Il Diavolo veste Prada 2: una commedia malinconica che parla di tutti noi, del giornalismo, della moda, e anche dell’arte

Una commedia? All’apparenza, non c’è dubbio che lo sia. Ma, nel profondo, Il Diavolo veste Prada 2, appena uscito nelle sale con una promozione e una campagna di lancio massicce (comprensive di vero numero della finta rivista di moda “Runway”, indiscussa protagonista sia della prima che della seconda pellicola, dato in omaggio fino a esaurimento scorte in un’edicola di Milano), è in realtà un film che, a dispetto della sua aria da situation comedy americana, lascia uno strano sapore amaro in bocca, soprattutto per chi, come me e come molti amici e colleghi della mia stessa generazione, nei giornali ci lavora da più di quarant’anni. Già, perché il senso stesso del film si potrebbe in fondo riassumere in una battuta del sempre bravissimo Stanley Tucci nella parte di Nigel, eterno braccio destro di Miranda Priestly, l’inossidabile direttrice e padrona incontrastata non solo di “Runway”, ma anche, di traslato, dell’intero sistema-moda newyorchese e mondiale (suo modello esplicito, Anna Wintour di Vogue America, mentre, a noi italiani, il personaggio di Miranda non può che richiamare alla mente l’energia, la grinta e il fiuto di Franca Sozzani, per tre decenni direttrice incontrastata di Vogue Italia), allorché Nigel spiega a un’appena ritrovata “Andy” Sachs, interpretata, come nel primo film, da Anne Hathaway, richiamata a “Runway” dopo i successi ottenuti nel giornalismo “serio”, nel tentativo di arginare il danno reputazionale causato alla rivista dall’aver “sposato” un brand accusato di sfruttamento del lavoro minorile, che il “magazine”, semplicemente, non esiste più, non c’è più, e non solo – la stessa parola e il concetto di “magazine” appartengono definitivamente al passato: “Magazine? Quale magazine?” (à la manière de Marty Feldman in Frankenstein Junior: “gobba? Quale gobba?”), chiede infatti Nigel a una sempre più frastornata (e un po’ fulminata) Andy, che aveva osato parlare ancora come se si trovasse in un giornale “vero”, quello che aveva lasciato una ventina d’anni prima per darsi al suo vero sogno, il giornalismo d’inchiesta: non c’è più nessun magazine, le spiega Nigel, dal momento che il cartaceo non lo compra più nessuno, dunque più niente caratteri eleganti, grafica raffinata, nessun servizio dei più grandi fotografi mondiali né articoli di approfondimento: oggi l’informazione vola “nell’etere, digitalizzata, scaricabile”, spiega Nigel con malcelato tono di sconforto, e tutto si riduce a una guerra di click e di bot.

Vi ricorda qualcosa? Beh, sì, ci ricorda eccome qualcosa, dal momento che tutti noi, abituati nella nostra vita a fare giornalismo, più o meno “serio” che fosse, ma comunque sempre con grandissimi “sbatti”, come dicono oggi i raga, cioè credendo nel senso e anche nella forza di ogni parola che scrivevamo, di ogni foto che riuscivamo a trovare, di ogni intervista che riuscivamo a strappare, confrontandoci con colleghi che come noi credevano nel senso profondo di fare giornalismo, in vere riunioni di redazione, tra ore e ore passate a parlare, a discutere, a immaginare, a sognare, a inventarsi dal nulla servizi, inchieste e interviste, tra telefonate fatte e ricevute a ogni ora del giorno e della notte, e poi ancora tra fax, mail, incazzature, ricerche, chilometri fatti in bicicletta o in macchina o in treno per andare a visitare mostre, o per intervistare qualcuno, e parlare, parlare, parlare, di persona o al telefono, e giornate passate tra sbatti, sbatti e ancora sbatti per cercare di portare a casa un pezzo – beh, oggi, dunque, a che cosa ci siamo ridotti, noi tutti che in questo mondo ci siamo nati e ci siamo cresciuti e ci siamo fatti le ossa e vi abbiamo trascorso più della metà della nostra esistenza? Quando va bene, a giornali on line creati così, un po’ alla carlona, come delle sorte di blog, magari dovendo aver a che fare con editori (scavate scavate, e vedrete che, di editori così, ognuno di voi ne ha conosciuto qualcuno) i quali, come l’Irv Ravitz di Runway, o peggio ancora, come il figlio, ricco e arrogante quanto il padre ma più sciocco, grezzotto e malvestito di lui, che gli succede (attenzione: spoiler!) dopo la sua morte improvvisa quanto inaspettata, rischiano sempre di guardarti con commiserazione o addirittura in cagnesco se il pezzo che hai appena scritto non ha fatto i dovuti “click”, o se un collaboratore pretende due lire per scrivere un pezzo quando, dopotutto, al suo posto potrebbe scriverlo l’Intelligenza Artificiale, o con continui tagli ai servizi, tagli al budget, tagli ai rimborsi spese (chi se li ricorda più, i rimborsi spese?), perché tanto i giornali non si vendono, l’informazione tout court, nell’era delle fake news e dell’ipertrofia delle informazioni gonfiate e manipolate e ridefinite, a seconda dei bisogni e delle necessità del padroncino di turno, non interessa più nessuno, e il lettore-tipo, quello che un tempo era semmai identificabile con la famosa “casalinga di Voghera” da blandire a suon di articoli ficcanti e titoli sensazionali, oggi altro non è che un pigro, o una pigra, lettrice da schermo di telefonino, il cui unico gesto è quello di scrollare, passando pigramente e mollemente da una schermata all’altra, e se non catturi la sua attenzione nel giro di pochi secondi sei fottuto, non esisti né tu né il tuo fottutissimo articolo e neppure il tuo ancora più fottutissimo giornale.

