Il museo come campo di battaglia: per un’istituzione oltre il capitalismo razziale

Il museo, osserva Françoise Vergès, non è mai stato un luogo innocente. Dietro la facciata rassicurante di sale silenziose e pareti bianche si nasconde un dispositivo politico nato all’interno della modernità coloniale. Il museo raccoglie, classifica ed espone, ma in questo gesto produce gerarchie e normalizza rapporti di potere. La sua presunta neutralità è un artificio che nasconde logiche razziali, esclusioni sistemiche e interessi economici che ancora plasmano la produzione culturale globale.

Seguendo Fanon, Vergès afferma che la decolonizzazione non è un processo lineare né una riforma graduale ma un «programma di disordine assoluto», un’azione che mira a disarticolare le strutture epistemiche che hanno costruito l’Occidente come centro e il resto del mondo come periferia da classificare e rappresentare. In questo senso il museo diventa un campo di scontro: da un lato, l’universalismo bianco che stabilisce cosa abbia valore e dall’altro, l’urgenza di restituire storie e oggetti sottratti attraverso violenze coloniali e pratiche estrattive.

Il cuore della critica riguarda il mito dell’universalità. I musei europei si sono presentati come custodi del “patrimonio dell’umanità”, ma chi decide cosa appartiene a questa umanità? Chi stabilisce quali oggetti meritano conservazione e quali possono essere ignorati o lasciati scomparire? L’universalismo diventa così una gerarchia sofisticata: dietro la protezione dell’arte emerge la tutela dei poteri economici e politici che possiedono collezioni e istituzioni. Esibire significa legittimare, selezionare significa escludere. La violenza coloniale non è solo nelle collezioni acquisite attraverso saccheggi, ma nelle narrazioni che continuano a organizzare il mondo attorno a un baricentro euro-patriarcale.

Gli eventi contemporanei mostrano quanto queste gerarchie siano ancora operative. La distruzione sistematica di siti storici, archivi e luoghi di culto nella Striscia di Gaza indica come la cancellazione culturale sia parte integrante della violenza coloniale. Le organizzazioni internazionali si sono limitate a comunicati generici, senza assumere posizioni effettive; la neutralità, evidenzia Vergès, è essa stessa una scelta politica che decide cosa merita protezione e cosa può essere sacrificato. 

Alle logiche di narrazione e potere si somma la questione economica: i musei dipendono sempre più da donazioni private, sponsorizzazioni e partnership con grandi aziende. Questo crea le condizioni per l’art-washing, ossia l’uso dell’arte e della cultura per migliorare l’immagine pubblica di multinazionali o fondazioni coinvolte in danni ambientali, sfruttamento o violazioni dei diritti. In questo modo, l’arte smette di interrogare il potere e diventa strumento di legittimazione economica, consolidando interessi privati attraverso istituzioni culturali apparentemente neutre.

La censura, oggi, non avviene solo attraverso divieti espliciti, agisce in modo sottile: un invito ritirato, un panel annullato, un finanziamento negato, la scelta di non esporre artisti considerati “troppo rischiosi”. La censura preventiva funziona come filtro eliminando ciò che potrebbe disturbare sponsor, collezionisti o alleanze politiche, neutralizzando il dissenso prima che raggiunga il pubblico. In questo modo l’istituzione può definirsi progressista pur mantenendo intatti i rapporti di potere che la sostengono.

Vergès sottolinea anche la funzione pacificatrice del museo in cui le istituzioni si presentano come luoghi di dialogo, ma spesso trasformano il conflitto in un prodotto estetico. Le opere critiche vengono esposte come testimonianze di apertura, non come strumenti per trasformare la struttura dell’istituzione. La radicalità delle istanze decoloniali viene convertita in esperienza controllata: laboratori, didattiche, installazioni che rendono innocua la critica politica. 

Oltre all’apparato simbolico e curatoriale, i musei riproducono al loro interno le disuguaglianze che dichiarano di voler combattere, tra precarietà del personale, salari bassi, scarsa rappresentanza delle minoranze nei ruoli decisionali, difficoltà di sindacalizzazione: tutto questo rivela la continuità tra gerarchie materiali e gerarchie culturali

Un museo che resta ancorato al paradigma occidentale del XIX secolo, anche se programma mostre inclusive, rimane un dispositivo di esclusione. Immaginare un futuro diverso significa pensare a un post-museo: non un archivio neutrale, ma una piattaforma di conflitto e solidarietà politica. Non basta “diversificare” le collezioni, bisogna trasformare l’infrastruttura epistemica ed economica dell’istituzione. Restituire oggetti e racconti, redistribuire risorse e potere decisionale, costruire relazioni orizzontali con le comunità depredate: questi sono elementi chiave di una reale decolonizzazione.

La decolonizzazione non è un gesto simbolico né un trend curatoriale. È una pratica materiale che riguarda processi decisionali, gestione delle risorse, forme di governance e responsabilità verso i territori. Implica conflitto, rischio e instabilità, perché mira a mettere in discussione architetture di potere secolari. Rifiuta l’idea di neutralità come valore e riconosce la complicità storica e attuale dei musei con la formazione delle disuguaglianze globali.

Il post-museo immaginato da Vergès è un laboratorio di giustizia sociale, razziale e di genere dove la conservazione non coincide con la separazione dagli ambienti originari né con l’uso di tecniche che isolano gli oggetti dai loro contesti. Conservare significa riconoscere legami ambientali e culturali, collaborare con le comunità, proteggere la vita oltre il valore economico dei manufatti. Significa ripensare cosa consideriamo degno di essere tramandato e a chi dobbiamo rendere conto.

Il museo contemporaneo, se non mette in crisi la propria architettura storica, economica e politica, resta una macchina di controllo, selezione e spettacolarizzazione. Solo attraverso una trasformazione radicale può diventare uno spazio capace di rompere con l’eredità coloniale e offrire alternative reali. Decolonizzare, quindi, significa ripensare dalle fondamenta il ruolo dell’istituzione culturale: rinunciare alla neutralità come scudo, affrontare le disuguaglianze strutturali, accettare il conflitto come parte della vita politica. 

Solo così il museo può diventare un luogo di confronto vivo, dove cultura e storia non sono più strumenti di dominio ma possibilità di liberazione collettiva.

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