Quando Mario Giacomelli scattava una fotografia, non cercava la verità del reale, ma la vibrazione del pensiero. Il suo occhio non registrava, interpretava. E la sua camera era meno uno strumento tecnico che un’estensione della mente. Con “Il fotografo e il poeta”, Palazzo Reale ma mette in scena un’esplorazione lirica, visiva e narrativa nel cuore più profondo della sua opera.
La mostra, curata da Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli, si inserisce nel programma dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026 e si affianca idealmente a quella gemella in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Due percorsi diversi e complementari, come due registri dello stesso spartito, che celebrano il centenario dalla nascita di un artista che ha ridefinito i confini della fotografia italiana del secondo Novecento.
Il punto di partenza è chiaro fin dal titolo: Giacomelli fotografo, ma anche poeta. Non nel senso stretto della scrittura in versi, ma nella capacità di rendere ogni immagine un respiro, un’affermazione interiore, un tentativo di afferrare il tempo e trasfigurarne la materia. Lo dimostrano subito le prime sale, che raccolgono le serie “Per poesie” (1960–1990) e “Favola, verso possibili significati interiori” (1983–1984): sequenze costruite come partiture visive, dove l’ordine narrativo è spezzato, e tutto si muove per associazioni, tensioni, variazioni.

Giacomelli non illustra, evoca. Nella sala dedicata a Leopardi e alla serie “L’infinito” (1986–1990), le fotografie non rappresentano il paesaggio, ma lo attraversano come si attraversa un pensiero. La luce non descrive, ma lacera. L’ombra non è sfondo, è presenza. I bianchi bruciati, i neri profondi, sembrano mimare lo slancio e la caduta di un’idea. È una geografia interiore, non un luogo.
Poi Sergio Corazzini, con “Bando” (1997–1999), ci introduce in una dimensione fragile, in cui la figura umana diventa soggetto vulnerabile, residuo, frammento. Ma il centro della mostra è occupato da una delle serie più celebri e potenti di Giacomelli: “Io non ho mani che mi accarezzino il volto” (1961–1963), ispirata alla poesia di Padre David Maria Turoldo. Le immagini dei seminaristi raccolti in preghiera o dispersi nel cortile, tra gioco e attesa, sono una danza tra l’infanzia e il rito. Qui Giacomelli tocca un equilibrio rarissimo tra narrazione e astrazione, tra pathos e rigore compositivo.
C’è spazio anche per il tema dell’amore e della perdita, con le serie “Passato” (1986–1990) e “Caroline Branson” (1967–1973), tratte da Spoon River Anthology. In queste immagini, il tempo non è lineare: si spezza, si ripiega, si cristallizza. La fotografia di Giacomelli, in fondo, non guarda mai il presente. È sempre un gesto per trattenerne il passaggio, per misurare la distanza tra l’esserci e il perdersi.

Il dialogo con Francesco Permunian (in “Ho la testa piena, mamma” e “Il teatro della neve”) dimostra quanto lo sguardo di Giacomelli si presti alla deriva narrativa. Le sue fotografie non hanno bisogno di spiegarsi: si leggono come si legge un sogno. E non sorprende che verso la fine del percorso, le serie ispirate a Leonie Adams e Eugenio Montale – “Ninna nanna” e “Felicità raggiunta, si cammina” – assumano un tono epigrafico. Sono visioni essenziali, quasi scarnificate, dove la materia fotografica si fa riflessione, nota a margine, sussurro.
Infine la Calabria di Franco Costabile, evocata nella serie “Il canto dei nuovi emigranti” (1984–1985), aggiunge alla mostra una dimensione geografica e politica. Giacomelli restituisce l’asprezza di una terra vissuta e mai idealizzata, fatta di corpi piegati e strade spoglie, di assenze e nostalgie.

Molto riuscita anche la sala immersiva, che moltiplica la voce di Giacomelli attraverso suoni e immagini, e la ricostruzione della camera oscura, spazio rituale e concreto insieme, dove l’alchimia dell’immagine nasceva da una pratica quotidiana, fatta di attese e gesti precisi. Le bacheche con i suoi scritti, appunti e annotazioni, infine, completano il quadro: la poesia per lui non era ispirazione esterna, ma una postura, un modo di abitare il mondo.





