Il Ministero della Cultura ha aperto il bando “Librerie under 35”, una misura da 4 milioni di euro pensata per sostenere l’apertura e il consolidamento di nuove librerie guidate da giovani fino a 35 anni. Il contributo massimo previsto arriva a 24mila euro per progetto e le domande possono essere presentate via PEC fino al 13 settembre 2026, secondo quanto comunicato dal MiC e dalla Direzione generale Biblioteche e istituti culturali.
La notizia, a prima vista, ha il tono rassicurante delle buone intenzioni: un fondo pubblico per aiutare i giovani ad aprire librerie, cioè a costruire nuovi presìdi culturali nei territori. Ed è, in effetti, una buona notizia. In un Paese in cui la libreria indipendente viene spesso celebrata come luogo necessario, ma raramente sostenuta con strumenti proporzionati alla fatica economica che comporta, il bando ha almeno il merito di spostare il discorso dal sentimentalismo alla possibilità concreta. Non parla solo di lettura, ma di impresa culturale. Non chiede ai librai di resistere per vocazione, ma riconosce che quella vocazione ha bisogno di capitali, formazione, liquidità e tempo.
Il punto, però, sta tutto nella distanza tra l’incentivo e la realtà. 24mila euro possono aiutare ad aprire una libreria, ma difficilmente bastano per aprirla bene e farla respirare nei primi mesi. Le stime disponibili sui costi di avvio raccontano un quadro più complesso: secondo Finom, per una piccola libreria indipendente l’investimento iniziale parte da almeno 30mila euro, mentre altri scenari di settore indicano budget più alti quando aumentano metratura, stock iniziale, arredi, servizi e personale.
Perché una libreria non nasce semplicemente comprando libri e scaffali. Prima ancora di aprire la porta al pubblico bisogna individuare un locale, versare una cauzione, sostenere eventuali lavori di adeguamento, acquistare arredi, illuminazione, cassa, gestionale, insegna, materiali di comunicazione, assicurazioni, forniture e una prima dotazione di titoli abbastanza credibile da non trasformare lo spazio in una promessa vuota. A questo si aggiunge la voce più sottovalutata: la liquidità. Una libreria appena nata non può permettersi di vivere solo dell’entusiasmo dell’inaugurazione. Deve arrivare al terzo mese, al sesto, al primo Natale, spesso prima ancora di avere costruito una comunità stabile di lettori.
È qui che il fondo diventa interessante, ma anche insufficiente se isolato. Può coprire una parte importante dell’avvio, soprattutto in piccoli comuni, in aree interne o in contesti dove l’affitto non divora subito il piano economico. Può permettere a un progetto già solido di fare il passo decisivo, alleggerendo l’acquisto dello stock, l’allestimento o le prime spese di gestione. Ma non può essere scambiato per una formula magica. Aprire una libreria oggi significa entrare in un mercato che continua a esistere, ma non perdona l’improvvisazione.
I dati AIE sul 2025 mostrano infatti un mercato del libro in rallentamento: secondo il Giornale della Libreria, che ha riportato i dati dell’Associazione Italiana Editori presentati alla Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, nei canali trade sono stati venduti 99,531 milioni di libri a stampa, con una flessione del 3% a copie e del 2,1% a valore rispetto all’anno precedente. Non è un crollo, ma nemmeno un contesto in cui basta aprire una serranda per intercettare domanda. La libreria fisica continua ad avere un ruolo, ma deve giustificare la propria presenza con una proposta riconoscibile, una selezione, un rapporto con il quartiere, una capacità di programmare eventi senza trasformarsi in un centro culturale non pagato.
La figura del libraio under 35, in questo senso, è molto meno romantica di quanto piaccia raccontare. Non è soltanto una persona giovane che ama leggere e decide di “fare cultura”, ma è un imprenditore culturale costretto a tenere insieme margini ridotti, comunicazione digitale, relazione con editori e distributori, gestione del magazzino, calendario di incontri, scuole, associazioni, festival locali, newsletter, social, contabilità e presenza fisica quotidiana. La libreria contemporanea non vive più solo nel gesto del consiglio al banco, per quanto quel gesto resti centrale, ma nella capacità di trasformare una stanza piena di libri in un luogo con una posizione, un tono, un pubblico, una ragione per essere attraversato.
Il bando “Librerie under 35” sembra intuire questa complessità quando affianca al sostegno economico anche una quota, pur limitata, per formazione o tutoraggio. La stessa pagina della Capitale italiana del libro specifica che il fondo è diviso in due linee, con 1 milione di euro destinato a iniziative già avviate dopo il 30 dicembre 2023 e 3 milioni di euro per nuove iniziative o progetti avviati dopo il 30 giugno 2024. È una struttura che prova a intercettare sia chi ha già aperto, sia chi sta per farlo, e questo è un segnale non secondario: spesso le politiche culturali arrivano troppo tardi o troppo presto, quando il progetto è ancora un’idea oppure quando la difficoltà è già diventata debito.
Resta però la domanda più scomoda: vogliamo davvero nuove librerie o vogliamo solo poter dire di averle sostenute? Perché una libreria indipendente non è un elemento decorativo del paesaggio urbano, non è il fondale gentile di una città “a misura d’uomo”, non è una fotografia da giornata mondiale del libro. È un’attività economica fragile che produce valore culturale, e proprio per questo avrebbe bisogno di politiche più lunghe, non solo di bandi d’ingresso. Servirebbero agevolazioni sugli affitti, reti territoriali, accordi con scuole e biblioteche, formazione manageriale, strumenti per la digitalizzazione, incentivi alla programmazione culturale, sostegni nei primi anni di attività, quando il rischio è più alto e il pubblico non si è ancora sedimentato.
La libreria del futuro non può limitarsi a essere bella, accogliente e resistente. Deve essere necessaria. E per essere necessaria servono soldi, certo, ma anche visione, competenze, alleanze e una comunità disposta a riconoscere che comprare un libro in libreria non è un gesto nostalgico: è una scelta infrastrutturale. Significa decidere che in un territorio non bastano parcheggi, supermercati e dehors, ma servono anche luoghi in cui le idee possano avere un indirizzo fisico.


