Se cercavate un semplice libro sulla montagna, allora non leggetelo. Se invece volevate (e ancora non lo sapevate), un libro che, partendo dall’analisi e dalla suggestione di alcuni dei più grandi capolavori della storia dell’arte occidentale, vi raccontasse il rapporto segreto che lega la rappresentazione dei monti, delle rocce, degli alberi, dei ghiacciai, dei cucuzzoli che vediamo alle volte in lontananza, immersi nella foschia, quando leviamo lo sguardo verso le cime più alte e più remote, magari camminando su un sentiero al limitare del giorno, e il senso stesso del nostro più profondo essere nel mondo, beh, ecco che il nuovo, bellissimo, intenso, ispirato quant’altri forse mai, libro di Vittorio Sgarbi Il cielo più vicino, La montagna nell’arte (La Nave di Teseo), è probabilmente quello che fa per voi.
L’analisi di un quadro, per chi ne è estraneo e si considera magari su tale argomento un profano, può sembrare a volte un esercizio astratto: luce, composizione, simbologie dei personaggi, panneggio, colore. Può sembrare un unitile o complicato esercizio mentale, quasi matematico. Eppure, se ci pensiamo, noi tutti, quando passiamo davanti a una chiesa, o a un affresco, o a una pala d’altare, senza quasi saperlo, riusciamo a connetterne gli elementi di base, che si innestano e smuovono (se il quadro è un capolavoro, questo avviene quasi sempre) qualcosa dentro di noi: riconosciamo, in essi, qualcosa che ci appartiene, che appartiene a noi tutti, al nostro stare al mondo, ai nostri sentimenti, a ciò che noi conosciamo da sempre nel profondo del nostro animo, ma di cui a volte solo i simboli – certi simboli – ci danno una conferma così potente da riuscire a scuoterci dall’inerzia cui l’incedere frenetico della vita, il bombardamento di immagini inutili o superflue e la vacuità del quotidiano rischiano a volte di distrarci. È questo il significato, per chi ha voluto affacciarvisi con animo sgombro e senza pregiudizi, dei simboli che i miti, le storie antiche, le favole e le religioni – per noi occidentali, massimamente quella cristiana – ci imbastiscono, e che la storia dell’arte ha saputo trarre dalla dimensione astratta e teologica a strumento di comprensione umana, popolare. Se Maria, la Vergine, nel tenere il suo bambino in braccio, e nel soffrire davanti al suo corpo straziato deposto dalla croce, ci fa tremare e a volte addirittura piangere quando la vediamo rappresentata dai grandi artisti di ogni tempo (meno in quelli contemporanei, dove la superfetazione ironica ha preso fatalmente il posto della rappresentazione simbolica, in una sorta di timor panico verso la dimensione del sacro), è perché noi tutti abbiamo avuto una madre che ci ha tenuto amorevolmente tra le braccia, e in noi tutti abita ancora il suo calore e il suo amore senza fine e senza scopo, unico rifugio, segreto e remoto, alla perfidia, alla rabbia e alla fatica che a volte il mondo ci getta addosso.

Veniamo alla montagna, allora. Vittorio Sgarbi, con la semplicità di cui alle volte si maschera, per farsi comprendere e arrivare al nostro cuore, la ricostruzione di quella trama complessa e articolata di rimandi e di fili invisibili attraverso i quali si articolano e si legano l’un l’altro i percorsi segreti degli artisti, ci propone in questo libro, attraverso una lettura delle opere insieme piacevole da leggere come una raccolta di racconti da gustarsi a letto, in stato di assoluto riposo della mente, e tuttavia profondamente illuminante, pieno com’è di rimandi, di connessioni, di passi tratti vuoi dai Vangeli vuoi dalle biografie antiche e da documenti storici lasciati filtrare qua e là tra le pagine come indizi di un’indagine criminologica, una sorta di grande racconto della storia dell’arte occidentale, presa a volo d’uccello, da Giotto al contemporaneo, letta però attraverso la chiave di uno dei quei simboli apparentemente marginali, sul quale il nostro sguardo si sofferma raramente: il paesaggio, e in particolare i monti, le rocce che spesso stanno, apparentemente e semplicemente come sfondo, nei quadri dei grandi artisti, e il loro rapporto con le domande che, consapevolmente o meno, albergano da sempre nel nostro animo: sul senso più alto e più lontano del nostro stare al mondo, sul nostro rapporto col divino, con l’anima stessa della natura, questa grande madre che ci ha partorito e che ci nutre e ci accoglie tutti, nonostante tutto, nel suo vasto e inesausto grembo.

