure “Metropolis” e il suo significato non possono essere confinati al documento storico o alla riuscita manifestazione artistica di una premonizione politica. È anche, e forse soprattutto, una storia d’amore. “Uno dei temi principali è proprio la **forza di cambiamento che caratterizza da sempre il sentimento amoroso”, dice Melelli. E sul piano formale, il film rappresenta una sintesi artistica straordinaria: l’Espressionismo che dialoga con l’Art Déco, gli effetti speciali artigianali che a un secolo di distanza restano credibili, regalando un’esperienza non soltanto visiva ma “sinestetica, dove l’arte cinematografica raggiunge una delle sue vette più alte”.
La lezione più urgente che “Metropolis” consegna al 2026 è forse la più inattesa: “Il film a ogni visione ci riconcilia con il concetto di complessità a cui siamo sempre meno abituati”, conclude Melelli. “Le cose non sono semplici come appaiono e la soluzione dei problemi è sempre un equilibrio che si raggiunge attraverso il compromesso, inteso come apertura alle ragioni dell’altro, al di là degli istinti più superficialmente rivoluzionari”.



