Mentre l’intelligenza artificiale accelera la produzione delle immagini e gli oggetti sembrano perdere progressivamente il legame con chi li ha creati, la mano torna a essere uno dei territori più radicali della contemporaneità. Conoscenza della materia, precisione del gesto e tempi lunghi trasformano il mestiere d’arte in una risposta culturale alla standardizzazione, oltre che in un settore attraversato da nuove economie, collezionismo e desideri professionali.
È in questo scenario che si inserisce Homo Faber, la biennale internazionale dedicata all’eccellenza dell’artigianato contemporaneo, ideata dalla Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship e ospitata negli spazi della Fondazione Giorgio Cini, sull’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia. La quarta edizione, intitolata An Island of Light, si svolgerà dall’1 al 30 settembre 2026 sotto la direzione artistica di Es Devlin, artista e designer britannica conosciuta per le sue grandi installazioni luminose e performative. Il percorso riunirà oltre 500 artigiani, più di 700 opere e più di 70 Paesi, esplorando la relazione tra luce, materiali e lavoro umano.

La biennale rappresenta però soltanto il momento più visibile di un ecosistema che lavora durante tutto l’anno attraverso Homo Faber Guide, piattaforma internazionale dedicata alla scoperta di atelier e maestri d’arte; Homo Faber Finds, che facilita il contatto tra artigiani, collezionisti e committenti; e i programmi NextGen, pensati per accompagnare nuove generazioni, giovani ambasciatori e talenti emergenti. In questa struttura, il craft assume il ruolo di un linguaggio globale capace di collegare patrimonio, innovazione, formazione e mercato.
Abbiamo intervistato Alberto Cavalli, Executive Director della Michelangelo Foundation, per comprendere quale ruolo occupi oggi Homo Faber nella costruzione di un nuovo immaginario dell’artigianato, quali criteri definiscano l’eccellenza e perché sempre più giovani scelgano di tornare alla materia per costruire il proprio futuro.
Homo Faber si inserisce in un ecosistema più ampio di progetti della Fondazione: quale ruolo strategico gioca oggi la Biennale nel rafforzare il posizionamento globale del craft contemporaneo?
L’evento biennale Homo Faber ha un ruolo insostituibile nel dare valore al lavoro dei maestri d’arte del mondo intero. La nostra missione è quella di mettere in luce il talento umano nella trasformazione creativa e consapevole della materia, sostenendo il lavoro prezioso e paziente degli atelier, delle botteghe e delle imprese di famiglia: tutto questo impegno trova nella biennale Homo Faber un momento di confronto corale importante. La concomitanza con la Biennale d’Arte e con la Mostra internazionale del Cinema, per esempio, porta a Homo Faber spettatori, ricercatori, esperti e galleristi molto attenti alle evoluzioni del mercato; trend setters che ricercano le nuove tendenze, e che ora guardano anche a Homo Faber come fonte di ispirazione; collezionisti che guardano con favore al craft, per arricchire le loro Wunderkammer. I giovani che sognano di fare gli artigiani trovano nell’evento Homo Faber un sostegno simbolico molto importante, supportato dall’entusiasmo e dalla qualità dei visitatori. L’evento biennale che organizziamo presso la Fondazione Giorgio Cini è insomma un aspetto strategico fondamentale, che dà valore a tutti gli altri progetti.

La selezione degli artigiani e delle opere è centrale nel racconto: quali criteri guidano oggi la definizione di “eccellenza” nel mestiere d’arte, tra tradizione, innovazione e sostenibilità?
Sin dall’inizio abbiamo seguito i nostri criteri di valutazione dell’eccellenza artigiana: undici parole-chiave, studiate con attenzione e declinate come una vera e propria tabella di analisi, che ci permettono di avere un approccio neutro, competente e imparziale rispetto ai maestri artigiani che incrociamo nei nostri progetti, in qualunque Paese si trovino. Occorre ricercare maestri che si esprimano con autenticità e competenza; che siano originali nella loro opera e che dimostrino una vera capacità di interpretare lo spirito dei tempi, i progetti o le ispirazioni; che diano prova di creatività, e che sappiano innovare i processi in maniera decisa pur custodendo la fiamma della tradizione. Selezioniamo artigiani che siano appunto “Homo Faber”, ovvero talentuosi artefici di bellezza: che siano maestri affermati o giovani promesse, nella loro tenace e abile capacità trasformativa troviamo sempre elementi di poesia e di bellezza.

Tra formazione, visibilità e nuove generazioni (NextGen, Guide, Finds), la Fondazione costruisce un sistema articolato: quale impatto concreto state osservando nel ricambio generazionale dei mestieri d’arte?
Rispetto a una generazione fa, oggi sono più numerosi i giovani che provano il desiderio di misurarsi con il proprio talento, per costruire una carriera indipendente in cui la materia, da loro plasmata con arte e destrezza, diventa un modo di manifestare la loro personalità. Il lavoro artigianale è terapia che dona sicurezza, è concentrazione che contrasta la dispersione, è costruzione di senso in un mondo sciatto: molti giovani si dimostrano sensibili, oggi, a queste possibilità di diventare costruttori e artefici di bellezza, e con i nostri progetti desideriamo sostenerli e farli sentire parte di una comunità.


