Il Museo d’Impresa oggi è un universo in continua evoluzione in cui collezionismo, interpretazione di storie ed oggetti, percorsi virtuali ed esperienze sensoriali si fondono per tramandare alle generazioni future il patrimonio intangibile di testimonianze, valori e impegno sociale delle imprese che li hanno costituiti.
Nuovi Musei d’Impresa nascono continuamente cercando di raggiungere la fama di realtà come il Museo Ferrari, il World of Coca-Cola o la storica Olivetti. Si distinguono nei premi internazionali che incoronano i migliori musei a fianco di Musei d’Arte e Scienza. Non esistono dati ufficiali consolidati e attendibili sul loro numero in Europa e nel Mondo. In Italia ne esistono circa 500, secondo diverse fonti, di cui oltre 150 sono rappresentati dall’Associazione Museimpresa, un caso unico in Europa.
Alcune collezioni, che da private sono diventate pubbliche, rappresentano una parte significativa della nostra storia e ci aiutano a preservarne la memoria. “Conserviamo il passato, ma con una forte propensione al futuro”, dice Andrea Biffi, Direttore di Fondazione 101, che realizzerà il nuovo Museo dell’Informatica a Crespi d’Adda. Per approfondire queste tematiche abbiamo parlato con Massimo Negri, museologo ed esperto di patrimonio industriale, il quale ha lavorato come consulente museografico della collezione a cui è dedicato il progetto del Museo dell’Informatica. Un caso rappresentativo di questa categoria di musei di cui ci racconta le metamorfosi nell’intervista.

Come si definisce oggi un Museo D’Impresa?
I Musei d’Impresa nascono dalla volontà di un’azienda o di una dinastia imprenditoriale di raccontare una storia o valorizzare un marchio. È una categoria museale che racchiude realtà molto diverse tra loro per organizzazione, approccio e tipologia di collezioni. Oggi non è più staccata dal resto del mondo dei musei, ma è influenzata dalle stesse tendenze culturali e sociali. Nella rivoluzione che ha coinvolto il mondo dei musei negli ultimi vent’anni, a volte i Musei d’impresa sono stati pioneristici, a volte invece semplicemente hanno seguito le innovazioni portate dai musei scientifici o d’arte.
Quali differenze esistono tra i musei d’impresa italiani e internazionali?
La principale differenza tra i musei di area anglosassone e latina è innanzitutto quantitativa. I primi hanno una storia più antica e sono, inevitabilmente, più numerosi. Padre di tutti i Musei d’impresa che conosciamo oggi, infatti, è il Museo industriale perché storicamente le prime collezioni a raccontare l’impresa erano legate al settore manifatturiero, nato in Gran Bretagna durante la prima rivoluzione industriale.
L’altra differenza è una questione di dimensione. I musei anglosassoni si estendono spesso sul territorio, come il famoso museo di Ironbridge che include addirittura un intero ponte in ferro, il primo della storia umana.
Nel tempo, però, queste differenze si sono molto attenuate. Oggi si possono constatare caso per caso nel modo di interpretare le collezioni e nei criteri espositivi, ovvero nel modo di utilizzare oggetti, scenografie, nuovi linguaggi multimediali e dispositivi hands-on come elementi di una struttura comunicativa complessa, che tradisce la cultura in cui sono nati.