A che ci siamo ridotti, dunque? E a che cosa si è ridotta, con noi, Miranda, quella Miranda Priestly che ci aveva terrorizzati e fatti impazzire nel film originale, quella Miranda che con un solo arricciare di labbra poteva affossare la collezione di uno stilista, quella Miranda che con un’alzata di sopracciglia terrorizzava tutti, dipendenti, collaboratori e clienti (chi di voi non conosce qualche ragazza – una figlia, o un’amica di una figlia, o la figlia di un amico –, che abbia passato le stesse esperienze sotto qualche capa particolarmente esigente o autoritaria?), e che oggi è invece costretta a subire senza batter ciglio i diktat di un inserzionista (“senza di loro, non ci saremmo neppure noi”, spiega pignola e un po’ mesta a Andy), i rimbrotti nervosi della sua assistente che la riprende per il linguaggio troppo esplicito e poco politicamente corretto (“ah, neppure questo lo posso dire?”, le chiede sconsolata, e ricorda un po’ Salvini da Giovanni Floris: “Posso…? Ah, non posso??”).

A che cosa ci siamo ridotti, dunque, tutti quanti, se anche la signora incontrastata del giornalismo di moda, e di conseguenza della moda stessa, è diventata una stanca e un po’ malinconica replica senza più mordente della Miranda del primo film, non per poca bravura della sempre straordinaria Meryl Streep, ma per la natura stessa del suo personaggio nel sequel, che deve giocoforza misurarsi con un mestiere che, come la maggior parte dei mestieri nell’epoca dei social, del digitale e della AI, non è semplicemente cambiato, ma completamente andato, finito, distrutto?

“Ma che cos’ha Miranda? Perché sopporta tutto questo?”, si chiede a un certo punto Andy. Già, verrebbe in fondo da chiedercelo, perché Miranda sopporta tutto questo, e soprattutto, perché tutti noi, che nel giornalismo “vero” ci credevamo, ci avevamo creduto, sopportiamo tutto questo, questo fatale involgarimento e impoverimento del mestiere, questa prostituzione sistematica di qualsiasi notizia al volere del brand di turno, questa carica inarrestabile di apprendisti stregoni senza arte né parte che dettano legge in giornali che un tempo conoscevamo come luoghi, tutto sommato, di costruzione di senso, di cultura e di fabbricazione di vere inchieste, di veri scoop, di vere notizie? Perché, dunque? Ma è come domandarsi perché gli americani, che tra i tantissimi difetti mantenevano comunque il mito e l’orgoglio dell’indipendenza e della tenuta della propria democrazia, sopportino di avere un presidente cialtrone, bugiardo, impostore, paranoico, che pianifica guerre e omicidi come giocasse a Fortnite, che manda l’Ice ad ammazzare i propri cittadini e che imbandisce indifferentemente insulti, fake news e meme imbarazzanti e offensivi dal profilo ufficiale Instagram o X della Casa Bianca. Già, cosa è successo a loro, cosa ci è successo, veramente, a tutti quanti? È successo che il benessere per tutti (sottotesto: tutti noi occidentali) è finito, che i soldi pubblici sono finiti, che i soldi privati, chi ce li ha se li tiene, che la pace o quella sottospecie di pace che era la guerra fredda sono tramontati, finiti, che anche il giornalismo è finito, è morto, è sepolto, e anche l’arte, e la moda, e la cultura, così come le conoscevamo un tempo, sono finite, e la leggerezza e la creatività e la gioia che pur trasparivano sotto le continue emergenze e i ritmi forsennati dei giornali e delle campagne pubblicitarie di un tempo non hanno più ragione di essere: al loro posto, tristi influencer solitarie che scalano le classifiche dei click con frasette banali e un’informazione da encefalogramma piatto.

