Saltano all’occhio sui canali social di Dolce&Gabbana una serie di nuovi contenuti: su Instagram i caroselli pullulano di dettagli colorati, architetture mediterranee, angoli storici e folklore. Un riferimento alle immagini dell’account @salentodeathvalley, a cura del fotografo Gabriele Albergo. Una caption estremamente diretta cita “Dolce&Gabbana, patron del Fai, celebra la bellezza italiana. Uniti da un impegno condiviso per la bellezza e la tradizione, il marchio sostiene orgogliosamente la mission di @fondoambiente di preservare l’arte e la cultura d’Italia.”
Effettivamente un accordo tra le due realtà è presente sin dal 2023, anno in cui è stato siglato per un intervallo di tempo che arriva fino al 2026. I precedenti tentativi tuttavia erano stati relativamente settoriali e ben più timidi. Alla Milano Design Week di due anni fa, una virtual room venne allestita nella sede D&G di Corso Venezia 7: l’idea era quella di uno spazio narrativo con display dedicati a vari Beni del FAI, in dialogo con l’universo creativo del brand, unendo arte, arredo, architettura e paesaggio. Altri siti sono invece stati teatro di set fotografici, mirabolanti scenografie cornici della moda. La strategia social degli ultimi giorni, però, cambia i protagonisti e palesa ben più chiaramente gli intenti di tale partnership culturale, capovolgendo non solo i ruoli della storia, ma mostrando un impegno concreto e fattivo ai fini di una collaborazione che, straripante di informazioni, raccolga numerosi frutti da entrambe le parti.
Pare doveroso soffermarsi, tanto per cominciare, sul termine “patron”, che viene utilizzato in descrizione sia in lingua inglese che italiana. L’etimologia ci parla del termine latino “patronus” – ulteriormente derivante dalla parola “pater”, padre. Tale scelta comunicativa, tutt’altro che scontata, indirizza la nostra percezione all’idea di un’entità che protegge, che ha cura, che sostiene. E tale immagine viene associata al marchio D&G, che, nativo dell’Italia, ripercorre i binari del mecenatismo storico del belpaese, attirando su di sé visioni di oculata imprenditorialità illuminata e investimento culturale.
D’altronde una delle opportunità di tale campagna è quella di ritoccare – non rinnovare – la propria strategia, cha da precedenti alquanto barocchi, fastosi ed esclamanti, non tradisce la propria natura: la leviga con più semplicità, seguendo quel “ritmo lento” – che tanto ha trainato il settore marketing degli ultimi anni – ma con le stesse saturazioni e vibes tanto care alla casa dello stile Made in Sicily, e che torna ad una Italia non solo più accessibile – dei Faraglioni di Capri – e che non va più ostentata, bensì tutelata.
La mission ufficiale del Fai è chiara: la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio storico, artistico e paesaggistico, fungono da hub educativi, per una maggiore consapevolezza identitaria. Perfettamente in linea con tale concetto, “Be Italian” è infatti lo slogan principale che appare in bold sul feed Dolce&Gabbana. Essere italiani diviene più di una questione geografica, in una frase che è imperativo e al contempo proiezione di uno stato di grazia: quei piccoli backstage ci mostrano ciò che a pochi è concesso di vedere e vivere con autenticità. Ora c’è però un’opportunità in più, che non passa per le leggi fisiche, ma per un senso di appartenenza che è desiderio e anelito.
Viene così esplicitata l’idea che investire in Dolce&Gabbana significa ora destinare parte di un acquisto di lusso al patrimonio storico, artistico e culturale più vasto e diversificato del mondo. Il cliente diviene, grazie all’oculata e ispirata vision D&G, parte della tradizione del mecenatismo, sulle scie di un’azienda che capitalizza in bellezza da fruire. La sensazione è quella di poter guadagnare un’italianità acquisita, inscindibilmente connessa alla nobiltà dei propri gesti: questi ultimi suggeriti da una comunicazione per la quale essere italiani è un orgoglio tutto da raccontare.





