Dal restauro con alghe alla moda radicale: il nero secondo Alberto Burri e i designer giapponesi in mostra a CUBO

Prima dell’influenza occidentale, il nero non era associato al lutto — tradizionalmente legato al bianco — ma si configurava come il colore dell’ombra che dà forma alla luce, del silenzio che rende possibile il significato. Il nero è il colore assoluto che non incupisce, ma sublima: nella cultura giapponese diventa spazio, respiro, soglia tra visibile e invisibile. È da questa tensione estetica e filosofica che prende forma il progetto espositivo “Abitare il Nero. Da Alberto Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese”, ospitato da CUBO Museo d’Impresa del Gruppo Unipol nella scenografica Unipol Tower, in cui il nero si configura come un dispositivo teorico capace di attraversare linguaggi e discipline, mettendo in relazione materia, forma e visione.

Contemporary glass atrium with blue diagonal supports; mannequins in black outfits surrounding a central display board.
Abitare il Nero. Da Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese, installation view, 2026, Unipol Tower

Al centro della mostra, un dialogo potente e inatteso: quello tra il capolavoro “Nero con punti” di Alberto Burri e le creazioni radicali di Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Junya Watanabe, figure di punta di quell’avanguardia giapponese che ha rivoluzionato i canoni estetici della moda occidentale per dar vita ad una figura femminile che fosse intellettualmente libera più che esteticamente esposta alla tirannide della seduzione.

Curata dalla studiosa di fashion theory Silvia Casagrande, l’esposizione rappresenta una nuova tappa nel percorso di valorizzazione dell’opera di Burri, iniziato nel 2019 con un delicato restauro durato più di due anni. L’obiettivo non è soltanto espositivo, ma profondamente culturale: restituire attualità a una tela che, oggi più che mai, parla al presente.

Alberto Burri, Nero con punti, 1958 iuta, vernice sintetica polimerica, vinavil, tela a tramatura sottile di fondo, 200 x 128 cm

Quando CUBO mi ha invitato a pensare a una visione pluridisciplinare rivolta all’esposizione milanese in Unipol Tower del capolavoro “Nero con punti” di Alberto Burri”, ci racconta Silvia Casagrande, “ho subito sentito fortissima la suggestione della sua matericità, della sua nerezza, ma anche dell’eco del restauro sperimentale che lo ha visto rinascere grazie alle alghe giapponesi funori. Tutto chiamava l’idea di andare a cercare lì, nel Giappone con i suoi 5 elementi, con il vuoto che regola la terra, acqua, aria e fuoco, l’ispirazione. È da qui che nasce il pensiero della mostra “Abitare il Nero”. Ho infatti interrogato questo masterpiece burriano attraverso la lente di tre fashion designer della scuola giapponese, partendo dalla loro cifra stilistica sperimentale, capace di segnare una rottura con lo schema ritmico-compositivo del codice stilistico conosciuto fino a quel momento”.

Un restauro che diventa parte integrante del dispositivo perché racconta una storia di connessioni inattese. L’opera di Burri, ritrovata in condizioni precarie, viene affidata alla restauratrice Muriel Vervat e al Consiglio Nazionale delle Ricerche di Firenze, dove viene sottoposta a un eco-restauro innovativo grazie all’uso del Funori, una sostanza naturale estratta da alghe giapponesi, impiegata da secoli in Oriente ma quasi sconosciuta in Occidente. Già in questa fase emerge, dunque, un legame profondo con il Giappone, che trova piena espressione nel progetto espositivo attuale. Negli anni Ottanta, designer come Miyake, Yamamoto e, successivamente, Watanabe rivoluzionano il linguaggio della moda: il nero diventa dominante, ma non più elegante nel senso occidentale. È un nero imperfetto, lacerato, asimmetrico.

Interior atrium exhibition with black-dressed mannequins around a central freestanding blackboard; steel blue structural beams frame the glass walls and yellow buildings outside.
Abitare il Nero. Da Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese, installation view, 2026, Unipol Tower MI

La stampa lo definisce sprezzantemente “stracci neri”, incapace di coglierne la portata innovativa. Eppure, in quelle creazioni, il tessuto si fa pelle. Le ferite, gli strappi, le cuciture esposte diventano segni di un’estetica nuova, dove l’imperfezione è valore e la materia racconta una storia. È qui che il dialogo con Burri si fa evidente: nei suoi cretti, nelle combustioni, nelle lacerazioni, la superficie non è mai neutra, ma luogo di trasformazione e memoria. In entrambi i casi, la ferita non è distruzione, ma linguaggio ed il nero non nasconde, ma rivela. Rende visibile il vuoto, dà forma all’assenza, trasforma il silenzio in espressione.

I designer giapponesi scelgono di tingere le loro vesti di nero per acutizzare l’inflessione e la sovrapposizione della materia aggredita”, sottolinea Casagrande, “Non il nero della rivalsa dei poeti americani, non il nero del disamore per le regole dei Punk, e ancora, non il nero ambiguo del potere, della morte, del lutto e del rimpianto, ma il nero dell’armonia delle ombre. Quello del Sumi-e, la pittura a inchiostro giapponese, dove la pennellata, il soffio del vuoto, esige barlumi di luce dalla fuliggine così da concretare “il gusto della semplicità̀ e della fluidità̀ \[che\] proviene dalla nostalgia dell’infinito“.

Close-up of a black satin dress with a large fabric knot and a sequined clutch bag draped at the hip.
Yohji Yamamoto, Abito da sera (dett.), Spring Summer 1998. Courtesy ArchiviMazzini. Ph credits V. Ruocco

Come sottolineato dalla critica Ilaria Bignotti, che ha curato il catalogo, “la tela sulla quale, nel 1958, Alberto Burri ha drammaticamente steso pittura monocroma, scura come l’ebano e ineluttabile come la notte, spalancandone al centro la ferita, per poi rammendarla e così rammentarci eternamente dello squarcio del mondo, è un lavoro di capitale importanza, in un momento colmo di conflitti e mutamenti geopolitici come quello contemporaneo”.

L’opera di Burri è una superficie ferita e ricucita, una iuta attraversata da una pittura scura che si apre e si richiude, evocando lo squarcio del mondo e la memoria della sua cicatrice. “Allo stesso modo”, ribadisce Casagrande, “il tessuto è, per gli stilisti giapponesi, metafora della pelle e le fenditure che lo adornano, esibite volontariamente a vista, suggeriscono l’atto di lacerazione della carne umana aprendo a nuove visioni”. Nello splendido contrasto dell’esplosione di bianco dell’Unipol Tower progettato da Mario Cucinella, le opere sembrano rispondersi a distanza: da un lato la tela di Burri, densa e tragica; dall’altro abiti che sembrano emergere da una materia viva, attraversata da tensioni e ricuciture. “Abitare il Nero” diventa così molto più di una mostra: è un’esperienza quasi immersiva che invita a ripensare il significato stesso della forma, della materia e del corpo. Un viaggio tra arte e moda in cui il nero, lungi dall’essere un semplice colore, si rivela come una dimensione profonda, stratificata, radicalmente contemporanea.

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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