Anche l’arte, già: anche l’arte, che pure in questo sequel ha un suo posto di rilievo (molti i quadri di artisti contemporanei nelle scene del film, e moltissimi  i luoghi d’arte, dell’arte milanese e lombarda, soprattutto nella seconda parte del film), sembra avere un che di malinconico: se Brera, la nostra Grande Brera, di cui oggi siamo giustamente orgogliosi perché finalmente rinata, anzi, nata, dopo decenni di attesa, con la gestione coraggiosa e ottimamente calibrata di Angelo Crespi, non diventa altro che un’immensa location per la serata-fashion esuberante e pacchiana imbastita per l’ennesima sfilata di moda, se i grandi palazzi milanesi non si riducono ad altro che a sfondi per viaggiatori e turisti di lusso che poco sembrano conoscere e pochissimo capire della storia dei luoghi in cui s’imbattono, se il Cenacolo stesso, opportunamente ricostruito come un enorme fondale scenografico per il film, diviene lo sfondo per considerazioni da Baci Perugina di una sempre più malinconica Miranda (Gesù, ritratto da Leonardo senza aureola, sarebbe la dimostrazione che anche lui è uomo, e tutti gli uomini, in fondo, sono fallibili: dunque anche Miranda Priestly può non essere perfetta), ebbene, anche noi, che da sempre ci occupiamo non solo di giornalismo, ma di giornalismo d’arte, dobbiamo ammetterlo, tranquillamente: Il Diavolo veste Prada 2, questo sequel così sbilanciato sullo stile comedy da parere a tratti un po’ macchiettistico – non più il capolavoro che aveva fatto divertire, terrorizzare e appassionare milioni di spettatori, ma una sorta di commedia in puro stile Netflix con tanto di personaggi a volte oltre il caricaturale, come l’assistente ciccione chiamato “Charlie la sedia” perché, spiega, non si può nemmeno alzare per andare in bagno – parla di noi, di tutti noi, del fatale involgarimento non solo della moda, del giornalismo, dell’arte, ma di tutto ciò che caratterizza questa nuova era appena iniziata, e di cui tuttavia già vediamo i frutti amari e avvelenati ad ogni agitar di schermo, ad ogni click, ad ogni reel che ci tocca di scrollare.

E tuttavia, qualche barlume di speranza ce la vuole dare, pur nella sua malinconia, anche questo film: quando Miranda, alla fine, con aria velenosa dice a Emily, l’eterna e in fondo triste e sempre arrampicatrice Emily, un tempo prima assistente di Miranda e oggi venditrice da Dior: non sarai mai come me, non basta essere una banale venditrice, per diventare Miranda Priestly, devi essere prima di tutto una visionaria. E allora ecco che, sì, in tutti noi, nel nostro cuore di piccoli malinconici giornalisti sopravvissuti alla deriva pubblicitario-spettacolare del nostro mestiere, si è accesa una piccola scintilla, una luce: forse sì, in realtà, anche il giornalismo, anche la moda, anche l’arte, chi lo sa, anche la cultura, potranno avere ancora almeno una chance, domani: basterà che nasca e faccia capolino qualche nuovo talento visionario, qualche giovane professionista un po’ meno conformista, un po’ meno prono ai diktat del mercato, un po’ più sveglio e controcorrente, per far rinascere dalle sue ceneri persino quel vecchio mestiere da bordello che è il giornalismo, pur diverso da com’era un tempo, pur abbarbicato alla logica dei click, alle visualizzazioni, alle acrobazie degli algoritmi e dei bot, ma pur sempre vivo, pur sempre in grado di far emergere qualche idea fuori dagli schemi, pur sempre utile, in qualche modo, al nuovo mondo globale in cui oggi ci stiamo cercando di abituarci a vivere. Basterà in fondo poco – qualcuno che abbia un pensiero, un’idea, un po’ di coraggio: e non tutto, non tutto sarà perduto.

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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