Il fascino discreto del thriller su Netflix: tra Agatha Christie e l’universo di Harlan Coben

Luca D’Andrea, scrittore italiano, nel testo Tre passi nel buio, afferma che il thriller è “la forma narrativa all’interno del genere che assicura la maggior libertà e che consente di muoversi con la massima disinvoltura tra suspense e romanzesco puro”. Questa definizione coglie un punto essenziale di questo genere. Il thriller è un genere irrorato di tensione strutturale; è un dispositivo narrativo basato sulla manipolazione dello sguardo, sulla suspense e su un’architettura perfettamente calibrata e sontuosa, che può assumere forme diverse. Il thriller trova nel cinema il suo laboratorio privilegiato, perché l’immagine in movimento consente di influenzare direttamente la prospettiva dello spettatore e trasformare la tensione in un’esperienza narrativa.

Il suo più grande architetto e scultore è stato Alfred Hitchcock, che comprese che il thriller vero trova la sua forza nell’attesa dell’esplosione, e non in un’esplosione improvvisa. Con lui, il thriller diventa una macchina di controllo dello sguardo, un modello che il cinema successivo non farà che introiettare e intensificare. Uno strumento che genera inquietudine, fondato sulla gestione dell’attesa e dell’incertezza. In seguito le serie televisive hanno plasmato nuovamente il thriller, esplorando il tempo lungo del dubbio, della rivelazione, della scoperta, un tempo artificiale, dilatato, instabile.

In questo contesto, le piattaforme di streaming hanno assunto un ruolo centrale nella ridefinizione del genere, come dimostra l’investimento di Netflix nelle opere di Harlan Coben, celebre autore di romanzi gialli e thriller. Serie come The Stranger, Estate di morte, Svaniti nel nulla, Stay Close, Safe, Suburbia Killer, Un inganno di troppo, Fidati di me, Missing You e Fuga rappresentano un caso esemplare di serializzazione del thriller contemporaneo. In queste produzioni, Netflix ha costruito un vero e proprio universo narrativo a partire dall’immaginario di Coben, il cui territorio drammaturgico è quello in cui il giallo incontra il thriller psicologico. Non stupisce che il linguaggio audiovisivo si sia rivelato il naturale prolungamento della sua prolifica immaginazione.

Ciò che caratterizza queste storie è la loro capacità di riportare al centro il dolore e la tensione implacabile, attraverso sparizioni, segreti familiari e verità nascoste sotto la superficie della normalità. Ciò che unisce il cosiddetto Coben universe è un pattern narrativo ben definito: al centro c’è un evento destabilizzante che incrina l’ordine apparente delle cose e costringe i protagonisti a una ricerca incessante della verità. Spesso queste narrazioni si aprono con la rivelazione di un segreto capace di rimodellare radicalmente la realtà percepita dai personaggi. Il Coben universe si configura come un labirinto di sparizioni, segreti e rivelazioni, un mondo in cui l’oscurità del passato e la fragilità della memoria convivono con la determinazione dei protagonisti di scoprire tutto ciò che sottende e giace oltre il visibile.

Questo processo di ridefinizione del genere emerge anche nella trasposizione televisiva de I sette quadranti di Agatha Christie. Questa miniserie britannica, prodotta ancora una volta da Netflix, con un cast d’eccezione composto da Mia McKenna-Bruce, Helena Bonham Carter e Martin Freeman, dimostra il tentativo della piattaforma di riallacciare il proprio presente a una tradizione narrativa ben consolidata. La serie, liberamente tratta dall’omonimo romanzo, si propone di recuperare atmosfere, ritmi e ambiguità del thriller britannico classico, rivelando chiaramente la volontà di radicarsi a una cultura letteraria del Novecento. Tuttavia, nonostante i presupposti, la serie non ha retto il confronto con altri mystery contemporanei.

Un fenomeno oscillante per certi versi, che rivela un paradosso più ampio della serialità thriller contemporanea, soprattutto all’interno delle produzioni di Netflix. La piattaforma ha dimostrato una straordinaria capacità di costruire universi narrativi riconoscibili, come nel caso delle opere tratte da Harlan Coben, ma quando si confronta con materiali appartenenti a una tradizione diversa emerge un certo attrito. Forse perché adattare Christie è diverso, considerato che parliamo di un romanzo ambientato nell’Inghilterra degli anni Venti, o perché questo genere si manifesta come un linguaggio profondamente legato al proprio tempo, che riflette temi, paure, ansie sociali diverse, e il nostro è un tempo transizionale, caratterizzato dall’incertezza, da una peculiare dissoluzione dei generi, un’epoca in cui la verità è nascosta appena oltre il nostro sguardo.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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