Il Dilemma Ontologico della Bottiglia d’Artista: Tra Consumo e Contemplazione

Ho di recente acquistato una bottiglia di rhum Dictador brandizzata da Richard Orlinski, un Dom Perignon del 2015 di Takashi Murakami e mi hanno regalato un Veuve Clicquot di Kusama, bottiglie bellissime: le devo bere o no?
Ma partiamo dall’inizio. Se un tempo l’etichetta era solo un segno identificativo, oggi maison come Dom Pérignon, Veuve Clicquot, Absolut, Hennessy, Dictador o Rémy Martin la considerano uno spazio di espressione; a volte, addirittura, la parte più visibile dell’identità del prodotto. L’intervento di artisti come Murakami, Kusama, Obey, Warhol o Pantone non si limita alla decorazione: produce un valore aggiunto che fonde estetica, storytelling e scarsità programmata.

Questo processo ha reso la bottiglia un oggetto duplice: bene di consumo e opera collezionabile. Un ibrido che il mercato ha accolto con sorprendente naturalezza, ma come dovremmo stare di fronte a questo prodotto-opera? È nella natura ambivalente di questi oggetti che sorge la domanda centrale: una bottiglia d’artista va bevuta o conservata?

La risposta non è ovvia, perché ciò che stiamo maneggiando non è una banale scelta tra gusto e investimento, ma una tensione tra due idee di valore.

La natura ibrida: un oggetto in sospensione

Una bottiglia d’artista non è classificabile né come opera pura né come prodotto puro. Vive in una condizione liminale: contiene un liquido destinato al consumo e, allo stesso tempo, un involucro artistico concepito per durare. È un oggetto che custodisce due scopi (telos) contrapposti: la finitezza del gesto del bere e il desiderio di permanenza proprio dell’opera.

Per questo la sua esistenza è sospesa tra un prima e un dopo. Finché rimane chiusa, si trova in ciò che Aristotele chiamerebbe “potenza”: tutto può ancora accadere. Ma questa potenza, come ogni forma di attesa, ha un prezzo.

Per il collezionista, aprire una bottiglia significa comprometterne il valore economico. L’opera perde la sua integrità materiale e il suo status di edizione limitata. Eppure, da un punto di vista filosofico, accade l’opposto: è proprio l’atto del consumo a realizzarne la natura profonda.

Una bottiglia che non verrà mai aperta è come un libro mai letto. La sua funzione rimane sospesa e ciò che resta è un feticcio. La forma prevale sul contenuto; l’immagine prende il posto del fine originario. È una vittoria della superficie — spesso affascinante — sulla sostanza.

Nasce così un paradosso: quando l’arte incontra l’oggetto di consumo, rischia di trasformarlo in un idolo, un oggetto “reso sacro” al punto da non poter più essere usato. Ma ciò che non può essere usato è ancora un prodotto? L’arte si appropria del prodotto, ma a che prezzo? Sia inteso, non siamo nel caso dei ready-made, dove un oggetto comune, di poco prezzo, viene elevato ad opera d’arte. In questo caso parliamo di prodotti di eccellenza, intrinsecamente prodotti con grande scienza e maestria.

L’estetica del gusto: il contributo kantiano

Kant ci ricorda che l’esperienza estetica non si esaurisce nella contemplazione visiva, ma richiede un incontro tra sensibilità e forma. Se questo è vero, una bottiglia d’artista non è completa finché rimane sigillata. La sua esperienza estetica è duplice: visiva e gustativa. Conservarla per sempre significa mutilare una parte essenziale della sua natura. È un’estetizzazione radicale che, pur nobile, dissolve il senso originario del liquido, ridotto a materia dormiente, a presenza che non si attua. L’oggetto conservato è estetico solo a metà. È un’opera amputata.

Se per Kant l’esperienza estetica richiede la partecipazione della sensibilità, è la fenomenologia del Novecento a radicalizzare questa intuizione: l’opera non è più solo forma percepita, ma evento vissuto. Un’opera d’arte non è solo ciò che è, ma ciò che accade nell’incontro tra soggetto e oggetto. Una bottiglia invita al gesto; chiuderla in una teca significa sottrarle la possibilità dell’evento.

