di Daniele Nicolosi
Visitando l’antologica More Than Kids (2025) di Valerio Berruti a Palazzo Reale di Milano, a cura di Nicolas Ballario e Arturo Galansino, si può riscontrare che il fulcro del percorso – non solo della mostra – sia l’opera la Giostra di Nina (2020), paradossalmente. Installata nell’ultima sala delle stanze che ripercorrono la carriera dell’autore piemontese, essa è il contraltare che permette un ribilanciamento tra dentro e fuori, includendo la città e la moltidudine nell’esposizione e liberando l’esperienza delle opere – tradizionalmente statiche –, pensandole così in procinto di vita, cioè in via di fuga dall’esclusività.
L’artista opera alla restituzione di un tipico oggetto da luna park ma in forma pittorica (al modo di Bertand Lavier, per intenderci) e, offrendo ai bambini un giro gratuito a “BerrutiLand”, dona tutt’al più ai loro genitori la possibilità di una prospettiva fiabesca, trasformando la scena pirandelliana nell’opera d’arte, la quale, ora, entrerà, per definizione e a pieno titolo, nel “Realismo magico”.
Da una prospettiva ancora più lontana, come se guardassimo quest’immagine attraverso lenti satellitari, anche questo quadro dell’adulto/bambino è al centro di una dualità tra prosa e poesia, ma di tutto. Se Berruti ha la capacità di “dipingere” il mondo possiamo pensare che possa far accadere anche il contrario, da bravo giostraio. Per vivere l’implicita fiaba berrutiana in tutta la sua straordinarietà, basterà pensare al cambiamento di ruolo che avverrebbe se ci lasciassimo andare nel gioco dell’ipotetico.
E allora metteremmo da parte le nostre stanche convinzioni filosofiche e gnoseologiche per attuare un passaggio di stato immaginifico e trasformando, nella nostra fantasia, l’opera d’arte in realtà e viceversa. Come quei genitori che a guardare i loro figli sulla Giostra di Nina in mostra dentro il Palazzo Reale di Milano avranno avuto un déjà vu, anche noi possiamo farlo finanche lontani dall’opera d’arte, che ormai sappiamo essa funzioni da macchina per dipingere il mondo. E allora per un attimo avremmo la possibilità di ritornare bambini, simili a quelli che Valerio Berruti fa giocare dipingendoli; e, com’è tipico di quel periodo, ripensarci da adulti senza nessun compromesso.