Si parte da Giotto, appunto, l’iniziatore, se vogliamo, della modernità dell’arte: ed è lo Sgarbi più autentico e più illuminante quello che ci racconta quello che è stato sempre sotto i nostri occhi, ma che non avevamo forse razionalizzato così compiutamente, guardando la Fuga in Egitto alla Cappella degli Scrovegni, il fatto cioè che la montagna, “semplificata e potente”, “eleva e stacca dal resto della scena il gruppo principale”, quello della Vergine con il bambino: “non le aureole, non l’angelo rendono divini i personaggi, ma il loro rapporto esclusivo con la montagna che incombe, li sovrasta e li costringe alla prova”, al punto che la montagna è “forma e contenuto del dipinto: è un elemento narrativo, determina la prova cui Dio sottopone la famiglia di Nazareth”, “volume che incornicia, delimita, solleva”, e “agli altri personaggi non resta che incedere e guardare quel puro abbraccio materno, quella protezione che Maria offre alla paura del suo unico figlio, prima che sia troppo tardi”.

Si prosegue con Mantegna, il Mantegna le cui rocce inconfondibili si stagliano, petrose, arcaiche e nello stesso tempo già così inconfondibilmente architettoniche (“il paesaggio per Mantegna non è mai di sola natura, ma sempre intrecciato a testimonianze di civiltà antica, quella romana in particolare, che aveva lasciato reperti importanti a Verona, dove il pittore aveva vissuto”), e di cui Sgarbi ci offre la sua lettura, prendendo a modello la meravigliosa Orazione nell’orto della National Gallery, dove il pittore rievoca la scena biblica della preghiera nell’orto dei Getsemani come una straordinaria quinta teatrale, uno spazio “che deve restituire e partecipare al dramma, all’angoscia di Gesù”, dentro cui stanno, “come figure estratte dalle pietre”, i personaggi: con gli apostoli, addormentati mentre Gesù prega, “inginocchiato su una roccia scheggiata che sembra il basamento pronto per una statua romana”: e qui, ci avverte Sgarbi, “la montagna rappresenta quella eccedenza che sfugge all’uomo, che prepara al miracolo della morte e della resurrezione, e avvicina al cielo”: roccia tra le rocce, architettura tra le architetture (la natura dialoga infatti “con la storia, la storia romana, che rinasce nella campagna veneta”, tra colonne e città fortificate), e che fa sì che Gesù, “in modo corrispondente”, si senta meno solo. Che altra sintesi potremmo volere di uno dei capolavori della storia occidentale, per capire il dramma e la solitudine del Cristo nell’imminenza della crocefissione e della morte? E non ci siamo sentiti anche noi, a volte, schiacciati, rocce tra le rocce, umani tra gli umani, drammaticamente soli nel mondo, eppure speranzosi di una consolazione più alta, che ci salvasse dalla nostra sorte terrena?

E poi, Leonardo: dal San Girolamo dei Musei Vaticani alla Madonna del Garofano della Pinakothek di Monaco, coi suoi ghiacciai innevati, rarefatti, lucenti e misteriosi, al di là delle bifore alle sue spalle, fino alla Vergine delle rocce, immersa, con il Gesù bambino e il San Giovannino intenti in un loro dialogo misterioso, e l’angelo “sublime, meraviglioso, senza eguali nell’iconografia di ogni tempo”, tutti immersi in un paesaggio chiuso, “un’architettura nuova, di stalattiti e rocce, un antro scomodo e impervio”, dove i bambini “sembrano essere al sicuro e possono finalmente propiziare il loro rito adulto”: qui, scrive Sgarbi, “la montagna e la natura in generale sono un mistero da penetrare, come un impervio percorso in cui addentrarsi, come un mistero che i due bambini, già coscienti del loro destino, si stanno comunicando. E forse”, conclude Sgarbi, “è lo stesso mistero che anima la natura e l’uomo, in pieno spirito rinascimentale”.

