Esistono sempre nuove e più sottili modalità per interrogare il lutto e l’elaborazione della morte, un processo così intrinsecamente antitetico e paradossale che ci pone davanti a una fine e, simultaneamente, a un principio. La morte, infatti, è come una soglia, un varco attraverso cui il dolore trasforma, riorganizza, dissolve; è un’esperienza metamorfica e magmatica che cambia la fisionomia delle cose. E quando tale riflessione si intreccia con la genesi di un’opera letteraria di portata universale, come l’Amleto di William Shakespeare, tutto diventa ancora più affascinante. Diventa allora imprescindibile comprendere ciò che sottende il processo creativo: l’intensità dell’innesto originario di un’idea, la stratificazione emotiva che la nutre, e soprattutto quell’universo di esperienze, ferite e tensioni che circondano l’opera e che risultano ancor più incisivi dell’opera stessa, almeno sul piano individuale e intimo, prima ancora che su quello collettivo.
Il film di Chloé Zhao, Hamnet – Nel nome del figlio, ispirato al romanzo di Maggie O’Farrell, con Jessie Buckley e Paul Mescal, si colloca esattamente in questo orizzonte, decidendo di esplorare tutto ciò che orbita attorno all’elaborazione del lutto. Il film mostra chiaramente che ci sono persone che lo affrontano in tanti modi differenti: ci sono coloro che lo attraversano in modo introspettivo o più intenso; altri, invece, che sprofondano in abissi ancora più insondabili, lasciando che nulla emerga in superficie.

La storia ci porta nella vita di Agnes e William Shakespeare. Siamo a Stratford-upon-Avon. Agnes è una donna meravigliosa che vive una connessione viscerale con la natura e con gli animali. Un giorno, nei pressi del bosco, il suo cammino si incrocia con quello di William: un giovane poeta gentile e riservato, che si dedica alla scrittura e insegna discipline letterarie ai bambini del paese. In paese si mormora che Agnes sia la figlia di una strega dei boschi, questo perché vede cose che gli altri non vedono e perché preferisce abitare la solitudine, oltre che essere molto brava a comprendere gli animali e a usare le erbe medicali; mentre William da parte sua proviene da una famiglia piuttosto complessa e viene schernito per il suo intelletto così pronunciato e mal incanalato. La loro unione sembra essere scritta sul corpo, come anche tutto ciò che la vita serba per loro. Agnes e William sono due reietti che si innamorano e dei tre figli che mettono al mondo perdono l’unico maschio, Hamnet. Da questa tragedia incommensurabile nasce il suo capolavoro teatrale, Amleto.
Vivere col cuore aperto. La lezione più importante che la madre di Agnes le ha lasciato è, in sintesi, tutto quello che i personaggi tenteranno di riprodurre durante il film. Vivere col cuore aperto nonostante il buio plumbeo della fine. La perdita del figlio di William e Agnes Shakespeare diventa un epicentro silenzioso attorno al quale si riorganizza l’intera costellazione affettiva, familiare e creativa. Ed è proprio da quel contatto con la morte che scaturisce qualcosa di sorprendentemente vitale, capace di trasfigurarsi in opera d’arte. Attraverso questa metamorfosi l’arte diviene insieme disinnesco e detonazione: da un lato attenua, ricompone, pacifica; dall’altro accende, rilancia, restituisce alla vita una nuova intensità.

Il lutto, nel film, non è mai uniforme. È frammentato, asincrono, complesso. Agnes vive la perdita come un’esperienza corporea, viscerale, attraversata da presagi e da un’intuizione medianica del mondo invisibile. Shakespeare, al contrario, sembra reagire in modo eremitico: si allontana, sublima, trasfigura. Non perché senta meno, ma perché vive i sentimenti in modo differente. Il loro dolore non coincide, e proprio in questa mancata sovrapposizione si consuma una delle tensioni più profonde del racconto.
La regia insiste su una dimensione sospesa, quasi elementale: la natura, il vento tra gli alberi, gli animali, la luce che filtra negli interni, la materia grezza delle case sono una cornice che somiglia a un organismo vivo che respira con i personaggi. In questa scelta si avverte una continuità con il cinema precedente della regista: la tendenza a inscrivere le emozioni individuali in un paesaggio più vasto, una perturbazione che attraversa corpi e luoghi.
In tutto questo contesto visivo, Zhao ci lascia osservare come l’arte non nasca dal dolore in modo diretto o meccanico, piuttosto da una lenta sedimentazione. È la cicatrice a generare l’opera, quel punto in cui il dolore ha smesso di sanguinare e continua a pulsare sotto la pelle. E l’arte, come la morte, è una soglia: entrambe aprono un varco. E se la morte sottrae un corpo al mondo, l’arte può restituire al mondo una traccia, un’eco, un’interpretazione, un’ombra, un riflesso, una presenza diversa ma non per questo meno intensa. Hamnet – Nel nome del figlio è un’opera sulla permanenza nell’assenza, e nella memoria, sulla tensione tra ciò che non è più e ciò che, proprio grazie alla perdita, continua a vivere in un’altra forma. Un dialogo muto tra realtà e rappresentazione, tra carne e parola, tra silenzio e scena.