Quali sono le tendenze in atto?
Come in tutti i settori della comunicazione, anche i musei d’impresa attraversano un momento di grande evoluzione. La tendenza è verso una maggiore fluidità tra tipologie museali, con più dialogo e contaminazioni reciproche. Per esempio, i modi di comunicare il tema della salute di un museo d’impresa e di un museo di scienze naturali sono diventati molto simili.
Le manifestazioni che vanno a premiare le best practice nei Musei stanno favorendo questo processo di contaminazione. Sempre più spesso, infatti, sia in Europa che nel mondo, troviamo i Musei d’Impresa tra i vincitori o tra i musei considerati influenti, fianco a fianco con le altre categorie.
Negli ultimi vent’anni, inoltre, la natura del museo è sempre più definita dalle scelte tematiche e non solo dalla natura della collezione. Come diceva il mio collega Wim Wander Waiden, oggi sono i musei che definiscono il significato delle collezioni, non le collezioni che definiscono l’identità del museo.
Come sarà il Museo d’Impresa del futuro?
La tendenza per tutti i musei verso una visione più collettiva e sociale dell’interpretazione delle collezioni è molto marcata. Tutti i musei sono musei di storia sociale. Non c’è un museo nel quale tra le righe non venga raccontata anche la storia della società che ha prodotto gli oggetti in mostra. Un’eccezione sono forse i Musei d’Arte perché, essendo concentrati sulla storia dell’arte e non della società in cui l’arte è nata, si stanno modificando più lentamente.
I musei di impresa si distinguono perché il ruolo del brand del museo dipende dalle politiche dell’azienda, mentre in altri musei deriva da questioni storiche. In ogni caso non saranno più musei autoreferenziali, legati ai prodotti e alla storia aziendale, ma dialogheranno con la società per rappresentare concetti o temi di rilevanza sociale legati da un filo sottile al core business dell’impresa o ai valori iconici del brand. Non sarà solo un cambiamento culturale, ma museografico specifico. Intanto, una manifestazione immediata di questa tendenza è il fatto che, come gli altri musei, stanno cambiando la propria denominazione in acronimi o espressioni concettuali, che richiamano più un tema di interesse sociale che la natura della collezione o il brand dell’azienda.

Quale eredità lasciano i musei d’impresa alle nuove generazioni?
Il messaggio comune a tutti i musei d’impresa, di qualunque tradizione e continente, è che il lavoro e l’impegno lasciano sempre delle tracce, anche fisiche, che alimentano l’esperienza e l’immaginario delle generazioni future.
Un museo d’impresa di oggi è inevitabilmente un museo globale che parla a tutti. Il nuovo Museo del Computer a cura della Fondazione 101, che nascerà a Crespi d’Adda, ad esempio, è destinato a diventare uno degli hub europei e internazionali per i collezionisti di retro-computing, confermando il ruolo di primo piano dei musei d’impresa italiani sulla scena mondiale.

IL MUSEO DELL’INFORMATICA A CRESPI D’ADDA – Un museo d’impresa ancora da venire
La collezione personale di retro-computing del fondatore di Magnetic Media Network, prima esposta nella sede aziendale e poi diventata museo vero e proprio, ha raggiunto dimensione e valore internazionali e sarà ospitata in uno spazio espositivo degno della storia che racconta.
Un programma di riconversione della fabbrica del Villaggio operaio di Crespi d’Adda trasformerà il luogo della prima rivoluzione industriale italiana nella sede di un nuovo Museo che racconterà l’ultima rivoluzione, quella digitale, che stiamo ancora vivendo.
Ho chiesto ad Andrea Biffi, Direttore della Fondazione 101 che gestirà il museo, quale sarà la chiave di volta per il successo del progetto.
“Gli oggetti delle tecnologie dell’informazione hanno dignità museale, perché nonostante siano recentissimi, hanno già scritto la storia. La nostra intuizione è stata che sono un patrimonio idoneo a raccontare le trasformazioni dell’oggi. Conoscere la storia dell’Information Technology significa acquisire le competenze per valutare questa rivoluzione continua in cui siamo immersi. Abbiamo volutamente realizzato una mostra analogica che parla di digitale, con molta attenzione all’interpretazione: il punto di vista è quello umano, il digitale è solo a supporto della narrazione. Il focus è sugli uomini, le loro intuizioni e le invenzioni, realizzate attraverso la tecnologia, che hanno portato al mondo di oggi. Il successo della mostra temporanea Computer stories scene da un passato prossimo: da Alan Turing a Steve Jobs ci ha confermato che questo modo di raccontare le tecnologie dell’informazione è forse meno freddo e invoglia di più alla scoperta.
La mostra, ma anche la nostra didattica, non è “da nerd” ma volutamente “semplice” e rivolta ad un pubblico generico e non specialista.”