Impossibile, naturalmente, addentrarsi nella descrizione di ogni quadro e nella luce in cui li mette l’interpretazione sgarbiana, dal Giorgione più misterioso, quello della Tempesta, al Tiziano dei Miracoli di Sant’Antonio alla Scuola del Santo, a Padova, e su fino al Romanticismo, e oltre: a Cézanne, col suo Mont Saint Michel ripetuto cento e cento volte “come in una meditazione zen”, a Van Goh, e su su, a Segantini con le sue montagne dell’Engadina, e poi Courbet, Böcklin, e avanti fino e oltre le prime avanguardie, a Carrà, Boccioni, Sironi, Oppi, Sironi, Santomaso, Morlotti, Afro… Ma certo è che con il Romanticismo che lo sguardo si fa più affilato e forse anche più immediato nella lettura di una natura che diviene simbolo stesso delle passioni, da una parte, e della finitezza dell’uomo di fronte allo spettacolo, al mistero e alla magniloquenza delle forze naturali, ben rappresentate dalle cime che si ergono verso cieli tempestosi, maestosi, aperti. In Turner, con lo straordinario Il ponte del diavolo al San Gottardo, dove “la natura tutta sembra essere evocata e convocata per far sentire lo stato di minorità dell’uomo davanti al creato”, poiché “la natura è la potenza di Dio sopra di noi”, una natura “che ha smesso di essere idillio, conforto, ed è pura, indeterminata potenza, come l’infinito di Anassimandro che rende giustizia alla colpa della nostra esistenza”. O, naturalmente, come in Friedrich (il cui celeberrimo Viandante sul mare di nebbia campeggia giustamente in copertina), dove, scrive Sgarbi, “non c’è dominio sulla natura, ma abbandono”, giacché, “col viandante, anche noi siamo arrivati fin lì, abbiamo scalato il monte, abbiamo raggiunto la vetta, avvicinato il cielo, e siamo diventati una cosa sola con la natura. Nella poetica matura di Friedrich”, scrive Sgarbi, “c’è la consapevolezza che non solo nella montagna, nel mare, nella luce, nella nebbia c’è la presenza di Dio. Dio sta nell’uomo che contempla gli elementi della natura. (…) Dio sta nel pensiero dell’uomo, che sa la sua precarietà, la sua finitezza e, perciò, si fa divino”.
Non è esattamente questo, questo sentimento di pace, di gioia interiore, di traboccante riconoscenza e di indicibile e assoluto senso di pacificazione e insieme di inconoscibile mistero, che ci prende a volte, quando saliamo lassù, in alto, “in su la cima”, e ci troviamo a contemplare, assorbiti da quel senso panico di dolce e incomprensibile benessere interiore, la natura che si estende verso l’infinito e che, in qualche punto lontano, sembra indicarci una via remota verso e oltre le nuvole, oltre il cielo, verso quello che col tempo abbiamo imparato a denominare semplicemente col nome di “Dio”?



Comprerò il libro grazie al tuo scritto
MERAVIGLIOSO LIBRO..COME DI SOLITO..IL PRINCIPE DELL’ARTI..È LUI
MERAVIGLIOSA ANALISI E ARTICOLO.DI MERITATA CAPACITÀ INTELLETTUALE..COMPLIMENTI VERI A LEI
BUON INIZIO DI ANNO NUOVO
CARI SALUTI
SILVIA PIRRACCHIO PRESIDENTE FOM.FONDAZIONE OTTAVIO MAZZONIS DI TORINO
È una recensione che non si limita a parlare del libro, ma in qualche modo lo continua.
Lo stile è alto senza essere compiaciuto, il pensiero rigoroso ma aperto; il dialogo con Sgarbi è autentico, non illustrativo ma critico nel senso più nobile del termine.
Mi è piaciuto , lo leggeró