Il corpo che trasuda: sudore, imperfezione e bellezza tra fotografia e scultura

Il sudore è uno degli ultimi tabù del nostro tempo. La sua esistenza è innegabilmente legata contemporaneamente all’ansia, il disagio e all’eccitazione; proprio per questo è così intrigante: una traccia fisica della frenesia, dello stress, dell’individualità, uno scorcio di verità esposto involontariamente.

La sua ambivalenza ci costringe a misurarci con la “trasparenza”, concetto abusato e difficilmente compreso a pieno. Tramite il sudore scopriamo un’attrazione quasi alchemica: l’idea di condensare l’agire umano in dato visibile, quotidiano, oserei dire “banale”, come quello di un corpo che trasuda fatica fisica o mentale. Maestro dell’estetica del grottesco, Martin Parr, con il suo inconfondibile occhio da antropologo, ha colto le potenzialità del sudore e dell’esposizione dei corpi, anche i più disarmonici, trasformandoli in strumenti narrativi. Nel suo obiettivo giace un delicato equilibrio tra le realtà della società e la sua smania di ostentare “il bello”, la perfezione ad ogni costo.

Non c’è nulla di più “disturbante” di un corpo senza autocontrollo, che smette di essere bello nel senso convenzionale del termine lasciandosi sopraffare dagli eventi. Senza pudore e con estrema leggerezza Parr ci sputa in faccia la vita vera, distante dagli schermi, quella che occupa le spiagge affollate e le piazze. La sua è una poesia del quotidiano basata su odori, gesti e immagini riconoscibili, sperimentate almeno una volta da qualsiasi fruitore.

Martin Parr/Magnum Photos

Eppure, non è l’unico a indagare il sudore, a cavallo tra fotografia e scultura anche altri artisti contemporanei hanno esplorato il concetto di sudore unendo corporeo e concettuale, elevandolo ad un soggetto degno di rappresentazione. Ne è un esempio Anicka Yi che ha saputo trasformare il sudore in una fragranza, un “elemento olfattivo” che diventa opera, con tutta la sua forza evocativa. Quel fluido maleodorante non è solo incarnazione stessa dallo sforzo fisico, ma una traccia sociale, culturale e, in un certo senso, poetica. La sua produzione artistica analizza come, nel mondo occidentale, sempre più igienizzato, disincarnato e mediato dai social, tendiamo a non ascoltare i segnali del nostro corpo.

Per non parlare di Alice Potts, artista e designer che raccoglie i residui delle palestre urbane —T-shirt indossate e scarpe sudate — e le trasforma in cristalli. Le sue straordinarie creazioni vengono realizzate attraverso un innovativo processo chimico, ideato in collaborazione con il team di bioingegneria dell’Imperial College di Londra, che converte urina, sangue e sudore in biocristalli. Questi cristalli rappresentano una potenziale alternativa ecologica, ma altrettanto valida, alle tradizionali decorazioni in plastica comunemente utilizzate nell’industria della moda. Potts è convinta che “un giorno sarà possibile coltivare gli oggetti direttamente sulla nostra pelle”. Nel suo immaginario, il sudore cristallizzato, congelato, è un simbolo di energia, che non si esaurisce, bensì si rigenera. Il sudore si rinnova accompagnando le varie fasi della vita e segnandone alcune tappe: camminare, correre, sperimentare l’ansia nell’avvicinarsi ad un evento importante come un esame oppure fare l’amore per la prima volta.

L’artista ha lavorato con diversi atleti professionisti, i cui fluidi corporei hanno segnato semplici oggetti quotidiani divenuti vere e proprie icone di una disciplina, di uno stile di vita, opere d’arte capaci di raccontare intere esistenze. Grazie a questo processo creativo emancipa il sudore sottolineando la sua naturalezza, il suo essere espressione stessa del movimento. Nessun’altra cosa al mondo potrebbe restituire fisicità alla celebre frase cantata da Fabrizio De André: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono fior”.

Nessun “feticcio” contemporaneo, ma un’ispirazione che può fungere anche da esercizio di virtuosismo per i pittori che hanno elevato l’arte iperrealista alla dimensione del sublime. Pensiamo a Mike Dargas: nelle sue opere, a volte persino volgari, liquidi viscosi scivolano sui visi con un realismo talmente impressionante che ci sembra di percepirli al tatto. La sua attenzione al dettaglio non è solo un atto di precisione, ma anche un gesto che parla di tecnica e fatica, di infinite ore passate a dipingere la stessa minuscola porzione di tela.

Allo stesso modo, l’iperrealismo di Richard Estes non si limita a catturare la bellezza di un paesaggio o di un oggetto: è come se ogni vetro, ogni superficie lucida, si riflettesse in un’aria calda, che suggerisce il respiro di una giornata estiva. Quel calore che si fa pittura, quella tensione tra il “verosimile” e l’“umano”, in cui il sudore è solo una delle possibili metafore.
In tutta questa ricerca, in questa estetizzazione del sudore e delle sue implicazioni, ci troviamo a fare i conti con una riflessione più grande: cosa succede quando l’arte ci espone alla realtà in tutta la sua orripilante magnificenza? Quando ci restituisce il corpo, l’intimo, la carnalità, l’imperfezione, senza mascherarle attraverso una lente patinata? Forse è proprio qui che la vera bellezza risiede – in una sorta di piacere paradossale, che ci chiede di percepire l’opera, di goderne a livello tattile, di sentirla e respirarne l’odore come faremo con un amante in modo viscerale: autentico.

Un’altra artista che ha dedicato parte della sua riproduzione alla corporeità è Cindy Sherman, come lei stessa afferma: “Cerco di esprimere la dualità del corpo. Quello che è bello è spesso anche inquietante. La bellezza è legata al grottesco e viceversa. Non possiamo nascondere la fisicità, è il nostro materiale più puro”. Sherman gioca a deformare e distorcere il copro senza mai celare la realtà della sua fisicità, ma al contrario esaltandone. Il corpo non deve e non può essere nascosto. Se il sudore è una testimonianza di autenticità, perché dovremmo negarne la bellezza e la sensualità?

La rappresentazione del sudore, quindi, è un grido di libertà, una manifestazione di un’arte che non ha paura di esporsi, che non ambisce al divino ma è ancorata al terreno, ricercando la propria verità oltre ai veli dell’apparenza. Che sia sotto forma di cristallo, di immagine congelata o di scatto fotografico, l’importante è che l’arte, come il sudore, continui a scorrere spontaneamente. E, soprattutto, che non abbia paura di sporcarsi un po’.

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