Il giorno contro la violenza sulle donne non si può non guardare Swiped, biopic sulla storia di Whitney Wolfe

Nel mare di post, grafici rossi e slogan del 25 novembre, è facile sentirsi sazi di parole e vuoti di immagini che restano. Swiped, il film biografico disponibile su Disney+, non è un manifesto femminista perfetto, ma è uno di quei titoli che in questa giornata andrebbe messo in play proprio per le sue ambivalenze. Perché mostra la violenza contro le donne là dove spesso finge di non esistere: negli uffici “cool” del tech, nelle chat di lavoro, nei board in felpa e sneaker dove tutto è “visionario”, tranne il modo in cui si guarda al corpo femminile.

La protagonista è Whitney Wolfe Herd, interpretata da una Lily James sorprendentemente sfaccettata. La seguiamo dalla provincia al mondo delle startup, dalla co-fondazione di Tinder all’espulsione dal club dei ragazzi che lei stessa ha contribuito a far nascere, fino alla fondazione di Bumble, l’app in cui sono le donne a fare la prima mossa. Il film costruisce il suo arco narrativo su un trittico classico: ascesa, caduta, reinvenzione. Ma dietro la parabola imprenditoriale c’è la storia di una donna che denuncia molestie, umiliazioni, gaslighting, e di un sistema che fa di tutto per metterla a tacere o ridurla a nota a piè di pagina.

Swiped funziona davvero quando smette di raccontare la “genesi di un unicorno” e si concentra sulla normalità della violenza strutturale. Le riunioni in cui l’idea di Whitney viene assorbita dal collega più rumoroso; le chat interne che deragliano verso l’insulto sessista; la relazione tossica con un co-fondatore che diventa arma di ricatto quando lei prova ad alzare la testa. La regia coglie bene questo clima diffuso: non c’è un “mostro” isolato, c’è un ecosistema in cui certi comportamenti sono tollerati, incoraggiati, premiati.

Il film non parla di femminicidio, ma è perfettamente a suo agio nel giorno contro la violenza sulle donne perché allarga il campo: la violenza è anche quella che non lascia lividi. È l’umiliazione normalizzata, il mobbing sotto forma di “cultura aziendale aggressiva”, il non credere alle donne quando denunciano, le cause insabbiate con accordi extragiudiziali.

Dove il film inciampa è esattamente dove ce lo aspetteremmo: nella sua natura di prodotto Disney/20th Century. C’è la volontà dichiarata di parlare di patriarcato, ma incorniciata in una grammatica da drama motivazionale. Il ritmo è quello del biopic classico: montaggi di lavoro frenetico, discorsi ispirazionali, momenti di crisi seguiti da “glow up” professionale. Le dinamiche più sporche restano spesso suggerite, raramente mostrate in tutta la loro ferocia. La parte più dura sull’online harassment e sulla sicurezza delle donne nelle app di dating arriva tardi, quasi in coda, e viene risolta con qualche scena simbolica e poche scelte etiche nette.

C’è una tensione continua tra due pulsioni: da un lato fare un’analisi davvero strutturale della misoginia nel tech, dall’altro restare un film accessibile a un pubblico molto ampio, quasi da “serata in famiglia”. Il risultato è un’operazione ibrida: più coraggiosa della media dei biopic aziendali, ma ancora lontana dal lasciare una ferita aperta. In certi momenti Swiped sembra consapevole del proprio limite e prova a metterlo in scena, soprattutto quando introduce personaggi come Tisha, collega nera che ricorda a Whitney i propri privilegi e le proprie omissioni. Ma alla fine la chiusura resta quella tipica del racconto girlboss: la protagonista trionfa, la società cambia quel tanto che basta da farci sentire sollevati.

Dal punto di vista cinematografico, il film vive soprattutto sulla prova di Lily James. La sua Whitney non è un’eroina monolitica: è ambiziosa, a tratti egocentrica, sbaglia, non vede le altre donne finché non è costretta a vederle. È una figura attraversata da contraddizioni, e questo salva il film dalla retorica del “modello esemplare”. Accanto a lei, i personaggi maschili sono costruiti in modo più prevedibile ma funzionano come coro di un sistema, più che come antagonisti singoli.

La regia di Rachel Lee Goldenberg è corretta, a tratti scolastica, ma trova momenti interessanti ogni volta che lavora di sottrazione: silenzi in ufficio dopo una battuta sessista, inquadrature che fissano Whitney isolata in spazi dominati da uomini, la luce blu fredda degli schermi che accompagna tanto l’ascesa quanto la caduta.

Eppure, proprio in questa imperfezione, Swiped può essere un oggetto utile da guardare il 25 novembre. Perché porta in primo piano un aspetto spesso rimosso dal discorso pubblico: la violenza nei luoghi di lavoro, soprattutto in quelli che amiamo immaginare come “moderni e progressivi”. La Silicon Valley del film non è un inferno caricaturale: è piena di ventenni brillanti, uffici colorati, pitch ispirazionali. È il contesto ideale per raccontarsi che il sessismo è “una cosa vecchia” – ed è proprio lì che la sua persistenza fa più male.

Il giorno contro la violenza sulle donne non abbiamo bisogno solo di storie estreme, ma di narrazioni che ci mostrino come la violenza nasca spesso da micro-gesti, linguaggi, procedure. In questo senso, Swiped è un buon detonatore di discussioni: nelle scuole, nei posti di lavoro, in casa. Si può parlare delle sue ingenuità, dei suoi limiti, di ciò che non mostra, ed è già un modo per allenare lo sguardo critico.

Non cambierà le statistiche né ribalterà da solo il sistema del tech, ma può cambiare il modo in cui leggiamo le storie delle donne che vediamo sulle copertine: non come favole di successo individuale, ma come traiettorie segnate da una violenza sistemica che ancora oggi molti preferiscono non vedere. E se il 25 novembre serve a qualcosa, forse è proprio questo: imparare a riconoscere quella violenza anche quando arriva in giacca casual, con un badge aziendale al collo e un pitch perfetto sulle labbra.

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