Francesco Toniutti torna a interrogare il tema del paesaggio. Un tema che attraversa da anni la sua ricerca pittorica e che, nella mostra “Frammenti” (curata da Vera Agosti e ospitata fino all’8 giugno 2025 negli spazi di Casa Ceretti-Laboratorio per l’Arte del Museo del Paesaggio di Verbania), viene affrontato non nella sua totalità, ma attraverso la scelta meditata e radicale di una visione per frammenti: non panorami, ma dettagli; non orizzonti, ma presenze ravvicinate. Rocce, versanti montuosi, cascate, lembi di natura sono i soggetti di un ciclo pittorico che non si limita a osservare, ma trasfigura.
Le opere, per lo più inedite, si dispongono secondo un itinerario che è anche una narrazione in progressione. Non solo per la loro scansione temporale, ma per il modo in cui sembrano condurre l’osservatore verso una progressiva epifania della luce. Una luce spesso artificiale, acida, estranea alla convenzione naturalistica, ma capace di far vibrare la materia pittorica fino a restituire una realtà altra: una realtà filtrata dallo sguardo e dalla memoria. Perché questi frammenti non sono semplici prelievi visivi dalla natura: sono luoghi interiori, zone mentali, evocazioni che l’artista ricompone sulla tela a partire da impressioni, appunti fotografici, ricordi. Ciò che emerge è una pittura densa e piena, mai descrittiva, costruita con un gesto che non è mai estemporaneo ma che, anzi, tende all’essenziale. Una pittura di sottrazione, più che di accumulo, che punta all’osso della visione.

Toniutti ha il temperamento del pittore autentico, di chi lavora la materia come una forma di pensiero incarnato. E insieme, possiede lo sguardo del visionario: la capacità di vedere l’immagine mentre la dipinge, di lasciarsi sorprendere dalle forme che affiorano dal colore. In questo senso, la sua pittura è sempre in bilico tra ciò che si manifesta e ciò che resta in potenza, tra il visibile e ciò che non si può dire.
La nozione di frammento, del resto, è tutt’altro che casuale. È una chiave poetica e filosofica che attraversa la cultura europea almeno dal Novecento in avanti – dalla prosa “strappata” di D’Annunzio alle dissolvenze dell’Ermetismo, fino alla riflessione di Mario Luzi, cui Toniutti è legato da un’affinità profonda. Proprio da Luzi è tratta la citazione che meglio sembra descrivere il senso ultimo di questa mostra: “Il frammento è ciò che noi possiamo percepire di questa grande massa di eventi, è un riflesso del tutto. Il frammento è degno di essere amato e considerato in sé stesso”.

Come Luzi, anche Toniutti guarda al mondo non per dominarlo, ma per abitarlo con rispetto e stupore. Il suo è un viaggio pittorico nel mistero delle cose, nella bellezza che resiste anche quando è ridotta a traccia, a vestigio, a frammento appunto. Una bellezza che si svela proprio là dove la forma sembra rompersi, farsi instabile, sfuggire. E proprio come nel Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini – il poemetto luziano che immagina l’ultimo ritorno del pittore senese alla propria terra – anche qui l’arte si fa domanda. Il pittore, come il poeta, non dà risposte: accende la luce, poi si ritrae.





