Il grande incontro: al Palazzo dei Normanni di Palermo i paesaggi impressionisti della Normandia

Nell’anno in cui si celebra il centenario della morte di Monet, il Palazzo Reale di Palermo, anche noto come Palazzo dei Normanni per vicissitudini storiche risalenti al tempo di Ruggero II d’Altavilla, ospita la mostra Tesori Impressionisti: Monet e la Normandia, promossa dalla Fondazione Federico Secondo.

Al di là delle apparenze, non si tratta della solita mostra sull’Impressionismo; questa ha un taglio diverso, più lungo del solito. Secondo la visione del curatore Alain Tapié, era necessario dare all’intera parabola dell’Impressionismo un “taglio di cent’anni“; il risultato è un ricco percorso espositivo che inizia con opere realizzate intorno al 1820, ovvero con Delacroix e con l’influenza degli acquarellisti inglesi, e si protrae fino agli anni Venti del Novecento per far comprendere come questa grande corrente artistica si sia nutrita di tutta la grande cultura del XIX secolo e dell’inizio del successivo.

Era da tanto tempo che Tapié voleva realizzare questa mostra al Palazzo dei Normanni in omaggio ai legami storici tra la Normandia e la Sicilia, un modo per riflettere sul fatto che la pittura di paesaggio rispecchia sempre il genius loci, lo spirito del luogo in cui nasce.

All’interno del palazzo dei Normanni le Sale del Duca di Montalto ospitano questa esposizione multimediale, si comincia con una sezione didattica dedicata ai giovani dove si comprende perché le innovazioni del tubetto di colore e della rete ferroviaria abbiano permesso la rivoluzione en-plein-air, dando agli artisti la possibilità di catturare le impressioni luministiche direttamente sul campo. Non manca l’ormai inevitabile installazione immersiva. Poi ci si addentra finalmente nella mostra, dove quasi un centinaio di opere provenienti da prestigiose istituzioni francesi e da collezioni private parlano di natura, luce e materia, raccontano l’affinità elettiva tra l’Impressionismo e i paesaggi affascinanti e talvolta selvaggi della Normandia.

Più di 90 tele accompagnano il visitatore attraverso le diverse forme di impressionismo. Si inizia con una pittura più elegiaca come quella di Camille Corot, per poi passare ad una più malinconica con Daubigny e ad un’altra più eroica come quella di Courbet in “Marina, mare grosso”, poi si arriva a Monet e si va oltre, verso quella più intima e più vicina a Marcel Proust di Vuillard.

Il percorso espositivo si articola in cinque sezioni. La prima si focalizza nella fattoria di Saint Simeon, il luogo situato sulla costa normanna dove gli artisti si incontrano; la seconda nella villeggiatura, con le spiagge, i litorali, i porti, le falesie e i bagnanti; la terza riguarda i lavori che si svolgono in riva al mare, con i pescatori, le lavandaie ma anche i relitti delle imbarcazioni distrutte dalla furia del mare; la quarta racconta la terra normanna con la sua natura rigogliosa, i suoi villaggi e i suoi frutteti; il percorso si conclude lungo le rive della Senna, andando verso Parigi, la Ville Lumière sempre piena di fascino.

È così che Tapié prende per mano il visitatore, accompagnandolo nel lungo viaggio della mostra, fin dentro il “rapporto fenomenologico tra la fisica della pittura e la fisica della natura”, fino alla percezione chiara e inequivocabile delle affinità elettive tra i paesaggi della Normandia e l’impressionismo.

Un’affinità naturalistica in cui le cose importanti sono la luce e la materia. E in effetti se consideriamo il lavoro fatto dal vento, dalla pioggia e dal mare, ci accorgiamo di come in Normandia la natura sia una vera e propria “artista”. Il naturalismo impressionista consiste proprio in questo, nel far lavorare la luce e la materia, nel creare impressioni momentanee che sono anche sensazioni fisiche.

Ma che cosa è l’impressionismo se non la diffusione della luce e la diffrazione del colore? Certo, ma ci vuole un posto adatto per questo, un posto come la Normandia, pieno di pioggia, di mare e di nebbie, un posto dove la natura per prima sia “impressionista”.

