Il confine è una linea invisibile che decide il destino delle cose. Può essere tracciato su una mappa, inciso in una legge, imposto da un muro. Ma può anche abitare dentro di noi, come una soglia emotiva, una distanza, una ferita o una possibilità. A Gorizia il confine non è un’astrazione teorica: è storia vissuta, è memoria sedimentata nei corpi e nell’architettura, è paesaggio urbano che racconta separazioni e ricongiungimenti, è un limite che ha diviso e insieme generato identità.
Da questa consapevolezza nasce IN ASCOLTO. TRACCE LUNGO IL MARGINE, progetto partecipativo ideato dall’Associazione QuiAltrove insieme a Matteo Attruia, da cui prende forma la mostra-installazione STATO DI CONFINE, visitabile fino al 22 marzo 2026 presso The Circle, in Via Rastello 91. Qui il confine diventa materia di un’esperienza immersiva che invita il pubblico a entrare dentro un archivio vivo fatto di parole, disegni, tracce.

Le installazioni che compongono STATO DI CONFINE non rappresentano l’inizio del progetto, ma la sua restituzione visibile. Il cuore dell’opera risiede nei mesi di incontri che l’hanno preceduta: non laboratori nel senso classico, ma spazi di condivisione non giudicante dove parole, silenzi, gesti e immagini diventavano materia artistica. Giovani, donne migranti, anziani, adulti in condizione di fragilità e rifugiati hanno partecipato a un processo collettivo guidato dall’artista e facilitato da QuiAltrove, associazione che da anni lavora per rendere l’arte contemporanea uno strumento accessibile per affrontare temi complessi.
Attruia, artista concettuale e visivo, ha scelto qui di compiere uno scarto rispetto alla sua pratica più riconoscibile, quella che lo ha portato a esporre WE___ME (WELCOME) alla mostra MUSA 2026 a Casa Italia, Triennale Milano, per le Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Anche a Gorizia il neon è la prima opera che accoglie il visitatore: WELCOME si accende solo nelle lettere WE e ME, lasciando nell’ombra le sillabe centrali. Un gesto minimale ma potente che mette in tensione l’io e il noi, l’individuo e la collettività. Sottrarre per rivelare: un principio che attraversa l’intero progetto.
Ai partecipanti è stato chiesto un dono. Non un compito, non un esercizio tecnico, ma un disegno capace di restituire la propria idea di confine. Nessuna indicazione su come interpretarlo, nessuna direzione imposta. Ciascuno ha portato la propria esperienza. Il risultato è una collezione di cinquanta visioni del limite: intime, eterogenee, a volte crude, altre sorprendentemente leggere. I fogli, realizzati su plexiglass trasparente, sono esposti su mensole semplici, leggibili da entrambi i lati. La trasparenza diventa metafora: il confine non come muro impenetrabile, ma come membrana che lascia passare lo sguardo.
L’unico elemento comune è il pennarello nero imposto dall’artista. Non per uniformare, ma per creare una linearità visiva che permetta alle differenze di emergere senza distrazioni cromatiche. La scelta finale e la disposizione dei lavori restano l’unico gesto di autorialità pienamente esercitato da Attruia, che ha mantenuto questo margine come spazio di responsabilità artistica.
“Dal punto di vista artistico e creativo, questi incontri mi hanno dato una conferma assoluta di qualcosa in cui credo da moltissimo tempo: ciascuno di noi ha un potenziale creativo inespresso. La frase – Ognuno di noi è un artista in qualche modo – dell’artista tedesco Joseph Beuys rispecchia il mio pensiero. In futuro mi piacerebbe che tutte queste piastrelle venissero accostate insieme fino a formare un’unica grande macchia, un disegno astratto di grande profondità e collettivo, perché al fondo c’è questo: il bisogno di ciascuno di sentirsi parte di qualcosa.” Matteo Attruia

Alla fine di ogni incontro è stata chiesta anche una parola. Non un commento critico, ma una parola-dono che rappresentasse ciò che restava dell’esperienza. Il risultato ha sorpreso artista e responsabile del progetto, Fabiana Vidoz: su cinquanta parole raccolte, quasi nessuna si ripete. Ma il registro è ciò che colpisce: speranza, amicizia, scoperta, unione, accoglienza, sogno. Parole luminose provenienti spesso da chi vive situazioni di marginalità. È in questo scarto tra ciò che ci si aspetterebbe e ciò che emerge che si manifesta la forza silenziosa del progetto.
“Il confine di là dei suoi orli abbraccia il mondo” è il verso scritto da un anziano ospite di una RSA. Una poesia donata al posto della parola richiesta, accolta per la sua forza evocativa, quasi fosse l’epigrafe dell’intero percorso.
Attruia ha scelto di entrare il meno possibile nel processo creativo. Ridurre la propria presenza non significa sottrarsi, ma restituire centralità a chi ha donato qualcosa di intimo. Il dialogo stesso — le conversazioni, i silenzi, i segni tracciati — diventa parte dell’opera.

I contributi raccolti sono confluiti in un’installazione video che non spiega, ma immerge. Parole scorrono in loop continuo, senza gerarchie, in una nicchia dove la luce si accende e si spegne invitando a fermarsi. “Io sono sempre in ascolto. Capita camminando per strada di venire raggiunti da frammenti di conversazioni che non ci appartengono, ma che ci rimangono addosso. Una parola, una frase, anche quello che può sembrare un luogo comune, per me diventano un elemento di stimolo su cui intervengo con piccole variazioni di punteggiatura, di accento, di parola e in questo senso il mio lavoro è legato fortemente all’ascolto. Quello che mi porto a casa da questa esperienza è la conferma dell’importanza di mettersi sempre in ascolto degli altri.” Matteo Attruia

Dai gruppi coinvolti emerge un mosaico complesso. Gli anziani dell’RSA abitano quotidianamente un confine fisico fatto di mura, ma nei loro disegni compaiono paesaggi aperti e spazi di libertà. I migranti conoscono il confine nella sua forma più brutale, eppure restituiscono parole di gratitudine e desiderio di serenità.
“C’è un dettaglio che vale più di qualsiasi analisi: una donna che ha compiuto un viaggio della speranza durissimo per arrivare in Italia ha restituito la parola relax. Non te lo aspetteresti.”
Ciò che accomuna esperienze così diverse è l’essere stati ascoltati. La restituzione — parola, disegno, poesia — non documenta semplicemente un progetto: testimonia un momento in cui qualcuno si è sentito parte di qualcosa.
Il neon STATO DI CONFINE chiude simbolicamente il percorso. In una città dove “confine di Stato” è espressione concreta e dolorosa, Attruia inverte i termini e trasforma il significato: non più una linea politica tracciata sulle mappe, ma una condizione interiore. Il confine diventa stato dell’essere.
“I partecipanti al progetto non saranno presenti fisicamente in mostra: la loro presenza sarà legata alle parole e ai disegni che hanno realizzato. Anche questo, in fondo, è una sorta di confine.”


