Thomas Ruff è un artista che porta a riconsiderare ciò che diamo per scontato della rappresentazione visiva: la sua fotografia non nasce dall’urgenza di raccontare un soggetto, ma dal desiderio di capire come un’immagine prende forma e quali sono i suoi limiti. È questo l’approccio con cui si apre la sua nuova personale alla Galleria Lia Rumma di Milano, inaugurata il 15 novembre e visibile fino al 10 gennaio 2026. Una mostra – la sesta con la galleria – che riunisce su tre piani opere provenienti da sette diverse serie del maestro tedesco, scelte non tanto per realizzare una retrospettiva ordinata o cronologica, quanto per ricostruire le linee portanti di una ricerca che continua a interrogare la fotografia nelle sue componenti strutturali.
Il percorso si apre al piano terra con cinque lavori tratti da untitled# (2022) e cinque dalle expériences lumineuses (2024). Nei primi, Ruff usa lunghe esposizioni per registrare il movimento circolare di una bobina di filo d’argento illuminata, da cui emergono tracciati luminosi e forme astratte. Le expériences lumineuses spostano invece l’attenzione su un’indagine fisica della luce: fasci luminosi attraversano lenti, specchi e prismi, vengono fotografati e poi digitalmente invertiti prima della stampa su tela. Il risultato è un’immagine che può ricordare gli esperimenti di Man Ray o di László Moholy-Nagy tra gli anni Venti e Trenta, dove la luce è protagonista assoluta.

Il primo piano è dedicato alla relazione tra immagine e matematica. Gli arazzi della serie d.o.pe sovrappongono porzioni ingrandite del frattale di Mandelbrot, generando visioni che oscillano fra giochi psichedelici e illustrazioni astronomiche. Nella stessa sala, le opere zycles condividono l’origine scientifica, ma trovano ispirazione nelle illustrazioni ottocentesche dei campi elettromagnetici: linee che si intersecano in una composizione morbida come un disegno, ma provenienti da puro calcolo matematico. Un dialogo tra scienza e creatività che mette in discussione la concezione tradizionale di opera d’arte.

Il secondo e ultimo piano riunisce tre ulteriori filoni della ricerca di Ruff. In press ++ l’artista trasferisce sul fronte di fotografie storiche d’archivio le annotazioni, gli appunti e le informazioni tecniche che solitamente sono presenti sul retro, rendendo visibile la componente editoriale e mediale che accompagna la costruzione di ogni immagine. Insieme alcune opere dalle serie photograms, fotogrammi digitali anch’essi costruiti con nuove tecnologie, mentre completa la mostra uno scatto dai celebri nudes, serie nata da immagini di corpi reperite online e distorta fino a far emergere una trama sfocata che annulla l’esplicito. Qui il soggetto non è il corpo, ma l’estetica dell’immagine stessa che si scinde dal proprio contenuto.
Il Solo Show alla Galleria Lia Rumma, dunque, non è semplicemente una panoramica sulla produzione di un grande fotografo, ma un attraversamento della sua indagine sul linguaggio fotografico come sistema: un insieme di regole, processi, tecnologie e percezioni che definiscono ciò che oggi chiamiamo immagine. La mostra offre una lettura della fotografia come forma di indagine, un laboratorio in cui luce, calcolo e interpretazione si incontrano per rivelare la natura sconfinata della rappresentazione visiva contemporanea.