Se è vero che gli effetti atmosferici della rifrazione della luce ispirano una pittura tendenzialmente più romantica, è importante sottolineare che il pittore si trova spesso di fronte a paesaggi che in effetti non sono belli. Spesso, infatti, i motivi sono banali (si pensi ai covoni di Monet e a quelli in mostra di Jules Louis Rame) e la bellezza viene data dall mano del pittore: è lui che li rende forti, romantici, pieni di materia, di gioia o di malinconia.

Questi paesaggi nordici, con le loro atmosfere e i loro tonalismi, sono totalmente diversi da quelli siciliani, dove la luce timbrica illumina chiaramente tutto. Alla grande diversità tra la geografia normanna e quella siciliana corrisponde una altrettanto grande diversità pittorica: in Normandia abbiamo forme di impressionismo più romantico, in Sicilia una pittura dai contorni più netti, più realistica e verista. L’opera “Ulivi saraceni” di Francesco Lojacono, recentemente integrata nel percorso della mostra, ci racconta tutto questo.

Tra le opere più interessanti vi è “Etretat” di Monet, un posto fenomenale con delle falesie bellissime, ma anche molto pittoresco. Qui l’artista riesce a dipingere evitando di far emergere questo aspetto, per andare dentro alla materia, alla luce e creare con il suo tocco una sensazione profonda di percezione quasi fisica. La più nota, “Les Falaises de Fecamp”, sempre di Monet, è un’opera monumentale, più classica e regolare, con una dimensione visiva più chiara nella sua fenomenologia, che va quasi verso una dimensione armonica della pittura.

InPasseggiata al porto di Fécamp con la bassa marea, Berthe Morisot, unica donna in mostra, ritrae una donna che passeggia tenendo per mano una bambina il porto di Fécamp sullo sfondo è reso catturando le repentine variazioni meteorologiche.

Insieme a Boudin, Gericault, Delacroix, Courbet, Monet, Renoire, Daubigny e Morisot, sono presenti in mostra anche pittori poco noti, quasi sconosciuti, che non hanno avuto molta fortuna commerciale, ma che sono altrettanto bravi come gli altri, a volte anche sublimi. Lavorano spesso su quadri piccoli perché lì c’è più sincerità e senso della ricerca, meno senso del commercio.

Infatti, oltre ai pittori che volevano esporre al Salon o in altre sedi alternative (come la mitica mostra del 15 aprile 1874 in Boulevard de Cappucines, nello studio di Nadar), ve ne erano altri che preferivano dipingere per gli amici, per chi amava la loro pittura. Questi pittori poco o per niente conosciuti, direi quasi vergini, non battezzati dal mercato, ci hanno regalato tele di piccolo formato, più intime, più sincere, piene di invenzioni e di ricerca. Ancora oggi queste tele ci restituiscono appieno l’affinità elettiva tra la pittura impressionista e la natura normanna.

Giunti alla fine del percorso espositivo ci si rende conto di quanto sia storiograficamente importante considerare la parabola dell’Impressionismo non solo come una storia più lunga, ma anche e soprattutto più larga.

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Carola Arrivas Bajardi
Carola Arrivas Bajardi
Architetto, designer, dottore di ricerca sulla sostenibilità ambientale e insegnante di storia dell’arte. Scrive articoli di approfondimento su arte, design e architettura con l’intento di divulgare contenuti culturali in maniera semplice ma approfondita, cercando sempre di aggiungere un punto di vista diverso. La sua è una personalità eclettica che l'ha portata a fare cose diversissime tra loro: dopo il liceo classico si laurea in Architettura, vince una borsa di studio e si occupa di design a Londra, Roma e Milano, espone a New York nella mostra “Theatre of Italian Creativity”; tornata a Palermo consegue un PhD in ingegneria sul life cycle assesment, diventa LEED AP e vince il premio Mirna Terenziani; si abilita per insegnare disegno e storia dell’arte e scrive articoli di approfondimento. Grazie al suo percorso possiede una visione trasversale, mai settoriale, oggi più che mai necessaria per affrontare le complessità e le trasformazioni del mondo contemporaneo.

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