Bere una bottiglia d’artista produce un momento unico: unisce estetica, gusto, convivialità e memoria. È un’esperienza effimera, ma proprio per questo dotata di una forma di autenticità che l’oggetto chiuso non potrà mai avere. Una bottiglia bevuta perde il valore commerciale ma acquisisce un valore fenomenologico: non è più un oggetto in attesa, ma un’esperienza compiuta.

Il tempo incarnato: Lévinas e la meridiana dell’esperienza

Il pensiero di Emmanuel Lévinas offre una ulteriore prospettiva. Per il filosofo, il tempo autentico non è quello scandito dagli orologi, ma quello che si apre nella relazione: il tempo dell’altro (leggi sul tempo Il tempo liberato. Etica e fragilità) Bere una bottiglia d’artista significa far convergere temporalità diverse: il tempo della vigna, quello della fermentazione e dell’invecchiamento, il tempo creativo dell’artista, e infine il tempo del bevitore. Tutti questi strati si raccolgono in un solo gesto, un “instante” carico di relazione. È un atto che risveglia il tempo trattenuto dell’oggetto e lo libera dalla sua inerzia.

La bottiglia conservata, al contrario, rappresenta un tempo congelato: un’eternità apparente, quasi un inganno. Il liquido continua a invecchiare, ma è un invecchiamento senza scopo, un lento decadimento che non porta a maturazione, bensì a una progressiva inutilizzabilità.

Come i personaggi di Aspettando Godot, la bottiglia chiusa vive nell’attesa infinita di un evento che non arriverà mai: esiste, ma non accade. È un’eternità sterile.

Un dilemma che rivela la natura dell’arte contemporanea

Bere o non bere? Non esiste una risposta universale. La scelta dipende dall’idea che abbiamo dell’arte, del consumo, del valore e del tempo. Conservare significa privilegiare la forma, la rarità, la permanenza. Berla significa accettare la finitezza e dare valore all’esperienza.

Questi oggetti, così ambigui e sofisticati, ci costringono a ripensare i confini dell’opera: ci ricordano che l’arte può essere effimera, che il valore può risiedere tanto nella permanenza quanto nel compimento, e che alcuni oggetti vivono davvero solo quando vengono consumati.

Forse il vero significato di una bottiglia d’artista sta proprio nel dilemma che impone.
Non nella risposta che fornisce, ma nella domanda che ci costringe a formulare: che cos’è, oggi, un’opera d’arte? E soprattutto: dove risiede il suo tempo?

A questo bivio si può aggiungere una prospettiva ulteriore, che affonda le radici nella filosofia di Søren Kierkegaard. Il pensatore danese distingueva tra tre modalità di esistenza: quella estetica, in cui si vive per il piacere; quella etica, in cui si vive secondo il dovere; e quella religiosa, in cui si vive nell’assoluto. La bottiglia d’artista sembra chiedere una sintesi di tutte e tre: una vita estetica, capace di godere dell’arte; etica, capace di rispettare l’intenzionalità del creatore; e quasi religiosa, capace di cogliere la sacralità dell’istante presente.

Non bere la bottiglia è, in qualche modo, tradire il cognac. Non apprezzarne l’arte è tradire l’artista. La vera aristocrazia dello spirito sta nel saper abitare entrambe le dimensioni: contemplare e consumare, custodire e lasciare andare, accettando l’impermanenza come condizione della bellezza. Lo ricorda Omar Khayyam nelle Rubāʿiyāt: «Bevi vino, ché non sai da dove sei venuto; sii allegro, ché non sai dove andrai». Cosa significa? Non conosci l’origine ultima della tua esistenza, non conosci la tua destinazione finale, ciò che hai è questo momento. Khayyam usa il vino come allegoria dell’esistenza vissuta nella sua pienezza, senza rinviare sempre al futuro o rifugiarsi nel passato.

