Il Festino di Santa Rosalia a Palermo non è solo una celebrazione religiosa, ma un dispositivo simbolico attraverso cui la comunità urbana rielabora e mette in scena la propria identità collettiva. Giunto alla sua 402ª edizione, questo rito si conferma un “ecosistema” in cui storia e tradizione dialogano con il presente, trasformando il dramma in cultura della convivenza.
Il carro trionfale di quest’anno è firmato dallo studio MCA – Mario Cucinella Architects. È senz’altro un carro ispirato ai temi dell’ecologia, il che è encomiabile, ma non chiamatelo per favore “bio-carro”. Non è sufficiente, infatti, vedere del legno e degli alberi ambulanti per parlare di “bio” o di “ecodesign”. La progettazione non tiene conto, ad esempio, dell’impatto ambientale e del ciclo di vita di tutti i materiali che lo compongono (vernici, colle, materiali polimerici, legni trattati, ecc.). Al netto di tutto ciò, è un bel lavoro; dal punto di vista compositivo, è un progetto davvero riuscito.
La prima novità di quest’anno è che il carro si distacca dall’iconografia tradizionale, incastrata nella retorica del vascello sin dal XVII secolo.
Il rito del Festino affonda le sue radici nel 1624, quando Palermo viene decimata da una violenta epidemia di peste. Il presunto ritrovamento delle reliquie della giovane eremita Rosalia sul Monte Pellegrino e la successiva processione segnano la liberazione dal contagio, che viene percepita come un miracolo.

Alla fine del Seicento il corteo adotta il linguaggio degli apparati effimeri delle feste barocche con un’unica, imponente, macchina trionfale, che assume la forma di un vascello. Nel XVIII secolo architetti come Paolo Amato consolidano questo modello, utilizzando anche gli apparati pirotecnici che diverranno riferimenti per i secoli a venire.
L’ultimo grande vascello rimasto impresso nella memoria collettiva del Festino è lo splendido carro ideato nel 2007 dall’artista Jannis Kounellis. Una barca con una grande vela tempestata di cristalli, che è stata recentemente protagonista di un progetto di restauro e rigenerazione sociale presso il quartiere Sperone, grazie a un’iniziativa promossa dagli Amici dei Musei Siciliani, il cui modello originale è oggi esposto al museo Riso di Palermo.
Evento ormai dal profilo internazionale, il Festino è da sempre una piattaforma di sperimentazione, ma quest’anno lo fa allontanandosi dall’ iconografia tradizionale: “non mi sono fatto influenzare dalla storia del classico carro. Mi sembrava più interessante lavorare su una metafora” — spiega Cucinella. L’ archistar nata Palermo ma con studi a Milano e Bologna, riesce a farci dimenticare l’iconografia secolare realizzando “una montagna smontata, con gli alberi e tutte le essenze tipiche di Monte Pellegrino, da cui emerge la statua della Santa. In fondo è più una metafora che una nave.” Così il carro si trasforma in una montagna quasi cubista, che richiama le forme stereometriche e i decori arabi di quello stile unico che, diciamocelo, solo a Palermo poteva nascere e svilupparsi, chiamato arabo-normanno ma che in realtà è arabo, normanno e bizantino. Molto tradizionale invece la disposizione sulla cima della statua dell’amatissima “santuzza” di Palermo, realizzata da Filippo Sapienza, finalmente proporzionata e aggraziata ma forse un po’ distante dalla percezione del pubblico.
Un carro dove il verde è protagonista è certamente una bella novità, soprattutto in tempi come questi, in cui le proteste si fanno sentire, puntuali, per ogni albero abbattuto in città. Ma c’è un’altra storia che fa di questo carro la giusta intuizione per Palermo. negli anni Cinquanta l’ecologo britannico George Evelyn Hutchinson gettò le basi della moderna ecologia osservando la biodiversità di quello che poi fu chiamato Gorgo di Santa Rosalia, uno specchio d’acqua situato sul monte Pellegrino, proprio vicino al santuario, tanto è vero che poi egli stesso propose di fare di Santa Rosalia la patrona della biodiversità.

Oggi il carro vegetale di Cucinella sancisce anche questa intuizione, rifacendosi alla biodiversità della montagna sacra dei palermitani e, per transitività, alla biodiversità della città che da sempre accoglie e fa proprie tutte le culture.
Se la narrazione del Festino prende vita ogni anno dalla capacità di Palermo di trasformare il dolore in bellezza, quella contemporanea non poteva non essere una riflessione collettiva sul nostro rapporto con la natura e con la biodiversità.
Potremmo definire “glocal” questa 402ª edizione del Festino, organizzata da ODD Agency in partnership con CoopCulture, dal profilo internazionale e con i silenziosi droni, ma senza rinunciare ai “babbaluci” nè allo “sfincione”, al “gelo di mellone” nè alla “masculiata” finale. Un’edizione che sembra finalmente avere messo d’accordo tutti, al netto di qualsiasi tipo di retorica, anche ecologica.