La bottiglia d’artista, bevuta nel momento giusto, con le persone giuste, nell’atteggiamento giusto, cessa di essere oggetto e diventa esperienza incarnata. Forse è questa — più di ogni collezione o permanenza materiale — l’unica forma di immortalità accessibile agli esseri finiti che siamo.

Cosa fare quindi? Bevo o non bevo?

Alla luce di questa analisi non ho dubbi: apro e bevo.
Bevo perché non farlo mi pone davanti a due problemi enormi. Il primo è tradire il vino, il cognac, la maestria che vi è stata nel produrli: sarebbe uno spreco assoluto, e metterebbe in discussione la mia personale etica. L’estetica della bottiglia non si rovina bevendo: si rovina soltanto il valore economico.
Ma chi sono io? Cosa voglio?
Voglio davvero conservare valore? È questa l’arte? È questo il valore del vino?

Oppure sono — come credo — un esteta, un conviviale, un ricco e un generoso, verso me stesso e verso gli altri?
Sono forse immortale? No, non lo sono.

Non posso attendere all’infinito, e non posso certo rivendere un oggetto così denso di significati. La metafora è quella della vita: la maggior parte di ciò che facciamo la facciamo come se fossimo immortali, rimandando un abbraccio, rinviando un evento, proiettando in un futuro indefinito ciò che potremmo vivere adesso.

Oggi possiamo immortalare i nostri momenti: se non ci basta la memoria, ci sono le foto, i video, i racconti delle cene. Come quando compriamo la nostra prima casa, una borsa griffata, una barca o un’auto sportiva: cerchiamo un momento memorabile.

Bere una di queste bottiglie può diventare esattamente questo: un gesto che si compie tra amici, rendendo il momento sacro e celebrando l’arte — quella del vino e quella della forma artistica.
Bevo perché ho, senz’altro, un’eccedenza di beni ma una scarsità di ricordi che valga davvero la pena conservare.

Per tutto questo: bevo.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Al MUSE(O) per apprendere con tutti i sensi: le proposte di IED Roma

Sono diversi anni ormai che l’Istituto Europeo di Design di Roma ha attivato un filone di ricerca specifico, nato nell’ambito del corso di Product Design, ma sviluppatosi poi nel più generico Master in Design for Children, in modo da integrare le attività di ricerca tradizionali con le nuove sfide educative che stanno investendo istituzioni come la scuola, i musei e il mondo della cultura in genere.

Andrea Chiampo ad Art Basel Miami 2025: MATER NATVRA e il confine tra fisico e digitale

L'edizione 2025 di Art Basel Miami Beach segna un punto di non ritorno per il mercato globale con il debutto di Zero 10. Curata da Eli Scheinman, questa nuova sezione non è solo uno spazio espositivo, ma una piattaforma critica dedicata all'arte dell'era digitale: un ponte necessario tra la solidità del mercato tradizionale e l'avanguardia tecnologica di AI, robotica e blockchain.

Artuu Newsletter

Scelti per te

Viviamo nell’epoca del Realismo Caotico. Antoh Mansueto e lo specchio di un mondo in implosione

Realismo caotico non è semplicemente il titolo della nuova mostra di Antoh Mansueto, ma una dichiarazione di poetica, un modo di abitare il presente e di restituirlo attraverso l’arte senza filtri, senza addomesticamenti.

I Giochi Olimpici alla Fondazione Rovati: un rito iniziato tre millenni fa

Alla Fondazione Luigi Rovati di Milano, la mostra I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni ricuce i fili di questa narrativa che si estende per tre millenni, facendo dialogare reperti del passato con oggetti simbolici del nostro tempo e ricostruendo una storia di continuità culturale e sociale.

Questa non è una mostra, è un vero e proprio museo di arte contemporanea: la Sonnabend Collection a Mantova

Ceci n'est pas une exposition. Parafrasando le celebri parole di Magritte, raffigurate nel suo “Tradimento delle immagini” (1929), possiamo affermare che la Sonnabend Collection Mantova, inaugurata il 29 novembre scorso, effettivamente non è una mostra.

Seguici su Instagram ogni giorno